IN LE QUATTRO RAGAZZE WIESElBERGER, SULLO SFONFO DELL'IRREDENTISMO TRIESTINO FAUSTA CIALENTE DELINEA LA STORIA POLITICA DI TRIESTE

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Le quattro ragazze Wieselberger (1976)


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Fausta Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger

L’innesto nella tradizione letteraria triestina

criveva Vladimiro Lisiani (1) ,all’indomani della pubblicazione de Il vento sulla sabbia: «Il segreto del pacato, sereno, obiettivo e – ad onta dei ricorrenti spunti autobiografici – impersonale narrare di Fausta Cialente è forse da ricercare nel sangue triestino che le viene dalla madre. Una approfondita analisi della sua prosa porterebbe infatti a sorprendenti scoperte; ma anche un sommario ripensamento all’ intera opera di scrittrice (…) ripropone e postula non poche analogìe con le opere capitali della cosiddetta ‘narrativa triestina’, più di ogni altra attenta ai moti dell’animo, ai richiami della memoria, alla dissezione dei sentimenti, che non ai fatti nudi e crudi; i quali ultimi tuttavia emergono immancabilmente anche dalle pagine dei romanzi della Cialente, con questa differenza: che sono punti d’arrivo, non di partenza…»

Del resto, già nel corso della Prefazione (2) al bellissimo quanto negletto Cortile a Cleopatra, la scrittice dichiarava espressamente:

«Vorrei fare un libro su Trieste. Mia madre era triestina. Ho dei ricordi della Trieste austriaca.(…) La villa del nonno. L’odio verso la comunità slovena(…) Tutto un mondo che mi affascina»

Questo proposito della Cialente assume un significato rilevante, poiché autorizza un’analisi de Le quattro ragazze Wieselberger (3) non soltanto in merito a un riferimento puramente autobiografico, quanto piuttosto in rapporto al suo attingere a quella vena memorialistico - intimista, che rimanda – sia pure in maniera molto mediata – ad una tradizione specificamente triestina, la stessa che - per intenderci – vanta i suoi esempi più illustri nell’arte di Italo Svevo e di Umberto Saba.

Vi era in effetti nella letteratura triestina degli inizi del Novecento – attribuendo a tale definizione una valenza non tanto su un piano strettamente etnico – geografico, quanto un più esaustivo significato culturale e ideale – oltre alla predisposizione a evadere dai canoni formali di stampo rondista e vociano, il riallacciamento a quella corrente mitteleuropea di autori, cui non sono estranee le sollecitazioni psicanalitiche di matrice freudiana, che hanno contraddistinto il capoluogo giuliano dagli altri più grossi centri di produzione letteraria dell’epoca.: tale fenomeno era d’altra parte ampiamente giustificabile, se solo si pensa all’ubicazione della città, posta alla confluenza di tre mondi, quello latino, quello slavo e quello germanico, quindi al ruolo di ‘tramite’, che essa ha svolto nel corso dei secoli.

Del resto già Enzo Bettiza (4) aveva già puntualizzato come

«…In fondo fra la Trieste di Svevo, la Zagabria di Crleza, la Vienna di Musil, la Praga di Kafka, la Budapest di Lucàcs esiste un sotterraneo occulto, una specie di fatale complicità mentale più vincolante delle appariscenti divisioni per lingua, nazionalità e ideologìa»

Sul carattere poi, più cosmopolita che mitteleuropeo, assunto nel passato da Trieste – e di cui anche la Cialente riferisce ampiamente all’inizio del romanzo Le quattro ragazze Wieselberger – sono state scritte svariate pagine da parte di tutti quegli autori, triestini e non per nascita, ma legati in qualche modo alla città giuliana – come gli istriani Fulvio Tomizza e Pier Antonio Quarantotti Gambini – e che possono venire riassunte da quanto sostiene Scipio Slataper (5):

«Trieste è posto di transizione – geografica, storica, di cultura, di commercio – cioè di lotte. Ogni cosa è duplice o triplice, a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con l’etnicità»

Riguardo a queste caratteristiche della città adriatica, anche Umberto Saba (6) aveva scritto:

