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Romanzo criminale (2002)



Giancarlo De Cataldo, Romanzo criminale
Einaudi - Stile libero 2002
632 pp., Euro 16,00

«It's not correct - dicono gli anglosassoni nella loro sinteticità - but it's accurate». Non è del tutto esatto, ma è abbastanza preciso. È quanto si potrebbe commentare al termine della lettura avvincente di Romanzo criminale.

Si legge come un best seller americano, ma è praticamente un romanzo storico, «inteso manzonianamente come componimento misto di storia e d'invenzione» (Spinazzola) che abbraccia 20 anni di vicende repubblicane. Si svolge quasi interamente a Roma, ma spazia dalla Lombardia alla Sicilia. E' un romanzo, ma i personaggi che lo popolano sono per la maggior parte reali, e le gesta che compiono sono agli atti, o coincidono con alcune misteriosi eventi a cui si è a lungo tentato di dare una collocazione ufficiale, ma restano oscuri.

Romanzo criminale racconta le gesta di un sottobosco di borgatari romani, che sguazza tra la bisca clandestina e la piazza dello spaccio, ma poi prende in direzione dei palazzi del potere e suggerisce una chiave di lettura per interpretare la serie sanguinosa che ha tenuto la penisola con il fiato sospeso negli anni che vanno dal 1975 al 1997.

L'autore, Giancarlo De Cataldo, arriva a formulare un semplice teorema: superata una certa soglia di professionalità e di scala, qualsiasi attività criminosa finisce prima o poi con l'entrare in sintonia col sistema. A questo punto si insinua sotto l'ala protettrice di personaggi che, o ci speculano, o sono alla ricerca di manovalanza disposta ad accollarsi compiti che richiedono determinazione, precisione militare, discrezione e una totale mancanza di scrupoli. Il fenomeno è endemico.

La storia prende avvio dal furto di un'auto, nel cui bagagliaio si trova una borsa contenente un piccolo arsenale. Questo banale episodio di malavita determina un collegamento tra due bande di quartiere e mette in relazione i ragazzi che costituiranno il nucleo fondatore della Banda della Magliana, un gruppo che con le sue imprese ha inperversato per vent'anni in un tessuto sociale degradato: quello del sottoproletariato romano.

L'originalità e la forza del gruppo capitanato dal Libanese, dal Freddo e da Dandi è di aver introdotto dei metodi mafiosi, basati sulla gerarchia, sull'omertà e su una certa disciplina, in un ambiente sostanzialmente anarchico, refrattario a qualsiasi autorità.

La luce che guida questi più intraprendenti e lungimiranti soggetti e che li rende al lettore più simpatici di quanto si vorrebbe ammettere è una sorta di idealismo contorto ma legittimo: il desiderio di sottrarsi al destino di una vita scialba, in un ambiente degradato, con un lavoro insignificante, con uno stipendio appena sufficiente a coprire i bisogni essenziali. Il desiderio di emergere, di muoversi in un contesto mondano, popolato di personaggi eleganti, rispettati e dediti a sofisticati piaceri. Per i capi della Banda della Magliana il crimine è un vettore possibile per raggiungere, paradossalmente, una legalità rispettabile, oltre che agiata.

Si contrappongono a costoro due personaggi ostinati e un po' “sfigati”, nel senso che si dà oggi a questa elegante espressione. Due individui non inclini a barattare i principî di una radicata moralità in cambio di qualche privilegio e di una "scossa" alla carriera. Il comissario Scialoja e il giudice Borgia sono gli eroi senza onori e e senza gloria che, avvertendo la portata di quello che sta avvenendo, vi si oppongono con le armi spuntate della legalità e della giustizia.

Tuttavia la caratteristica di Romanzo criminale è di non avere dei personaggi di riferimento. I cinquanta e più nomi che popolano la narrazione godono di pari dignità e diritti di cittadinanza e beneficiano di un'equa distribuzione di nobiltà e miserie.

I riflettori manovrati da De Cataldo scrutano piuttosto gli angoli bui di una scena che è, non veduta, quotidianamente sotto gli occhi di tutti. L'Urbe, priva delle vestigia che la rendono celebre, ci si rivela una capitale ordinaria, immutabilmente afflitta da una decadenza strisciante. La Roma di Romanzo criminale è una città fatta di periferie e di palazzi anonimi, che si caratterizza più per la sua vastità e per i suoi cieli che per gli scorci a cui ci ha abituati il bel cinema. Una metropoli di cui ognuno potrebbe riconoscersi cittadino.

L'autore si concentra a descrivere la zona grigia tra legalità e illecito in cui gli elementi che appartengono al cosiddetto mondo per bene si spingono nella notte alla ricerca del brivido che possa colorare il benessere monotono delle loro insignificanti esistenze. Medici, avvocati, politici, sportivi e gente di spettacolo percorrono la strada del successo in senso inverso, ansiosi di travasare parte del loro reddito in passatempi esotici che la trasgressione rende più intensi. Navigano ogni sera nella promisquità di questo territorio non segnato sulle carte, costellato di locali notturni, case di appuntamento, bische clandestine e alimentato da una rete di galoppini che mantengono la coca, l'ero, il fumo a portata di mano e di portafoglio. Qui si possono incontrare piccoli e grandi criminali, terroristi neri, poliziotti corrotti, ragazze perdute, ricattatori...

