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LA SCUOLA DI VIA PASQUALE SCURA, DI NANDO DALLA CHIESA, LA REALTA' "FUORI MISURA" DI UNA SCUOLA NAPOLETANA

La scuola di via Pasquale Scura (2004)



Nando Dalla Chiesa, La scuola di via Pasquale Scura. Appassionato elogio dell’istruzione pubblica in Italia
Filema, Napoli 2004
Sovraimpressioni, pp. 140
Euro 12,00

Autogoverno dal basso. Che cos’è? Una metafora ideologica, uno slogan, un alibi per non intervenire, un conato spontaneista di democrazia assembleare? Il quesito sembra invocare sottigliezze bizantine. Ma la storia e l’argomentazione, che in questo libro di Nando Dalla Chiesa sono un tutt’uno, richiamano prepotentemente a un ambito crudamente pratico.

La scuola pubblica italiana, attraverso le sue pagine, assume fattezze ben reali, quelle di insegnanti e studenti della “Pasquale Scura”, una media inferiore avamposto dell’istruzione pubblica in un quartiere difficile nel cuore di Napoli, segnato da tassi di abbandono da terzo mondo, degrado e disagio sociale, convivenza con fenomeni di macro e microcriminalità.

Il libro nasce come resoconto privato, quasi clandestino. Componente d’una commissione parlamentare in visita alle scuole del meridione, Dalla Chiesa non teme di narrare in prima persona la sua esperienza insieme frustrante ed esaltante. Rinunciando all’usbergo dell’ufficialità, affronta una Napoli ribollente e nervosa, colta fra una diastole e una sistole della storia civile italiana, nel vivo del farsi storia, dunque, scartando con un gesto tranciante lo stereotipo della Napoli eterna, sempre uguale a se stessa.

Ma non è aspirazione documentaria. Narrazione, piuttosto, a suggerire che il racconto letterario, ancorché non d’invenzione, si situa su un gradino euristico superiore rispetto alla mera descrizione, al resoconto, sociologico o politico che sia.

In questo risiede anche l’assoluta leggibilità del libro: la scrittura di Dalla Chiesa, immaginosa e cordiale, non cede al colore locale, ricorrendo spesso al filtro dei prediletti narratori sudamericani per illustrare il “fuori misura” della realtà napoletana.

Che cosa succede alla “Scura”? Perché è così diversa da arrestare l’attenzione del politico, dello studioso, costringendolo a una riflessione insieme speranzosa e amara?

Alla “Scura” è in atto un'incredibile operazione “fai da te”, che interpreta con larghezza creativa le possibilità offerte dai programmi ministeriali, quando non arriva a indirizzarsi verso un’aperta rotta di collisione con l’ufficialità dei programmi. Non si tratta di violare le regole, ma di tener conto d’un complesso di regole più vasto e polimorfo di quello universalmente riconosciuto. Innanzitutto quelle del territorio, fattore mai preso in considerazione, neppure in questi tempi di strombazzata devolution.

Progetti d’educazione rivolti alle ragazze-madri, laboratori di espressione multimediale, in cui l’immagine e il suono veicolano la parola fino alla formazione d’una primitiva ma congruente ossatura logica. Tutoraggio esercitato da alunni di una scuola superiore, in forme efficaci e inedite, come la partita di pallone o l’andata al cinema. Perfino l’antica piaga del lavoro precoce, regolarizzata e istituzionalizzata, cambia di segno diventando formazione professionale.

In una struttura fatiscente, con il continuo assillo del furto o del raid vandalico, fiorisce l’incredibile ottimismo d’una manciata d’insegnanti che riesce a contagiare via via gli alunni e un intero quartiere. Le anime belle storceranno il naso, ma sono quelle che rimpiangono il disegno ornato e il tema in bella copia. Qui si tratta di far acquisire uno strumento vitale come la facoltà di comunicare, mai troppo sofisticato nella nostra orgia di comunicazione ridotta spesso a mendace rumore di fondo.

Identificati fortemente, anche se non citati per nome, personaggio collettivo, quasi un coro da cui emergono acute voci soliste, gli alunni di questa misera e nobile scuola media inferiore dei Quartieri Spagnoli: «Avevo annotato… tutto quello che potevo dei loro luoghi e dei relativi segni, delle parole che volavano nell’aria, dei gesti con cui comunicavano tra loro e in fondo anche con noi». Discorsi in prima persona, autoritratti, aspirazioni, storie private necessariamente fuse con quella collettiva.

L’autore li osserva sotto le mentite spoglie d’un giornalista sportivo, e la trovata del giornalista sportivo varrebbe tutto un trattato di psicologia sociale. Piccole vite che prendono forma tra l’incudine dello Stato impastoiato da se stesso e il martello della camorra che s’insinua dovunque. La scommessa è educarli a forme di legalità che diventino finalmente segno di distinzione e d’appartenenza, fondamento di un futuro senso civico diffuso che non sia più un lusso incomprensibile.

