QOHELET. COLUI CHE PRENDE LA PAROLA, DI GUIDO CERONETTI, NUOVA INTERPRETAZIONE DELLE PAROLE DELL'ECCLESIASTE

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Qohélet. Colui che prende la parola (2001)


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Guido Ceronetti Qohélet. Colui che prende la parola, versione e commenti
Adelphi, 2001
Biblioteca Adelphi, 2 ed., 196 pp.
Euro 17,00

«Soltanto l’Antico Testamento vede; non dire nient’altro in proposito.»
(F. Kafka, 6 luglio 1916)

elle millecinquecento fitte pagine di una Bibbia con imprimatur ecclesiastico, Qohélet — in greco Ecclesiaste — è stipato in poche facciate. Soprattutto, Qohélet è trattato con pinze e guanti: «operetta senza ordine e sistematicità»; allo stesso tempo è «la più sconcertante della Bibbia» — lo stesso si legge nel Dizionario biblico della Vallardi, dove si ricordano le «non poche esitazioni prima di ammetterlo nel canone ebraico». Qui infatti Dio sta a sé, indifferente agli uomini, le generazioni dei quali, trascorse in un mondo dove il male non ha castigo e ingoiate dalla morte, saranno come non state. A Qohélet Gesù non accennerà mai.

Ceronetti è tornato tre volte a tradurre Qohélet: sedici edizioni in trent’anni, e «proprio qui, in mezzo agli itali omnes athei, visceralmente antibiblici (per buone ragioni, chissà: chi può giudicarne)». Trent’anni in cui il traduttore, «nel suo conradiano duello con un testo», ha sedimentato pensieri, illuminazioni, congetture (tutto ora qui raccolto), tornando sempre al sospetto che il suo quasi niente di parole sia tutto, che Qohélet sia «il culmine», «la chiavina nascosta e la conclusione placata di tutto il canone scritturale ebraico». Le dieci pagine della Bibbia diventano, in questa bellissima edizione, un volume di duecento. Facendo libro a sé, Qohélet si ridilata in parola poetica e ritrova il respiro degli spazi bianchi, mostrando i silenzi necessari in cui le parole vanno lasciate vibrare. Perché i silenzi sono Qohélet, come le sue parole. Quei silenzi il testo li crea e li esige, uccidendo sul nascere qualunque deriva oppiosa nell’interpretazione che aggiusta e che consola. Il silenzio su cui la parola galleggia è il tempo medico perché ciò che si legge penetri, puro e scabro, e agisca: che agiscano questi «deserti senza manna», queste parole che azzerano «il sogno» e l’illusione che il mondo sia un enigma benigno per la speranza di rivelazione. Non c’è niente da cercare sotto il velo delle apparenze, che dicono laconicamente già tutto; a Dio si torna non redenti e «privi di sé, nella cieca nudità del non-essere».

Rispetto all’edizione Einaudi del 1970, che qui si legge alla fine, la lingua di Ceronetti ha scavato sempre più verso la concretezza urtante di parole-cose, via dai cuori di panna delle parole-parole — non scrive più «vuoto» ma «fumi», non «fiato sprecato» ma «soffio che ha fame», non «serraglio di spose» ma «gineceo di tette», e poi «trangugia», «scataratta», «zuffa»… — All’aspro Qohélet, una lingua aspra e corporale: tra i nostri, la stella resta — e chi altri? — l’espressionismo del Dante più materico.

Rispetto ai "Qohélet da Chiesa", Ceronetti ha continuato così a guadagnarsi abissi. Astratta e coerente, la lingua ecclesiale è Occidente; lì, il «vitale linguaggio di frantumi» di Qohélet viene legato in catene che azzardano la logica, coi loro «poiché» e i loro «per questo»; ma «gli interpreti in cerca di coerenza, di coerenza con virtù fatalmente dormitiva che cos’hanno capito dell’affanno scritturale, della sua incurabile incoerenza?». Da «dentro una parola» che comunque, se non vogliamo perdere, «siamo costretti a chiamare di Dio», le «pentole e sveglie rotte di assurdo di Qohélet» vengono salvate da Ceronetti: «mi basta averlo lasciato indovinare un poco, e liberato nella traduzione dai bavagli ininterrotti e dai bagni dolciastri della vigilanza antiqohélitica, che in ogni lingua manda a sparargli a vista le sue ronde notturne».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 30 maggio 2003
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