Ne I segreti di casa Pascoli Vittorino Andreoli, neurologo e psichiatra, conduce una analisi della vita affettiva e familiare di Giovanni Pascoli.

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I segreti di casa Pascoli (2006)


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Vittorino Andreoli, I segreti di casa Pascoli
BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2006
pp. 243 Euro 9,20

in dall’esordio del Pascoli sulla scena letteraria la critica ha interpretato alcune delle poesie più belle del poeta come connesse ai suoi complessi rapporti familiari: la nostalgia e il dolore per la morte dei genitori, il rapporto morboso e ambiguo avuto con le sorelle Ida e Maria. Di conseguenza la vita familiare e sentimentale di Giovanni Pascoli è stata rivisitata e analizzata da più punti di vista.

La singolare storia di questa costellazione familiare è stata poi accennata da Cesare Garboli in un saggio letterario che allude all ‘ipotesi del rapporto incestuoso tra il poeta e le sorelle o una di esse (Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli; Einaudi 1990).

Nel giugno scorso è stato pubblicato il libro di Vittorino Andreoli I segreti di casa Pascoli (BUR), in cui il famoso neurologo e psichiatra unisce all’ analisi oggettiva, basata su una ammirevole ricerca negli archivi pascoliani, un’interpretazione psicologica della storia familiare del poeta. Con un metodo in fondo sia psicoanalitico che documentario, Andreoli parte dall’esame di alcuni interessantissimi documenti per arrivare all’ipotesi dell’incesto, non suffragato però nè da testimonianze né da prove.

Per uno psichiatra, la realtà soggettiva ha lo stesso valore e la stessa dignità della realtà oggettiva: dato forse filosoficamente giusto, ma che d’altra parte non invera un’interpretazione che potrebbe purtroppo soltanto soddisfare la curiosità morbosa di epigoni e critici.

Premessa del lavoro di Andreoli è che la psicologia si è già occupata del mondo della creatività e di alcuni artisti del passato, analizzando quali circostanze e vissuti possano strutturare una personalità creativa e portare alla nascita di singole opere, in un’ ottica che non esclude né pretende di estrapolare meccanismi comuni alla creatività. A complicare l’impostazione del lavoro c’è però anche l’assunto che la psicologia deve necessariamente procedere con una metodologia scientifica, il che la differenzia sostanzialmente dalla critica letteraria.

Il nesso tra follia (o comunque malessere psichico) e creatività era stato individuato e indagato già da Freud (cfr. le ricerche sulla Gradiva di Jensen, 1907; su Dostoevskij, 1928; sul Mosè di Michelangelo, 1914); esistono, di altri psicologi, studi su Van Gogh, su Leonardo, Leopardi.

D’altro canto sono esistiti artisti assolutamente “normali”, e comunque Giovanni Pascoli (su questo Andreoli è molto chiaro) non può essere ascritto a una vera e propria patologia psichica, ma semmai ad una personalità con alcune caratteristiche infantili e con un Edipo non risolto, una forte fragilità emotiva, e da ultimo una dipendenza dall’alcool che lo porterà alla morte. Di chi invece lo psichiatra dà una diagnosi (di isteria) è Maria, la sorella minore che diventerà deus ex machina della vita del poeta e dell’altra sorella, Ida, di due anni più grande di lei e di otto minore di Giovanni.

La contiguità tra psicoanalisi e arte è un fatto, e nel caso del poeta decadente tematiche come quella del “fanciullino” e una costellazione familiare rappresentata in tutta la sua complessità in moltissime liriche non possono che intrigare lo studioso dell’inconscio.

Le fonti della ricerca sono fonti letterarie, in primis, ma anche gli epistolari del Pascoli, tra cui molte lettere inedite; gli scritti della sorella Maria sul poeta (Lungo la vita di Giovanni Pascoli, Mondatori 1961), nonché l’osservazione diretta da parte dello psichiatra della casa di Castelvecchio e della tomba del poeta.

