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l 1972 è per Josif Brodskij lanno dellesilio, quello geografico, e il momento del distacco definitivo. Un distacco non solo fisico, ma anche espressivo. Da quel momento in poi la parola e luso della metrica, per Brodskij, non saranno più legati ad unurgenza comunicativa, ma impegnati nella costruzione di versi che nella parola trovano la loro interna ragione.
Versi spezzati, singulti, capaci di lenire il dolore provocato da quel distacco che ha trasformato un uomo giovane in unicona di se stesso.
Una ricerca senza coordinate, come si nota anche dalla diversa struttura delle liriche contenute nella raccolta. In essa si alternano momenti di lucida concretezza come in 24 dicembre 1971, descrizione di un Natale sovietico, e momenti in cui levanescenza e la concettualità della parola diventano il "file rouge" che imbriglia Farfalla, poesia da lui definita qualcosa a metà strada tra Mozart e Beckett. E poi Parte del discorso, dove le strofe, poco più che frammenti, diventano un modo per fissare dei lampi, squarci di ossessioni, piccole fratture, smagliature del quotidiano male di vivere.
Si continua con poesie con strutture elaborate e organiche come Ninna nanna di cap code, una lettera in versi dedicata al figlio lontano, per arrivare al complesso, quello italiano, dove un posto di risalto occupa Elegie Romane, poesia dedicata a Roma e a Benedetta Craveri.
Roma è descritta come una città assolata, dove il meriggio è colorato ed assorto, e dove il passato è scandito dalla totale frantumazione dei tempi quotidiani e dalla sua memoria antica.
Il salotto borghese fa da contrappunto alla solidità delle statue, e alla classicità di una città che non nellacqua, come Venezia, trova la sua ragione deterno, ma nella pietra. E il frantume diventa tanto più prezioso perché parte, ancora una volta, di un discorso, in una città in cui i frantumi si aggregano, dando forma e consistenza ad un luogo in cui è possibile trovare un approdo e un senso al proprio percorso terreno come chiaramente si legge nellultima strofa della poesia:
Chinati, Ti devo sussarrare allorecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridìo delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché questo vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non cè mano, e non cè viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è visibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto è vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che dividi in due, e ne resta ancora.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frantume! Una dracma
doro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
A cura della Redazione Virtuale
20 settembre 2001
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