PRIMA OPERA IN ITALIANO DI GIUSEPPE TIROTTO, LA RENA DOPO LA RISACCA È UN ROMANZO DI FORMAZIONE CON UNA PATINA NOIR

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La rena dopo la risacca (2005)


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Giuseppe Tirotto, La rena dopo la risacca
Aipsa, 2005
181 pp, Euro 12.00

opo tre romanzi in lingua sarda castellanese – Lu bastimentu di li sogni di sciummma (1997), L’umbra di lu soli (2001, Cumenti ori di neula (2003) – Giuseppe Tirotto era atteso sicuramente a una prova in lingua italiana. Una sorta di verifica all’interno di una dimensione letteraria diversa e più ampia.

La prova è arrivata con La rena dopo la risacca, romanzo noir pubblicato quest’anno per le edizioni Aipsa di Cagliari. E tuttavia ha voluto mantenersi fedele, in qualche modo, al suo natio castellanese; inoltre, a pochi mesi di distanza, ha pubblicato un volume di poesia sarda, con traduzione a fronte, intitolato La forma di l’anima, edizioni Edes di Sassari, collana La biblioteca di Babele diretta da Nicola Tanda.

Ma veniamo a questa prima opera in lingua italiana di Tirotto, con una breve premessa. C’è sempre una motivazione all’origine di un romanzo, che lo ispira e che lo accompagna in tutto il percorso narrativo, anche se non sempre l’autore ne è consapevole. E questa motivazione potremmo qui rintracciarla sullo sfondo degli avvenimenti che riguardano Chiara e Antonio, due personaggi fondamentali nell’economia di questo romanzo, sorpresi dallo scrittore in un presente che è già futuro, ai quali affida il finale della storia. Congedati quasi tutti i personaggi, l’autore si preoccupa d’illuminare il rendiconto della vita, di quella reale, di quella possibile. E’ un rendiconto in terza persona che scaturisce alla fine di un lungo viaggio, qual è sempre la vita. Così, La rena dopo la risacca è una metafora che spazia dentro l’uomo, nel suo equilibrio interiore, dopo un lungo e impetuoso mareggiare.

Tutto il viaggio è intessuto del travaglio di un giovane che si innamora di una vedova, Elvira, e che cerca il gesto clamoroso, quasi eroico, per meritarsi l’attenzione, e in fondo il suo amore. Dapprima salvando il figlio Nicola dal mare in burrasca, poi rendendosi complice di un omicidio che in realtà non compie. E qui si capisce che la motivazione e in fondo l’idea stessa del romanzo sottende una sorta di “rito di passaggio”, più o meno cosciente. Un rito di passaggio, visto da un piano temporale altro e diverso, che viene collocato all’interno di una stagione tormentata, l’estate appunto, che in fondo corrisponde al clima del romanzo e ne costituisce il naturale termometro: ci troviamo infatti fra terra e mare, tra classe paesana e classe borghese, in mezzo a corpi, desideri e passioni, e non pochi turbamenti, insomma in una dimensione conflittuale e ambigua che fedelmente riflette quella interiore dell’essere umano, un essere che sta in bilico tra adolescenza e maturità. La nuova età, potremmo dire il cambiamento, per Antonio era alle porte: come lo era per la società di allora, all’inizio degli anni settanta. E qui la storia umana, quella ambientale e storica procedono insieme, organiche e coerenti.

La struttura complessiva del romanzo si basa su una narrazione che non segue un filo cronologico, si svolge infatti su due piani temporali, presente e passato; il piano del presente funge da osservatorio distaccato e privilegiato in grado di restituirci una storia che con la tecnica dei flashback si intreccia con quella presente, mentre il breve piano successivo, due o tre mesi dopo, determina e ci rivela il breve epilogo. Ci mostra, appunto, la rena dopo la risacca. Tutta la narrazione è attraversata da un rimescolio di carte, di pensieri, di emozioni, nel mare agitato della precarietà e dei turbamenti, è il rimescolio conscio e inconscio di un viaggio sempre alla ricerca, in definitiva, di un nuovo ordine, di una nuova prospettiva che infine riesca a poggiare su un equilibrio esistenziale vero e duraturo. Questo tipo di struttura, articolata e quindi più complessa, dimostra la maturità dello scrittore, la sua capacità di ricreare una storia che così diviene altra da se stessa, anche perché appare ben nutrita e lievitata con significanti, commistioni linguistiche e suggestioni, dunque non si regge soltanto in forza di personaggi e vicende.

