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UN POPOLO DI FORMICHE È IL VIAGGIO DI TOMMASO FIORE NELLA PUGLIA DELL'ALTA MURGIA, DEL SALENTO, DEL METAPONTINO, DEL TAVOLIERE

Un popolo di formiche (1925)



Tommaso Fiore, Un popolo di formiche
Palomar, Bari
Euro 10,33

C’è una corda civile che lega Torino al Mezzogiorno, oltre e prima la catena operaia dell’emigrazione. Torino e la cultura azionista di cui fu guida Piero Gobetti; il Sud ed il meridionalismo di Gaetano Salvemini. Se Gobetti ebbe come maestro lo storico pugliese; Tommaso Fiore, il cantore dell’epopea contadina delle genti pugliesi, ebbe come maestro il padre della Rivoluzione liberale. Ma Torino fu anche la città di Carlo Levi, del cui Cristo si è fermato a Eboli l’opera di Fiore rappresenta un’ideale anticipazione.

Un Popolo di formiche è la cronaca, infatti, di un viaggio: un viaggio nella storia dei cafoni pugliesi, anzi, come dirà Levi, un discesa nell’Averno della non-storia. L’idea che Fiore propone a Gobetti è quella di inviare delle corrispondenze che raccontino il Sud, quel mondo «serrato nel dolore e negli usi, senza conforto, senza dolcezza». Nasce così il libro di Fiore, originariamente composto di quattro lettere inviate a Gobetti e pubblicate su «La Rivoluzione liberale». Le altre due, che appaiono nella prima edizione del 1951, erano state pubblicate su un’altra rivista, «Coscientia», quando Gobetti era già esule a Parigi. Del 1956 è la seconda opera più importante di Fiore, Il cafone all’inferno.

Tommaso Fiore scrive nel 1925, dunque 25 anni prima della pubblicazione del Cristo di Levi. La poetica delle micro-storie, alcuni temi e suggestioni delle Formiche le ritroviamo nel racconto di Carlo Levi. E’ la conferma di un dialogo a distanza, virtuale, circolare e serrato, Nord-Sud, dentro il cenacolo di quella che, forse, è stata la migliore intellettualità italiana del dopo-guerra.

Le Formiche non sono un saggio e neppure un romanzo; sono un reportage in forma epistolare. Oggetto di osservazione e di cronaca è la Puglia, percepita come “un’espressione archeologica”: le campagne dei Trulli; l’Alta Murgia, il Salento, il Metapontino, il Tavoliere.

Il resoconto giornalistico non ha, tuttavia, soffocato l’anima profonda di questa opera commovente. E questa emerge in un sentimento di rivelazione: «Mi chiederai», scrive Fiore a Gobetti, «come ha fatto questa gente a scavare ed allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la Murgia più aspra e più sassosa; per ridurla a coltivazione facendo le terrazze (…) non ci voleva meno della laboriosità di un popolo di formiche».

E così più profondamente di Carlo Levi nessuno poteva rimpiangere Fiore: «(…) Da lui molto abbiamo imparato, in tempi in cui i maestri erano rari (…) Abbiamo imparato da lui che cosa fosse la vita nel Mezzogiorno, e in che modo potesse essere vista nella sua verità, negli anni ormai così lontani da sembrare appartenere a un altro secolo (…)».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 10 giugno 2005
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