SI STA FACENDO SEMPRE PIU' TARDI, SURREALISTA ROMANZO EPISTOLARE DI ANTONIO TABUCCHI, E' UNA LETTERA ALLA MADRE IN SEDICI VARIAZIONI+UNA

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Si sta facendo sempre più tardi (2001)


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Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi
Feltrinelli, 2001,
I Narratori, 228p.
Euro 15,49

l lettore che, armato dei migliori propositi, affronti la raccolta delle diciassette lettere di Si sta facendo sempre più tardi, di Antonio Tabucchi, invano cercherà nel frontespizio le «Avvertenze dell’editore» o una «Prefazione del redattore» che lo illumini su quanto si appresta a leggere, come avviene nelle Relazioni pericolose, di Pierre Ambrois Choderlos de Laclos.

Tuttavia, anche in questo caso, abbiamo più che «fondate ragioni per pensare che non si tratti che di un romanzo» e che le lettere in questione non furono mai inviate ai rispettivi destinatari, che restano peraltro ignoti. Ma le analogie si fermano qui, perché i destinatari di queste lettere sono tutti (tranne che per l'ultima) individui di sesso femminile a cui si rivolge un uomo maturo, o almeno un uomo che pretende di trovarsi più avanti negli anni di quanto realmente non sia e che il tempo, che gli sta sfuggendo dalle mani, non gli conceda che un’ultima lettera, seppur tardiva: per riallacciare in extremis un rapporto, per rivivere un ricordo particolarmente vivido, oppure per pareggiare conti che rimarrebbero insoluti all’infinito, a causa della scomparsa di una delle parti in causa, o ancora per raggiungere idealmente nell’aldilà qualcuno con cui si è iniziato un discorso che non è stato possibile portare a termine.

Nell’affrontare ogni lettera, ci si trova come se ci si stesse apprestando a risolvere un rebus. Il mare, la capra, la donna con gli occhi chiusi, l’asso di picche. La vecchia, il geco sul muro, la forma di formaggio sopra la tavola, l’uomo che fa i conti. L’uomo nell’acqua fino alla vita, il biglietto che galleggia, il bastimento all’orizzonte. Lo scalone, il corrimano a testa di serpente, la porta socchiusa, lo specchio fessato, l’album di fotografie. Eccetera

È abitudine di Tabucchi (fa eccezione forse Sostiene Pereira, romanzo giallo ambientato in un realissimo contesto storico) di creare delle situazioni simboliche surreali, disseminate di indizi misteriosi. Delle storie che si riavvitano su se stesse, che verso il finale si ripiegano sul proprio inizio, come a delineare un otto che giace sul fianco e tende tranquillamente all’infinito. Storie che contengono altre storie. Alla fine rimane il dubbio che quello che si è letto, scritto in maniera molto accurata, nel complesso sia proprio privo di senso e che anche localmente alcune affermazioni, sotto sotto, non saprebbe interpretarle più neanche l’autore, che vi è giunto guidato dal suono delle parole, più che da un vero convincimento. Come succede a tutti noi, quando restiamo rapiti dalla musicalità di una voce interiore che ci attira sommessamente verso il sonno, nella momentanea illusione di aver trovato finalmente la risposta a un mistero che ci arrovella da anni, e anni, e anni, e che subito perdiamo nell'oblio.

Nella postfazione, l’autore sente la necessità di argomentare la genesi di questi perfetti "esercizi di stile", associandola ad alcuni eventi personali e a circostanze contingenti. Apprendiamo così che Forbidden games – uno dei brani più intriganti della raccolta – fu concepito per accompagnare il catalogo della mostra del fotografo brasiliano Márcio Scavone (questo fatto ci ricorda le circostanze che portarono alla scoperta del manoscritto di Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino) e non sorprende che proprio in questa prima lettera (che nella raccolta occupa la terza posizione) che ha dato il La a tutto il carteggio, si introduca così forte un legame con le arti figurative: il cinema e la fotografia (per quanto anche altre muse si trovino, equamente distribuite, in tutto il libro).

