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Poesie 1972-1985


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Josif Alexandrovic Brodskij Poesie 1972-1985
a cura di G. Buttafava
Adelphi, Milano, 1986
Euro 14,46

l 1972 è per Josif Brodskij l’anno dell’esilio, quello geografico, e il momento del distacco definitivo. Un distacco non solo fisico, ma anche espressivo. Da quel momento in poi la parola e l’uso della metrica, per Brodskij, non saranno più legati ad un’urgenza comunicativa, ma impegnati nella costruzione di versi che nella parola trovano la loro interna ragione.

Versi spezzati, singulti, capaci di lenire il dolore provocato da quel distacco che ha trasformato un uomo giovane in un’icona di se stesso.

Una ricerca senza coordinate, come si nota anche dalla diversa struttura delle liriche contenute nella raccolta. In essa si alternano momenti di lucida concretezza come in 24 dicembre 1971, descrizione di un Natale sovietico, e momenti in cui l’evanescenza e la concettualità della parola diventano il "file rouge" che imbriglia Farfalla, poesia da lui definita qualcosa a metà strada tra Mozart e Beckett. E poi Parte del discorso, dove le strofe, poco più che frammenti, diventano un modo per fissare dei lampi, squarci di ossessioni, piccole fratture, smagliature del quotidiano male di vivere.

Si continua con poesie con strutture elaborate e organiche come Ninna nanna di cap code, una lettera in versi dedicata al figlio lontano, per arrivare al complesso, quello italiano, dove un posto di risalto occupa Elegie Romane, poesia dedicata a Roma e a Benedetta Craveri.

Roma è descritta come una città assolata, dove il meriggio è colorato ed assorto, e dove il passato è scandito dalla totale frantumazione dei tempi quotidiani e dalla sua memoria antica.

Il salotto borghese fa da contrappunto alla solidità delle statue, e alla classicità di una città che non nell’acqua, come Venezia, trova la sua ragione d’eterno, ma nella pietra. E il frantume diventa tanto più prezioso perché parte, ancora una volta, di un discorso, in una città in cui i frantumi si aggregano, dando forma e consistenza ad un luogo in cui è possibile trovare un approdo e un senso al proprio percorso terreno come chiaramente si legge nell’ultima strofa della poesia:

Chinati, Ti devo sussarrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridìo delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché questo vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è visibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto è vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che dividi in due, e ne resta ancora.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frantume! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

A cura della Redazione Virtuale

20 settembre 2001
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