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PER PATRIZIA VALDUGA LA POESIA E' UN GIOCO TRA PAROLE E SILENZI UN FLUSSO ININTERROTTO ED EPIGRAMMA SU CUI GALLEGGIA UNA SOLA QUARTINA ALLA VOLTA

Quartine. Seconda centuria (2001)



Patrizia Valduga, Quartine. Seconda centuria
Einaudi, 2001
Collezione di poesia, 107 p.
Euro 8,26

Ogni parola non è mai stata sola, ma vive da sempre al centro d’una ghirlanda di altre parole che subito si anima e accorre a riecheggiare al suo semplice pronunziarsi. La sua famiglia è formata innanzi tutto dalle parole che nascono da una variazione minima di suoni, tant’è vero che parlando e scrivendo siamo sempre esposti al rischio a volte rivelatore del lapsus. Poi ci sono le parole che vengono dalla stessa radice, poi quelle che hanno significati analoghi o contigui. E poi ci sono le parole che vengono richiamate per puro contrasto, come quando, a uno che dice “nero” o “morte”, rispondiamo d’istinto “bianco” o “vita”.

Signore, dà a ciascuno la sua morte,
dàlla tutta inverata dalla vita;
ma dacci vita prima della morte
in questa morte che chiamiamo vita.

In realtà, niente è più aperto delle famiglie delle parole, le quali sono subito pronte a sposarsi tra loro se assieme obbediscono a una precisa inarcatura ritmica, la quale esige certi accenti, certe cesure e certe costanze. Le parole allora sono scelte solo se stanno sul tempo del verso, come una stoffa è scelta perché cade bene su un corpo. Come un corpo è prima del vestito, il tempo del verso è prima delle parole; è infatti il tempo il burattinaio occulto dei loro accoppiamenti. Il tempo sta dietro e dentro alle parole, come il battito del cuore e l’alternarsi del respiro sono dietro e dentro un canto.

Qui, per esempio, torna spesso, vera malìa ritmica, l’endecasillabo con accenti forti alle sillabe 2, 6 e 10, ritmo che conosciamo anche se non lo sappiamo, naturale com’è per noi quanto meno perché sappiamo dire «Nel mezzo del cammìn di nostra vìta…»

Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono.

Della poesia, in queste Quartine, forse ancor più che nelle precedenti (ma vanno lette assolutamente insieme!), c’è tutto l’essenziale. La poesia lega il gioco e l’angoscia. Sono infatti i rivoli d’angoscia a dare lo spazio del solo gioco davvero possibile; Valduga prende le parole dell’angoscia, e le ripete, modulandole, lasciando che ne germinino altre, così che nella precedente si senta il seme della seguente e nella seguente l’eco della precedente: come se in questo scorrere l’una dall’altra ci sia più verità che in ogni parola lasciata da sola. – Quante cose possono nascere dalle “effe” di Felici e di soFFrire?

Arreda la tua mente e vivi lì,
fuggi la fosca fiera dei felici.
Devi soffrire meglio di così
Se vuoi sventare i loro malefici.

Soliloquio di una Molly superdivertente e piena di grazia, che abita come certe figure di Beckett uno spazio notturno e poco definito, ma che in certi momenti si concretizza in un salvifico cesso chiuso dall’interno, le Quartine emergono da un mumble-mumble per lo più pre-verbale, che solo qua e là cristallizza una rima. E già questo gioco tra parole e silenzi è così bello, e così vero.

Così, tra flusso ininterrotto ed epigramma, il discorso si sospende e si riprende oltre i silenzi bianchi delle pagine su cui galleggia e respira una sola quartina alla volta. Ne nasce anche una specie di effetto da strip, per cui la quartina si fa leggere come una striscia dei Peanuts, che in sé è già perfetta, ma che allo stesso tempo rimanda a altre strisce, in un racconto che può non finire mai. E vale per le Quartine la stesso cosa che vale per Snoopy: per ridere bene d’una sola striscia, occorre assolutamente conoscerne molte altre.

E mai scopato gratis. Per chiarire.
anche se non chiarisce poi granché.
Al diavolo! Pensiamo all’avvenire.
Venisse l’avvenire anche per me!

Così, nel riaggregare per cento volte il quasi niente di una quarantina di sillabe e un paio di rime, Valduga modula tutti i toni e tutti i pensieri: scherza, si compatisce, vede la notte farsi giorno, maledice la genìa dei "berluski", prega, aspetta, si suicida, ci ripensa. E con una leggibilità prodigiosa, perché le Quartine si leggono d’un fiato, come un racconto fulmineo. A questo punto naturalmente la cosa potrebbe finire lì, e il libro venire richiuso nel suo bisbiglioso silenzio, così come il Genio che viene risegregato nella sua lampada.

Ma la leggibilità delle Quartine è tale proprio per come la linfa vitale di quella cosa che chiamiamo tradizione – e che per un poeta è sangue e aria che anima il sangue – rinasce fresca come una primavera. Allora si rilegge. Pare di ascoltare un discorso mai pronunciato prima eppure pronunciato da sempre; così come ogni primavera che torna risveglia in sé tutte le primavere della Terra, e senza quelle non potrebbe esistere.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 14 maggio 2003
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