«Trieste è sempre stata un crogiuolo di razze. La città fu popolata da venti razze diverse: Italiani, nativi della città, Slavi, nativi del territorio, Tedeschi, Ebrei, Greci, Levantini, Turchi col fez rosso in testa e non so quante altre (…) Su questo trafficante amalgama di persone così etnicamente diverse, vi sono, oggi ancora, triestini, che hanno nel sangue dieci – dodici sangui diversi; ed è questa una delle ragioni della ‘nevrosi’ dei suoi abitanti»

Tale nevrosi, che tanto peso avrebbe avuto nell’autore forse più rappresentativo di questa città, lo scrittore Italo Svevo – il cui stesso pseudonimo rappresenta quasi il segno più evidente della sua dicotomìa – mostra il suo risvolto più esplicito anche nell’attitudine abituale della Cialente a quella sorta di dissezione dell’animo dei suoi personaggi, come giustamente ha rilevato Alcide Paolini:

«…è da una sorta di vibratilità (che sta tra la percezione in profondità, come una sonda, e in altezza, come un’antenna), che viene alla Cialente la felice possibilità di ricostruire autobiograficamente, con lucido rigore intellettuale e sottile perfezione descrittiva, quella fetta della nostra storia lunga oltre mezzo secolo rappresentata nel suo ultimo romanzo Le quattro ragazze Wieselberger.»

Il libro inizia con una sorta di ouverture, pervasa tutta da un’affettuosa e pur sempre critica attenzione nei confronti di ogni minimo particolare, mentre il fraseggio si snoda aggraziato e a tratti volutamente dimesso:

«Le sere in cui l’orchestra (7) veniva a suonare in casa la famiglia doveva cenare assai più presto del solito perché la signora e le ragazze, aiutate dalle due domestiche, avessero il tempo di sbarazzare la tavola della sala da pranzo e riporre ogni cosa, la grande porta a vetri rimanendo aperta (…) Non erano molti, una ventina forse, ma tutto vi era compreso, gli archi, i fiati, gli ottoni; e il padre dirigeva, lui, in piedi s’un basso panchetto posto col leggìo di fronte alla pedana, ma un po’ discosto e giusto nel mezzo.» (8)

Ma ecco che ben presto, nel giro di poche pagine, l’autrice inizia a dare corso ad un’ironica e attenta notazione di critica sociale.

«E già s’impinguava una borghesìa rapace e reazionaria ch’egli, ingenuo musicista, non era in grado di giudicare e ancor meno di condannare…» (9)

Ed è così che il lettore comincia ad essere magistralmente introdotto in una dimensione quasi fiabesca della Trieste fine – secolo, mentre si vengono a delineare parallelamente – intersecandosi in un mirabile contrappunto per tutto l’arco del romanzo - i due filoni, di cui questo è intessuta, la storia politica di Trieste e la storia privata della «giudiziosa, benestante famiglia triestina» (10) Wieselberger, con le sue nozze, le sue nascite ed i suoi tragici lutti.

L’angolazione, da cui la scrittrice – facendosene giudice ora benevolo, ora in qualche modo sarcastico - rievoca i singoli avvenimenti, le consente di attaccarne i pregiudizi e i pudori, nel quadro della vicenda storica della città: sicchè i ritratti delle quattro sorelle (i cui nomi delle prime, Alice, Alba e Adele, riecheggiano - e non a caso (!) - i nomi delle protagoniste femminili della sveviana Coscienza di Zeno – diventate presto tre a causa della scomparsa prematura di Adele, morta di ‘un male misterioso, che l’avrebbe colta a circa ventisette anni (11), hanno ben presto la loro risultante nel tema dei ‘fallimenti matrimoniali’ della primogenita Alice – l’altra sorella, la spigolosa Alba, è rimasta nubile – e di Elsa, l’ultima nata, che è la madre della scrittrice.

«L’alterìgia borghese, come posa nelle fotografìe a lato di una colonna mozza, il piede elegantemente poggiato sui gradini ricoperti di morbidi tappeti, nella vita posa al successo, alla felicità; quattrini molti, e matrimoni ben riusciti sempre, benedetti pure da abbondanti figliolanze, quasi fosse una vergogna inconfessabile, peggio di un tracollo in borsa, rivelare che i matrimoni possono fallire e l’amore risultare moneta falsa.» (12)

Al di là di quell’orizzone di fallimenti individuali fa da sfondo all’intera vicenda, con le sue implicazioni e le sue motivazioni di ordine storico, la questione dell’irredentismo triestino, una delle più annose dell’Italia di quello scorcio del Novecento.

