IN RITRATTO DI SIGNORA, TRASPOSTO ANCHE IN FILM DA JANE CAMPION, HENRY JAMES RACCONTA, L'INCONTRO DI DUE CULTURE: EUROPEA E AMERICANA

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Ritratto di signora (1881)


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Henry James, Ritratto di signora
Newton & Compton, 2004
Pp. 482
Euro 15,00

ubblicato nel 1881, Ritratto di signora è considerato il capolavoro conclusivo della prima fase della produzione di Henry James. Nel 1996 è stato trasportato sul grande schermo dalla regista neozelandese Jane Campion. Al centro della vicenda c’è Isabel Archer, una giovane americana che lascia il suo Paese per trasferirsi in Europa, dapprima in Inghilterra e successivamente in Italia.

Desiderosa di libertà e di conoscenza del mondo, rifiuta due vantaggiose proposte di matrimonio ma, divenuta ricca grazie all’eredità lasciatale dallo zio, finisce per sposare Gilbert Osmond, un egocentrico snob in cerca di denaro, presentatole da un’amica, M.me Merle. Solo alla fine aprirà gli occhi e si accorgerà degli intrighi di cui è stata l’inconsapevole oggetto, messi in atto da questi due ambigui personaggi, quando il suo destino di solitudine e infelicità si è ormai realizzato.

Ritratto di signora presenta le caratteristiche del romanzo di formazione. La sua eroina, infatti, compie il passaggio dal Nuovo Mondo, ai cui valori è stata educata, alla Vecchia Europa, che sarà per lei terreno di esperienze, per scegliere definitivamente quest’ultima.

La storia di Isabel presenta così anche l’incontro-scontro tra due diverse culture, da una parte quella americana, dall’altra quella europea.

Incontriamo per la prima volta Isabel Archer nella sua grande e vecchia casa di Albany, immersa nei libri: questi fino ad ora sono stati il suo unico mezzo di conoscenza della vita, anche se avrebbe preferito «qualsiasi fonte di ispirazione alla pagina stampata». E infatti, lasciata l’America, non tornerà più alla lettura, ma si lascerà affascinare dalla storia, dall’arte e dalla raffinatezza europee.

Il suo occhio attento è sempre pronto a registrare le diverse impressioni prodotte dalla bellezza di Gardencourt, la storica dimora acquistata dallo zio, che a lei appare «come un dipinto realizzato».

Durante il soggiorno a Firenze, il suo entusiasmo per le opere d’arte la commuove fino alle lacrime: vivere in quella città per lei è «quasi come tenere continuamente contro l’orecchio una conchiglia strappata al mare del passato. Il suo perpetuo rombo teneva sveglia la sua immaginazione».

Anche le persone che incontra sono viste come fossero ritratti: Osmond ha un viso che le sembra «non bello ma fine come uno dei ritratti della lunga Galleria degli Uffizi, sopra il ponte», il suo servitore le ricorda «una figuretta del Longhi o di Goya» e sua figlia Pansy «una infanta di Velàsquez».

Ma, a questo proposito, la figura più ricca e affascinante è senz’altro quella di M.me Merle. Non appena la vede, l’impressione che Isabel ha di lei è quella di una dama rinascimentale: la sua figura è tondeggiante e piena, la carnagione chiara, i capelli biondi sono acconciati classicamente «come quelli d’un busto di Giunone o di Niobe», e le grandi mani bianche dalla forma perfetta si muovono abilmente sulla tastiera del pianoforte.

L’incontro con M.me Merle è importante anche perché segna la prima fase del processo di iniziazione della protagonista. In quanto donna matura, anch’essa americana di nascita, ma ormai appartenente al Vecchio Mondo, rappresenta per la giovane amica un modello in cui specchiarsi: Isabel, infatti, ritrova in lei i medesimi valori di libertà e indipendenza che sente dentro di sé, sposati a quella larga esperienza di vita che vorrebbe avere. M.me Merle, «così colta e cortese, così saggia, così comprensiva… e con così poca pompa… assumeva ai suoi occhi una specie di grandezza… ».

Questa eroina jamesiana viene descritta come una creatura dalle aspirazioni illimitate, che non vuole essere «una semplice pecora del gregge», ma vuole scegliere il proprio destino e conoscere «qualche cosa della vita umana più di quello che la gente ritiene conveniente di potergliene dire». Ma poi, contro il parere di chi l’ha resa ricca, dandole così la possibilità di scegliere, e che invano tenta di aprirle gli occhi, sposa Gilbert Osmond.

Henry James la ripresenta dopo un netto cambiamento spazio-temporale: sono passati tre anni e la scena si è spostata a Roma. La descrizione della sua abitazione, palazzo Roccanera, e delle sue sale è funzionale allo stato psicologico della protagonista: dietro la facciata di solennità e di squisita ricercatezza, infatti, quegli ambienti trasmettono una sensazione di aridità e oppressione.

Quando Isabel appare, «alta e splendida», vestita di velluto nero, incorniciata dal vano della porta, produce nei visitatori più o meno estranei l’effetto di un «magnifico ritratto di signora».

Ma attraverso l’occhio attento del cugino, il lettore incomincia a intravvedere la realtà al di là dell’abbagliante quadro. Tutto quello splendore reca in sé un’idea di artificio e costrizione: la massa di drappeggi che il suo passo leggero deve trascinarsi dietro, l’elaborata acconciatura che le stringe la chioma non rappresentano la sua natura, che è semplice e libera, ma qualcos’altro. Ralph vi riconosce Osmond.

Tra le pagine successive, in cui l’autore analizza con grande realismo la sofferenza e la solitudine che si nascondono nell’animo di Isabel, colpisce in modo particolare che il suo slancio verso le opere d’arte e le tracce di storia, se prima significava apertura alla conoscenza e alla vita, ora nasce invece dall’esperienza del dolore; se prima era palpitante attesa della realizzazione di qualcosa di grande, adesso è un rimedio consolatorio. «Aveva eletto la vecchia Roma a sua confidente, perchè in un mondo di rovine le rovine della sua felicità le sembravano una catastrofe meno innaturale. Riposava la sua stanchezza su cose che si erano andate sgretolando da secoli e che pure stavano tuttora in piedi».

Nel finale, la storia si salda specularmente al proprio inizio, Gardencourt: dopo il doloroso addio al cugino morente, Ralph , il bacio di Caspar Goodwood, uno dei pretendenti respinti, suggella l’impossibilità di tornare a desiderare e di emergere dalle «acque senza fondo».

Si conclude così il romanzo, in modo sospeso e indefinito, ma, come riteneva lo stesso Henry James, veritiero, efficace e commovente.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 4 giugno 2004
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