La Letteratura, per molti autori e anche per Tabucchi, si sta dirigendo verso il punto in cui da anni è approdata l'arte contemporanea, nelle sue forme più avanzate. Un punto in cui le argomentazioni sulle ragioni che hanno portato alla genesi di un’opera e la pongono strettamente in prospettiva, sono diventate imprescindibili e come un certificato d’origine la seguono, a rappresentare un codice, ad esclusivo uso di un ristretto consumo di élite. Si sta facendo sempre più tardi si allinea con questo modello. Nonostante la scarsità di elementi che fanno appello alla suggestione del lettore ha raggiunto la dodicesima posizione nelle classifiche di vendita. Segno che la nicchia di pubblico, colto, di formazione letteraria, a cui è destinato non è poi così piccola ed è stata soddisfatto pienamente.

Queste lettere che celebrano il trionfo della parola, come «messaggi nella bottiglia» non hanno destinatario, sono missive che l’autore ha indirizzato «a un fermo posta sconosciuto». Lo stesso Tabucchi le definisce «discorsi autoreferenziali», tentativi di spiegare a se stessi qualcosa che si è capito in ritardo; a causa di ciò si è perduta un’occasione irripetibile e poi... «la vita è transitata». Non bisogna pertanto insistere a cercarvi significati reconditi. La chiave di lettura è lì, in quel «tardi», nell’urgenza divenuta improcastinabile di sgravarsi, liberandosi da un insopportabile fardello di parole, il cui flusso è divenuto incontenibile.

Ma se si volesse andare a scavare sotto la calma apparente, quasi ipnotica, del tono di voce, potremmo forse indovinare la nevrosi di un mittente che il possesso di un inconfessabile segreto mantiene diviso dalla comunità dei suoi simili e pertanto reitera pubblicamente l’atto di liberarsi da ciò che lo rende diverso, affidandone il senso a queste lettere inviate e un unico personaggio femminile. Una “Lettera alla madre” in 16 variazioni, nella quale l’autore cerca pubblicamente di farsi una ragione di un sentimento atavico di frustrazione, di "quel" rapporto che è insoddisfatto per definizione. L’abbandono, reso più acuto dalla morte, ha escluso per sempre la possibilità che si risolva. Non rimane che l’illusione.

«Mia Donna cara, vorrei proprio scrivervi una lettera, un giorno, una lettera totale, una lettera vera e totale, ci penso, e penso come essa sarebbe se te la scrivessi: sarebbe scritta con parole semplici e ricorrenti, diventate usate da quante persone le hanno dette e quasi ingenue, seppure frementi della passione di un tempo...».

A cui risponde, per concessione delle Parche, una diciassettesima voce, affidata «al vento», che immaginiamo provenire dalla lontana dimensione dell’aldilà. Un ultimo ammonimento per ricordare «che i destinatari [...] hanno a loro volta il diritto di essere dei mittenti».

« “Io ti feci uscire da un labirinto, e tu mi ci hai fatto entrare senza che per me uscita ci sia, neanche se fosse quella estrema. Perché la mia vita è passata, e tutto mi sfugge senza possibilità di un nesso che mi riconduca a me stessa o al cosmo. Sono qui, la brezza mi accarezza i capelli e io brancolo nella notte, perché ho perso il mio filo, quello che avevo dato a te, Teseo.”»

Per queso libro Tabucchi ha ricevuto il premio France Culture 2002 per la letteratura straniera.

Milano, 04 novembre 2002
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Sara Giarratana, Genova, 24/08/'04

Ho appena finito di leggere questo libro...diverso un pò dagli altri... è difficile capirlo, interpretarlo, ma secondo me si tratta appunto di un uomo non più giovane, che ripercorre un pò la sua vita...scrivendo cose accadute, ma cose che magari non ha mai fatto con quel determinato destinatario, e ora si ritrovi ad avere rimorsi, per magari non avere scritto quella lettera prima...oppure semplicemente un uomo che da un'interpretazione del suo vissuto con un'ottica matura... Sara




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