SALONS RACCOGLIE LE OSSERVAZIONI CHE LO SCRITTORE GIORGIO MANGANELLI HA ELABORATO PER FRANCO MARIA RICCI E FUBBLICATO SULLA RIVISTA «FMR»

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Salons (1986)


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Giorgio Manganelli, Salons
Adelphi, 2000
Biblioteca Adelphi, 160 p.
35 Tavole fuori testo
Euro 33.57


davvero misterioso scrivere? Più di fare il pane o di cucire un vestito? E se dal gesto nasce, invece che un blabla elettorale o il resoconto d’un banchiere, qualcosa di bello? Chi è che scrive? La risposta meno inesatta resta ancora “nessuno”?

I Greci sapevano bene che, senza la forza d’un furore splendente e ingiustificabile, lo slancio di esprimersi ricade su se stesso, effimero come un Icaro dalle posticce ali di pavone. C’è, insomma, solo da sperare nel miracolo che ci riduca a un campo vuoto per le danze e i canti delle Muse: si spazzi via quella povera cosa che è un “io” vogliosetto di gloria e riconoscenza! – Dante, icastico e aristocraticissmo, chiama la forza cosmica che gli “detta dentro” Amore: niente di più raro.

L’essenziale anonimità della creazione è qualcosa che l’artista ha sempre saputo: l’autore è una mano, un transito di chissà che. - Giusto la superstizione di tempi così romantici da venerare autori anziché opere (se un quadro è un Raffaello vale un tot, altrimenti molto meno) potrebbe renderci l’idea ostica. Ma un pelo più in là di cotanto senso comune, non scandalizzerebbe nessuno: un pittore zen, un miniaturista provenzale, un orafo arabo, un compositore di gregoriano, uno dei tanti aedi riassunti nel nome di Omero, uno dei mille autori de Le mille e una notte, Johann Sebastian Bach, un petrarchista rinascimentale, Paul Valéry, uno scultore di Chartres, un drammaturgo elisabettiano (è “esistito” Shakespeare?), Simone Weil…

In realtà, la congettura che esista un “Autore”, michelangiolesco e microscopico Deus artistico, è durata poco: come il comò, ora sembra molto Ottocento. Già in quel fiume di pensieri che scaturisce tra Schopenhauer e Nietzsche, per scorrere fino alla psicoanalisi (per Lacan chi parla/scrive è il linguaggio stesso), la bugia polpacciosa del “genio” va gambe all’aria.

Il Leopardi giocoso delle Operette morali aveva aggiunto qualcosa che tornerà sempre in quel leopardiano divertentissimo e angosciato che è stato Manganelli: non solo l’autore è uno degli infiniti nodi possibili nella ragnatela di una “retorica”, comune a una cultura come a una colonia di polipi il suo cespo di corallo: in realtà, l’ “autore” neppure sa bene ciò che fa quando scrive, né cosa esprima, ammesso che poi lo faccia e che ci tenga


Dal risvolto di copertina

el 1986 l'editore Franco Maria Ricci sottopose allo sguardo di Giorgio Manganelli immagini disparate: tabacchiere e stemmi come celebri quadri e affreschi, vetri preziosi e fotografie, disegni e frammenti di templi. Immobile al suo tavolo di scrittore, Manganelli elaborava prosa sulla base di queste immagini, scriveva cronache di visite immaginarie come un nuovo Diderot che ci offra resoconti di sempre rinnovati "Salons". E il risultato fu una variazione trascendentale di quello stile avvolgente e onnipervasivo di cui Manganelli era maestro. Possiamo essere certi che quanto quello stile gli ha dettato non si sovrapporrà ad alcunché sia già stato detto dagli storici dell'arte o dai cultori delle varie materie. E possiamo essere certi che le sue parole si annideranno a lungo nella nostra memoria. E quando leggeremo che certi gessi rivelano "la tristezza della neve mentale" sapremo subito a chi dobbiamo questa composizione verbale.
Su queste ossessioni ci sono almeno due capolavori tra gli “improvvisi” di Salons: La recita di esistere e forse soprattutto Geometria dell’esorcismo.

E’ facile che di fronte a una pagina di Manganelli non si riesca ad andare più in là di un ingenuo e forse persino innocente “che bello!”, a sfogo di un’ammirazione inevitabile

Di qualunque cosa scriva, come un basso continuo, s’avverte la suspance della scrittura in sé: l’imprevedibilità comica dell’aggettivo, la novità esplosiva della metafora, il fantasticare tra neologismi e arcaismi, la pantomima degli ossimori: non si sa mai se lo stesso arco della frase stia per avvitarsi in una cascata di ipotassi o per essere troncata di colpo, come certe uscite istantanee di Bach dai suoi ghirigori.

Eppure, proprio questa libertà dal voler propinare “messaggi” sprigiona vortici di significati: sulla morte, la donna, il fato, il non-essere, la purezza, la scrittura, il corpo… - Non c’è voce di dizionario filosofico che non troverebbe in Manganelli il suo controcanto, ilare e geniale: exploit concettoso e sorprendente, esatta stilettata leopardiana.

“In questo continente di università, in questa patria delle tesi di laurea”, tanta spericolatezza sta all’opposto di ogni idea scolastica dell’arte: quella cosa “didattica, istruttiva, e prudente” che ci è stata comminata indefessamente, obbligandoci a scrutare in giardini d’amore e di delizia messaggi, tematiche, poetiche, contenuti, e via burocratizzando. In nessun saggio di Manganelli saremo angustiati da una qualche “minaccia pedagogica”, come la chiamò. Si scatena invece il gioco d’una intelligenza in stato di grazia, d’una verve e d’una libertà tali che non viene altra voglia che di perdersi a seguirlo.

«E’ veramente giunto l’ordine di abbandonarsi alla colpevole innocenza della delizia? Dobbiamo essere istantaneamente felici?»

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 22 gennaio 2003
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