MAESTRO DEL NEOREALISMO IN POESIA, ROCCO SCOTELLARO E' IL CANTORE DELLA STORIA EPICA DI UN MONDO FIERO, SENZA LAMENTAZIONE O RETORICA

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Tutte le poesie (1924)


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Rocco Scotellaro, Tutte le poesie
Mondadori, Milano
Euro 8,40

    E’ fatto giorno, siamo entrati in gioco anche noi
    Con le facce e i panni che avevamo.

occo Scotellaro è un poeta “postumo”. In vita, invece, egli è stato, ventitreenne, il sindaco di Tricarico, minuscolo comune della Basilicata, negli anni duri delle lotte contadine. Eppure, ereticamente, non capopopolo ma maestro; non rivoluzionario ma formatore di una coscienza della dignità contadina e riformatore di un mondo condannato a scomparire, benché ricco di valori autonomi ed autentici.

La scoperta di Scotellaro come poeta la si deve a Carlo Levi, che lo conobbe negli anni del confino. E fu proprio il pittore-scrittore torinese che curò nel 1954 la pubblicazione della raccolta E’ fatto giorno. Poi seguirono, sempre per Mondadori, la raccolta Margherite e rosolacci nel 1978 e nel 1982 la versione riveduta ed integrata da Franco Vitelli di E’ fatto giorno. Tutte le poesie, curata ancora da Franco Vitelli, raccoglie le due raccolte, quella del 1978 e quella del 1982.

Lo spessore storico di Rocco Scotellaro, d’altra parte, può aver nuociuto alla fine proprio al poeta, facendo passare in secondo piano l’opera poetica rispetto all’azione politica ed al personaggio storico.

Eppure egli – con la forza epica dei versi di E’ fatto giorno – rappresenta, come ha evidenziato Maurizio Cucchi (poeta anch’egli ed estimatore di Scotellaro), il “maestro” del neorealismo in poesia, filone che in quegli anni aveva scelto come prediletti altri terreni di espressione artistica, il cinema e la narrativa.

Cantate, che cantate?
(…) La grandine è il trofeo/ dei santi maligni di giugno/ e noi siamo i fanciulli/ loro alleati/ tanto da sorridere/ sulle terre schiaffeggiate./ Ma così non si piegano gli eroi/ con la nostra canzone scellerata (…).

Scotellaro è il cantore della storia epica di un mondo sconfitto ma fiero, senza alcuna forma di «lamentazione o di retorica della sofferenza e dell’ingiustizia».

Per questo la sua poesia è continuamente in bilico tra canto e parola pietrosa; sensualità e senso della morte:

(…) E’ calda così la malva/ che ci teniamo ad essiccare/ per i dolori dell’inverno, prima; Solo le lire che abbiamo spaccate!/ (…) Stanotte turberemo il loro sonno, poi.

Se si sente la morte addosso in questi versi:

I topi sentono gli occhi/ quando mi sollevo a vederli/ (…) che anche io alla fine mi addormento/ e per loro sarà libero il gioco.

In altri risplende un senso genuino di libertà:

A quest’ora è chiuso il vento/ nel versante lungo del Basento./ E le montagne vaniscono./ E il cielo è fisso a bocca aperta (…).

La grandezza di Scotellaro, intellettuale colto, eppure legato al mondo contadino duro e semplice, sta nello smentire sé stesso: egli reinventa il neorealismo; la sua opera poetica si alimenta del senso profondo di una realtà antica e rilascia un verso del tutto nuovo, fatto di scarti e dissonanze, di incontro tra cultura alta e cultura popolare, di immagini fisiche e capacità visionaria, di parola scarnificata al suo significato essenziale.

Ha scritto Maurizio Cucchi nella sua Introduzione: «L’errore più grave è proprio quello di rileggere l’opera come recupero di un tempo e di un clima, quello dell’immediato dopo-guerra e del neorealismo, piuttosto, che come esito pienamente autonomo di un poeta giovanissimo, (…) che la sorte ha bruscamente interrotto nella sua prima fase, una fase poeticamente già molto matura e che pure lasciava presagire sviluppi».

(…) Cantate nell’occhio dei ciechi/ all’orecchio dei sordi/ nasca il sole e una sinfonia/ nelle catapecchie.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 5 settembre 2005
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