Il piano della scrittura, della forma e della koinè, è qui condensato in un registro espressivo che costruisce e intesse la rotta del viaggio narrativo. Tirotto si muove, per dirla in linea generale, in una categoria narrativa che viene definita noir, nella quale troviamo alcuni noti scrittori sardi: come Marcello Fois, Giorgio Todde, Flavio Soriga, Giulio Angioni, certo non tutti ascrivibili a questa categoria nella stessa misura. La scrittura di Tirotto respira e si muove con scatti brevi, quasi umorali e tuttavia armonici nell’insieme, accelerazioni e cambi di direzione sia spaziali che temporali, in proposizioni in forma diretta o indiretta, talvolta con espressioni parlate. La narrazione, poi, si dipana in modo variegato e suggestivo, con metafore e figurazioni di varia provenienza e natura, con commistioni e intrecci di lingua e cultura sarda. Soprattutto nelle frasi brevi e nelle esclamazioni. E questa scelta rientra, a mio avviso, nella valutazione di molti critici italiani, i quali sono concordi nell’affermare che la letteratura italiana, almeno nell’ultimo secolo, è cresciuta e si è sviluppata grazie ad apporti e contributi di culture regionali.

Potremmo qui dividere il registro espressivo di Tirotto, quello più utilizzato, in tre parti: proposizione di lingua italiana ma di formulazione culturale sarda, di lingua ugualmente italiana ma contaminata dalla lingua e dalla cultura sarda, infine proposizione completamente sarda, per lingua e cultura. L’ironia e il disincanto dello scrittore rendono poi la narrazione più credibile, più vera. Questa scelta di registro, con tali strumenti espressivi, porta a una scrittura e alla rappresentazione di una storia che così diventa caratterizzata dal suo interno, dunque più autentica e naturale, in quanto respira di un tessuto vivo e vitale, direbbe Pasolini. Il tessuto della comunità di Castelsardo, in particolare, che coincide con quella dello scrittore. L’impasto culturale e linguistico supportano in modo naturale e credibile la storia narrata; mi sento di dire che talvolta questo impasto lievita così in profondità, sotterraneo e vulcanico, come avesse una vita propria, al punto di riuscire a prevalere sull’impianto complessivo della storia, facendo emergere dal suo grembo vicende minime e situazioni marginali. Ma anche lo stile e il senso poetico, del romanzo e dello scrittore.

L’ambiente, sia quello paesaggistico che quello sociale, esaltato dal calore della stagione estiva, non si limita a fare da sfondo: l’ambiente fa parte integrante della storia, si avvertono i suoi umori, i suoi conflitti, così le contrapposizioni e le divisioni spesso laceranti. Un ambiente che ricorda quello pavesiano de La bella estate, i cui racconti ugualmente appaiono immersi in un ambiente esuberante di una sensualità un po’ animale, un po’ magica, ambiente pienamente vivo, libero da sterili regole sociali. A riguardo dei personaggi raccontati da Tirotto, mi limito a soffermarmi su Antonio ed Elvira, dai quali emergono i tratti dell’ambiguità, innocente o calcolata, ambiguità che pure ha connotazioni di travaglio, incertezza, precarietà; è in fondo un’ambiguità giustificata dal tentativo di ‘essere’ in qualche modo, e tuttavia senza poter essere se stessi. L’ambiguità dei personaggi -talvolta oscura e torbida è l’ambiguità stessa della vita, di un destino dominante.

Dopo questo viaggio, compiuto tra le onde di un’intricata trasformazione, non rimane che la realtà della rena dopo la risacca, dove la vita conta per quello che è. Dopo le ferite, le illusioni, i sogni ingannevoli. Questi motivi valgono anche per definire, questo di Tirotto, romanzo di formazione. Romanzo che segna il passaggio da un’ostinata adolescenza a una consapevole maturità. La patina di noir, più che il clima, appare come un di più, certo intrigante, un’ombra che contribuisce ad inquietarci e ad affascinarci, laddove ci svela l’inevitabile fragilità e turbamento del giovane, disorientato da un male mascherato d’amore e spinto verso il baratro di un assassinio. La lente d’ingrandimento di Giuseppe Tirotto, attraverso la quale passano personaggi e storie, è la coscienza stessa dell’uomo. Quel punto di verità capace di misurare la vita, di sottrarla a un oscuro smarrimento, temperandola con la pietà e l’ironia, e anche con un pizzico di umana complicità.

A cura della Redazione Virtuale

Milano,25 marzo 2005
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