In sede critica ciò consente di affrontare - quasi come in un parallelo ideale - quella che, durante la permanenza in Egitto, aveva rappresentato una caratteristica pressocchè costante dell’universo narrativo della Cialente: la discriminazione razziale, con le problematiche a questa connesse, che costituisce un po’ lo sfondo dei due ‘affreschi’ riguardanti l’ambiente della ricca borghesìa europea ivi trapiantatasi, la Ballata levantina ed Il vento sulla sabbia.

Ma che forse non era cresciuta suo malgrado, lei stessa, fin da bambina, in un ambiente, in cui si postulava la superiorità di un popolo su un altro, predicando persino la necessità (!) di odiare lo straniero?

«Finivo per chiedermi se la mia incapacità a sentirmi ‘patriottica’ e odiare l’Austria (ma perché avrei dovuto odiare un intero paese, poi?! Con tutti i suoi bambini, la sua musica, i suoi paesaggi (?) non erano la prova ch’io fossi un essere smidollato, falso o addirittura impotente.» (13)

In tale contesto assume una profondo significato il discorso del recupero memoriale, che (come si è già sottolineato) è presente in tutta l’opera della scrittrice, trascendendo a questo punto il mero autobiografismo: nel breve racconto Canzonetta (14) il tema del rifiuto dell’odio e delle soluzioni militari fra i popoli si profila attraverso il dramma intimo di Angela - una giovinetta, che vede allontanarsi come ‘volontario’ l’uomo da cui aspetta un figlio, alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Non è difficile cogliere, qua e là nel testo, delle vere e proprie anticipazioni di quanto viene enunciato (con animo disincantato, se non con una punta di malcelato cinismo!) dal padre stesso della scrittrice in non pochi passi del romanzo;

In Canzonetta è il padre di Ninì, l’amica del cuore della protagonista, ad osservare infatti:

«Ma che cosa credono, che sarà una passeggiata con la banda e le bandiere in testa? Cosa credono, eh? Se ne accorgeranno! E quegli altri (erano i triestini) cosa credono di poter fare quando non avranno più il retroterra del quale sono lo sbocco?» (15)

Similmente la singolarità, che l’esperienza di quel continuo ‘girovagare’ per l’Italia al seguito della famiglia aveva potuto esercitare in lei fin da piccola, si rispecchia in non poche pagine del suo primo romanzo, Natalìa, inviso alla censura fascista per l’accenno a un’amicizia fra donne e che l’autrice ha riscritto soltanto nell’82.

«Eravamo lì perché…perché papà è nell’esercito…è ufficiale di cavalleria: abbiamo sempre viaggiato molto (…) (16)

«Ed ecco che alla fine di un mese di marzo i Fandel si preparavano a partire: una partenza annunciata da tempo e ormai tanto prossima che la Nina aveva ricominciato a cercare di farsi compiangere per quel suo ‘destino’ errabondo(…) Nondimeno si trattava, per tutti loro, di dover affrontare come sempre nuove mete e nuove esperienze, un ‘destino’ che accettavano ormai con un fondo di gioiosa curiosità, sebbene cercassero di nasconderla per una spontanea gentilezza verso chi li aveva lungamente e amichevolmente ospitati.’ » (17)

La ricchezza e vastità di temi presente ne Le quattro ragazze Wieselberger fa sì che, in sede critica, il romanzo si renda suscettibile di continui rimandi non soltanto alle precedenti opere dell’autrice, ma anche a svariati accostamenti ad altri autori.

Se lo si rapporta alle opere scritte dalla Cialente negli anni della sua lunga permanenza in Egitto, verrebbe fatto di accostarlo – ed in modo decisamente evolutivo - a Ballata levantina.

Di quel romanzo d’epopea rispetterebbe infatti, sia pure con le debite divergenze, anche la scansione in singole parti (ciascuna delle quali identificantesi, a sua volta, con un determinato periodo storico – esistenziale); mentre l’alternarsi del ‘narrato’ in prima persona, indi in chiave memoriale, con quello di carattere biografico – cronachistico segnerebbe un ulteriore, evidente collegamento fra le Quattro ragazze (…) ed il grande affresco sulla decadenza del levantinismo.