Andreoli ricostruisce con cura la storia familiare a partire dalla tragica notte del 10 agosto 1867, quando il padre Ruggero viene assassinato, fino al momento in cui Giovanni, ormai adulto e docente in via di affermazione professionale, riesce ad avere con sé a Massa le due sorelle minori togliendole dal collegio dove erano cresciute. A questo punto inizia il dramma: la forte attrazione, il legame morboso e intenso che nasce tra il poeta e le due sorelle ma in particolare con Ida, che viene rappresentata nella sua bellezza e carnalità dal poeta stesso in alcuni schizzi che il libro riporta come documenti di particolare interesse.

Schizzi e lettere che esprimono un sentimento non fraterno ma morboso e diventano la base dell’ipotesi di Andreoli: un legame d’amore e attrazione fisica tra Giovanni e Ida, un amore nevrotico con Maria, sublimato nel misticismo; l’equilibrio tra i tre elementi di questa nuova famiglia avrebbe rappresentato per Pascoli la riattualizzazione dell’amore edipico mediante la proiezione della figura della madre su Ida e la propria immedesimazione col padre morto: in questo modo finalmente il genitore prematuramente perso, rivivificato in lui, poteva prendersi cura della prole, rappresentata dalla piccola Maria.

La sorella minore però a un certo punto comincia a trafficare perché Ida vada in sposa: questo improvvisamente e apparentemente senza motivo…perché non sposarsi invece lei stessa, o far sposare Giovanni?

Anche a causa di una interruzione delle fonti epistolari, lo psichiatra ipotizza che Maria si sia accorta che Ida e Giovanni stavano per varcare o avevano varcato i confini leciti di un amore fraterno e abbia voluto riequilibrare il nucleo familiare espellendo Ida, destinata per la propria femminilità prepotente a diventare moglie e madre (cosa che l’asessuata Maria non sentirà mai il bisogno di fare).

Anche la sparizione delle lettere scritte dal Pascoli in vari mesi del 1894 viene attribuito alla volontà di Maria, custode dell’archivio Pascoli, di mantenere un’immagine dignitosa e positiva del fratello, di cui ad esempio cercherà negli anni a seguire di nascondere l’alcolismo.

Le lettere del 1895 mostrano un poeta in bilico tra i sentimenti per l’una e per l’altra sorella, che appaiono in opposizione: due legami esclusivi, violenti, tormentati da gelosie che di solito non trovano spazio in una famiglia d’origine, ma somigliano a quelle vissute in un amore di coppia.

La devozione di Maria al fratello è in realtà un amore mortifero, tanto è vero che Andreoli dimostra come le nozze combinate di Ida nel 1895 diventino per Giovanni l’inizio della fine: nonostante la fulgida carriera e i successi letterari in aumento, il poeta comincerà a bere nutrendo così la cirrosi epatica che lo porterà a morte, e trascorrerà il resto della sua vita (interrottasi nel 1912) vivendo affettivamente una situazione di crescente dolore, isolamento, chiusura nell’ambito soffocante della presenza di Maria, sconforto crescente testimoniato dalle numerose epistole ad amici e alla stessa Ida. Di altri eventi della vita sentimentale del Pascoli si registra soltanto un tentativo di sposare la cugina Imelde Morri, tristemente naufragato al secondo incontro tra i due, pare anche qui per l’intervento malevolo di Maria.

Certo la parte più “scabrosa” dell’ipotesi di Andreoli, quella dell’incesto con Ida, non è suffragata da prove oggettive e sicuramente una simile ricostruzione dei fatti nulla aggiunge alla bellezza delle poesie pascoliane e ai significati individuati dalla critica letteraria.

Ma Andreoli è appunto psichiatra, non critico né letterato né storico: la descrizione che egli fa delle sue visite nell’ultima casa di Pascoli, in particolare alla camera della religiosissima Maria e alla cappella dove è conservata la tomba del poeta, sebbene non oggettiva è affascinante e forse portatrice di verità indimostrabili ma intimamente indiscutibili: perturbante il particolare delle fessure nel sarcofago, talmente sottili che solo Maria, di corporatura minuta quasi come una bimba, poteva continuare a toccare la salma di quel fratello così amato e idealizzato che non doveva amare altri che lei.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 18 settembre 2006
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