La seconda Dora, di Silvia Ballestra, un'insegnante di religione ebraica convertita al cattolicesimo per sfuggire alle leggi razziali

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La seconda Dora (2006)



Silvia Ballestra, La seconda Dora
Rizzoli, 2006
pp. 175, euro 14,50

«E seppe, infine, che era stato magnifico, insegnare ai bambini».

he cosa significa insegnare? e cos’è che davvero impariamo dagli altri e dai noi stessi, dal percorso che ci è toccato seguire? Silvia Ballestra sembra domandarselo di continuo, lungo le pagine di La seconda Dora. Lo fa raccontando la storia di una maestra di scuola che incrocia gli anni cupi e terribili delle leggi razziali. Dora Levi, ebrea per parte di padre, nel 1938 decide, per sfuggire alle persecuzioni, di convertirsi alla religione cattolica. Diventa così, appunto, la «seconda Dora» – quella che ritroviamo negli anni della pensione impegnata a dare lezioni di catechismo ai bambini.

Il centro del libro, il fuoco che ne scalda le pagine, è in fondo – credo – il tormentoso problema dell’identità. Ché qui una maestra, una che per mestiere segue la formazione dell’altrui identità, deve fare i conti con scelte che mettono in gioco la propria. E la mettono in gioco con la forza crudele di un terremoto: come restare fedeli a sé stessi, dopo? Qui Ballestra tocca il nodo essenziale di ogni percorso di crescita – e lo fa indagando la complessità di un preciso momento storico in cui tale percorso è intralciato, complicato, assediato dalla folle volontà politica di una dittatura. E Dora? Dora sta imparando, prima di tutto: e non rinuncia a niente di sé stessa (sulle labbra spesso le tornano le parole, le preghiere della religione ebraica); tiene insieme la prima e la seconda Dora, con tutte le contraddizioni possibili – e disegna, lungo gli anni, un orizzonte più ampio che non le supera ma le comprende. E allora la voce di questo romanzo appartiene forse a una «terza» Dora: a colei che ha compreso e sperimentato la fatica di diventare quel che si è, di accettare necessità e curve a gomito dei destini individuali e collettivi, senza tuttavia abbandonarsi ciecamente a essi. Questo significa costruirsi (imparare a costruirsi). Soltanto così, forse, si può insegnare davvero qualcosa; si può capire davvero – come fa Dora – l’antica storia, la sostanza dell’educare: «ex ducere, e cioè portar fuori. Non: imporre, o travasare, o condurre sulla retta via, ma proprio portar fuori».

Ho l’impressione che questo romanzo di Silvia Ballestra prenda le mosse anche da un sentimento di riconoscenza: per maestre come Dora, per maestre che come Dora scommettono ogni giorno sull’infinito educare, e aiutano l’alunno «a realizzarsi, a pensare, a criticare, ad aprirsi verso il mondo usando tutte le sue facoltà». Ce ne siamo accorti tardi: ma se abbiamo imparato qualcosa dai nostri insegnanti, l’abbiamo imparato anche dalle tracce, dalle cicatrici di loro personalissime ferite, dagli inciampi, dalle incertezze e dagli errori che, «arginati» e «sublimati», come dice Ballestra, diventano in loro sguardo e gesto. La seconda Dora è in questo senso un omaggio e un risarcimento; ma è anche molto altro.

Nasce da una volontà di testimonianza, di partecipazione a una storia non vissuta ma che sentiamo riguardarci, essere prossima a noi, al nostro spazio di terra (qui, le Marche, meravigliosamente descritte) e di vita. Silvia si mette in ascolto, e ridà voce alla voce di Dora. Lo fa con sobrietà, con distensione lirica: per ragioni di fedeltà a quella voce e perché forse la materia stessa del racconto richiede toni bassi, richiede alla prosa una misura «classica (che un poco sembra riagganciarsi alla tradizione del racconto italiano proprio degli anni Trenta-Quaranta). Riavvicinandosi a un periodo storico con cui si sono confrontati anche recentemente, e con sapienza, autori italiani di generazioni precedenti (penso ad alcuni lavori di Rosetta Loy e di Antonio Debenedetti, per esempio), Silvia Ballestra ne trae un romanzo che sorprende e coinvolge. E che ribalta peraltro qualunque cliché sull’autrice, capace sempre di reinventarsi (si pensi all’esordio crepitante della saga di Antò e poi alla compostezza matura di un romanzo come Nina, si pensi al Compagno di mezzanotte, uno dei suoi libri più belli, e all’inchiesta famigliare di Tutto su mia nonna), capace insomma di sfidare, anche con coraggio, le possibilità del racconto.

A cura della Redazione Virtuale

20 luglio 2006
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