In questa zona d'ombra, in cui ogni differenza sociale sembra azzerarsi, i destini delle persone si capovolgono. Così, come la reputazione di uno stimato professionista può essere irrimediabilmente compromessa, anche l'esito di un dibattimento processuale scontato può prendere una piega paradossale e portare all'incredibile assoluzione del colpevole.

De Cataldo non indugia mai sugli ammazzamenti, che pure costellano una storia che è lunga e insanguinata. La morte arriva come una necessità, ingloriosa e scontata, che al massimo lascia alla vittima solo un attimo di cosciente stupore. Ed è tutto finito. Nella Roma del Vaticano colluso con i banchieri della mafia e degli scandali, Dio è il grande assente. Se nelle basiliche, dove il cardinale riposa di fianco al principe, ogni uomo è uguale di fronte a Lui, se la spoglia mortale di un malavitoso prematuramente scomparso può trovare dimora eterna nella quiete fresca e riservata delle navate centenarie, la spiegazione è semplice: basta pagare...

In questo indefinito brulicare, arricchirsi e morire, se c'è un'entità che aleggia su tutto quanto è il business. Le cifre da capogiro generate dai commerci illeciti si riversano in infiniti rivoli, a riempire le tasche di un esercito di rinomati professionisti: avvocati senza scrupoli, consulenti finanziari, medici, usceri tutti lucrano nella loro spudorata arroganza alle spalle dei malavitosi e si fanno in quattro per perpetuarne le imprese. I soldi sporchi si perdono nei registri aggiustati dei tesorieri e ricompaiono ripuliti sotto forma di un terreno edificabile o di un raro pezzo d'antiquariato. O scompaiono del tutto.

Nella penombra degli ambienti rumorosi o, al contrario, discretissimi, fiorisce un commercio di favori, si intrecciano ricatti; è tutto un fiorire di accordi e di collusioni. È il terreno ideale per le manovre di quelli che De Cataldo chiama gli spioni, qui rappresentati dall'agente Zeta, dall'agente Pigreco e dal Vecchio. Anche a queste figure sarebbe possibile fornire un nome e un cognome reali, andando a rileggere gli annali della Storia patria alla voce "misteri".

Tuttavia questa è la parte più romanzata della storia. L'autore ci propone la sua visione sul ruolo dei “servizi” e sulla persona che li dirige: il burattinaio che muove i fili dei personaggi più in vista sulla scena nazionale. Nelle sue mani i destini delle persone si incrociano come su una scacchiera i cui pezzi si chiamano: mafia, estremismo politico, criminalità, vaticano, potere finanziario, potere politico. E' una regia imperfetta. La situazione può scappare di mano, i personaggi prendere iniziative autonome e causare disastri, fare una strage. O due...

Non sarà forse la verità, le cose non saranno andate proprio in questo modo, ma è plausibile e, a pensarci, già questo sarebbe abbastanza clamoroso, se nel frattempo la metà della cittadinanza consapevole non avesse acquistato una buona dose di disincanto, e l'altra metà non avesse mandato all'inferno tutti i valori.

Michele Placido ne ha fatto un film (Romanzo Criminale, 2005, con Stefano Accorsi e Kim Rossi Stuart).

Romanzo criminale rammenta un altro, altrettanto coinvolgente, romanzo: American tabloid, di James Elroy, un noir che si snoda intorno al contesto in cui è maturato l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Un altro mistero irrisolto. Un'altra leggenda. Il che ci stimola una riflessione sulla funzione catartica del romanzo. Una funzione che facciamo discendere dal poema epico e da Omero.

La fisiologica necessità di dare un senso alle vicende di cui è stato partecipe alimenta nel popolo il desiderio di sapere. Non c'è pace fino a che il quadro non è completo. Così, dalla coscienza indefinita della massa si fa largo una verità. Le tessere che ci sono scivolano al loro posto. Come dinnanzi a un affresco pompeiano, là dove la pittura è irrimediabilmente compromessa, viene in soccorso l'immaginazione. Dove la giustizia fallisce si crea il Mito, di gran lunga più tenace e più vivido della Storia.

Il romanzo, come un tempo il poema epico, è una formidabile forma di conoscenza, che permette al popolo di stabilire la “verità” dei fatti. Da qui proviene la funzione sacra del poeta, del menestrello, dell'autore. De Cataldo, come poeta, parte da una posizione avvantaggiata; la sua “altra” attività (è magistrato) gli da accesso alle carte processuali. La sua esperienza nel decifrarle gli ha permesso di proporre, non una ricostruzione fedele, ma la descrizione del fenomeno.

Ne è scaturito un romanzo che scorre dalla prima pagina all'ultima senza una sbavatura e senza un attimo di respiro; un ritratto preciso, forse proprio perché imperfetto, dell'Italia metropolitana dell'ultimo Novecento.

21 novembre 2005
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