Se di contro lo si rapporta alla restante produzione novecentesca, almeno tre sono i libri, che mi sembra opportuno prendere in considerazione: Il mulino del Po di Bacchelli, per quel suo porsi nei termini di un ‘romanzo di famiglia’ (salvo restando il ricollegarsi di quest’ultimo a certe suggestioni e modalità ottocentesche – Nievo, Manzoni, Tolstoj, Zola – piuttosto che ai modelli della contemporaneità); Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, in riferimento alla componente storicistica, in base a cui all’amara constatazione del fallimento risorgimentale, presente nel libro dello scrittore siciliano, fa da contraltare, nel romanzo della Cialente, il tema dell’irredentismo triestino (18); e – last but not least(!) – come non riandare con la mente al bellissimo Noi credevamo di Anna Banti, pervaso da un analogo recupero, doloroso e intimo, delle memorie di quest’ ex mazziniano convinto – che è poi il nonno dell’autrice stessa – nel quadro deludente di un’Italia postunitaria, nella quale – anche agli occhi del più sprovveduto – balza subito con immediata evidenza il gap Nord - Sud e la conseguente, mancata fusione tra le due parti del Paese?

«Se ero da tempo vaccinata contro il fatale ‘irredentismo adriatico’ (e Fabio (19) aveva pagato di persona l’errore in cui l’avevano fatto crescere e maturare) la guerra alla quale assistevo mi aveva stomacata, ma suscitava in me un odio che sentivo inguaribile: l’odio contro ogni forma di nazionalismo o razzismo (‘‘sti maledeti s’ciavi, ‘sti maledeti austriacanti, ‘sti maledeti ebrei’), contro ogni sopraffazione quindi…» (20)

La polemica implicita poi nei confronti della società borghese, rivisitata dall’interno con severa oggettività, ci riporta - e non in ultima analisi - a quello, che senza alcun dubbio è il più grande ritratto della borghesìa europea, nella sua ascesa quindi nella sua inevitabile quanto impietosa decadenza, I Buddenbrook di Thomas Mann: quasi che la vicenda dei facoltosi commercianti di Lubecca racchiuda sia pur in nuce tutte quelle istanze, che - quando venne pubblicato il libro dell’autrice triestina - fecero scrivere ad Alcide Paolini

«Il romanzo, nella sua acuta analisi della dissoluzione di una famiglia, e del parallelo disfacimento della società nazionale, supera sia la letteratura della memoria, sia lo stesso scontro tra mondo triestino e mondo italiano. Le linee di questo quadro, coraggioso e impavido, si collocano infatti in una prospettiva, narrativa e ideologica, europea.» (21)


NOTE
(1) Una nuova ballata levantina, in «La Notte», 24.08.’72, p.9.
(2) E.Cecchi, Prefazione, Cortile a Cleopatra, cit.
(3) F.Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger, Mondadori, Milano, ’76.
(4) B.Maier, Scrittori triestini del Novecento, Lint, Trieste, ’68, p.28.
(5) B.Maier, Op.cit., p.7.
(6) U. Saba, Prose, Milano,’64, pp.813/819.
(7) Della Società Filarmonica di Trieste, di cui era socio il nonno della scrittrice.
(8) v. op. cit. , p. 9
(9) v. op. cit. , p.26
(10) v. op. cit. , p.13
(11) v.op. cit. , p. 17
(12) v.op. cit. , p.63.
(13) v.op. cit. ,p. 142
(14) Intitolata in origine Passeggiata con Angela; la seconda stesura è stata destinata alla raccolta dal titolo Nuovi racconti italiani, curata da Luigi Silori per la Casa Editrice Nuova Accademia, Milano, ’63. Successivamente comparve nella raccolta Interno con figure, Editori Riuniti, Roma, ’76.
(15) v. op. cit. , p.p51/52
(16) Fausta Cialente, Natalia, Mondadaori, Milano,’82, p. 13
(17) v. op. cit., p. 35
(18) Nella trattazione di tale tematica, La Cialente si è servita in massima parte del testo di Cesare Vivante, Irredentismo adriatico.
(19) Il nipote della scrittrice.
(20) v Le quattro ragazze Wieselberger, p.202
(21) v. op.cit., Prefazione.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 18 dicembre 2003
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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 28 set 2006

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