Sono portatori d’un un patrimonio etico originale e alternativo, nel cui quadro le distinzioni sono discriminanti e sottilissime: la preside che svolge il suo lavoro con abnegazione viene incensata, il compagno che ambisce alla divisa solo per lo stipendio è un “pagnottista”.

Sullo stesso piano si rincorrono anche le voci degli altri protagonisti, prima fra tutte quella inflessibile e gentile della preside Filippelli, con la sua confessione autobiografica che è una breve storia dell’educazione in Italia negli ultimi 25 anni, e non solo nel Meridione. Figlia della borghesia illuminata del Sud (esiste, e ha radici nobili che altra borghesia si sognerebbe) professionale e manageriale come tanti umili servitori dello Stato, maestra nell’arte del dominare le situazioni avverse, di far scaturire risorse laddove uomini e mezzi latitano. Missionaria? No, laicamente lucida, disposta alla sfida, armata d’intelligenza paziente e d’un impeccabile tailleur. In una sorta di corso di sopravvivenza fra circolari ministeriali e fatti di camorra, la preside Filippelli ricava il meglio da situazioni riottose, su elementi minimi e precari costruisce opportunità. In un Paese diverso dal nostro potrebbe ambire a un incarico ministeriale.

Accanto alla voce squillante della Filippelli si leva l’eloquio sommesso del vicepreside Parrocchia, cognome eduardiano per un insospettabile tecnico, ottimizzatore di anime prima che di computer, in apparenza umile e grigio, eroico con il suo infarto e i suoi monotoni percorsi da pendolare. Manager, artigiano in senso nobile, dà udienza a Dalla Chiesa in una pizzeria, sotto i santini di Maradona e Totò, perché Napoli è anche questo.

E il maestro di strada Marco Rossi Doria, a sua volta cantore e paladino di un’umanità offesa e dignitosa, con la sua renitenza ad assurgere a caso giornalistico. Sua la grande eresia contro la scuola idilliaca che rifiuta l’importanza dell’educazione al lavoro, la concretezza nelle scelte e nei comportamenti. Suoi gli esempi d’efficienza dei Quartieri Spagnoli che surclassano la bolsaggine della burocrazia, scolastica e non. Sua la definizione di autogoverno dal basso. Quella forma di governo che regola i rapporti senza la coercizione di un’autorità superiore, si tratti di moderare il frasario in presenza della preside o di raffreddare la foga giocando a pallone in istrada.

Tutto questo parlare, raccontarsi, progettare e protestare potrebbe sembrare specioso. Ma la grande sfida che unisce alunni preside e docenti, con il contorno di familiari e abitanti del quartiere, ha come portante la vocazione a riconquistare la parola, la capacità di esprimere bisogni e opinioni, di assumersi, in un caso come nell’altro, delle responsabilità. Solo la comunicazione spezza il cerchio dell’ego, fonda la comunità e con essa un’etica. «La parola e la sua manipolazione, il suo uso sapiente», insiste dalla Chiesa, mutuando il leitmotiv dell’educazione linguistica, caro a Don Milani, cardine della democrazia occidentale fin dall’esempio socratico.

Fin qui la storia e i suoi risvolti. Ma non va dimenticato che mentre leggiamo il libro, riferito principalmente a fatti del 1999, gli eventi sono corsi avanti. La scuola Pasquale Scura, in una Napoli non immutabile, è anch’essa mutata. Anzi, scomparsa. Invano cerchereste la Preside Filippelli o il professor Parrocchia. Obbedendo a logiche organizzative che non vogliamo discutere, la “Scura” è stata smembrata, dispersi i protagonisti di quell’avventura.

Forse porteranno, ciascuno in un ambito nuovo, il seme di quell’esperienza. “Rivoluzionari semplici”, come il Pasquale Scura al quale s’intitola la scuola, gregario non blasonato della Rivoluzione Napoletana del 1796, il cui nome cerchereste invano nei libri di storia.

Sicuramente non si tratta di una resa, anzi, forse, è una crescita, e il cieco sistema scolastico italiano ha dato involontariamente modo alla “Scura” di diffondersi e replicarsi. A riprova che Napoli non è sempre identica a se stessa. Meglio così.

Ne abbiamo letto, come in un romanzo, al passato, e fa uno strano effetto pensare che da qualche parte alunni e professori continuano a intersecare le loro vite, in una realtà che, chiuso il libro, sentiamo ancora crescere, ramificarsi, prendere vie traverse e impreviste.

Tra le piccole coraggiose case editrici del nostro meridione, la giovanissima Filema che pubblica questo libro appare già molto sicura di sé, e ha in catalogo diverse opere di notevole impegno culturale e civile. Le siamo grati per questa libro, appassionato e appassionante. Nei giorni di riapertura delle scuole, la sua lettura sarà un magnifico antidoto a tanti programmi televisivi nel corso dei quali, fra l’esibizione di rigogliose anatomie femminili, vengono largite migliaia di Euro a sprovveduti italioti, nel trionfo della balbettante demagogia mediatica che viene dall’alto.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 24 settembre 2004
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