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SENSO, DI CAMILLO BOITO, E' LA NOVELLA CHE CHIUDE LA RACCOLTA STORIELLE VANE, EDITA NEL 1883

Senso (1883)



Camillo Boito, Senso
Manni, 2002
La cifra nel tappeto, pp. 168
Euro 13,00

Senso è la novella che chiude la seconda raccolta di Storielle vane, uscita nel 1883, ed è senza dubbio quella che ha avuto maggior fortuna, grazie anche alla splendida trasposizione cinematografica che ne fece Visconti nel 1954.

La vicenda ci viene narrata attraverso il “diario” della protagonista, la contessa veneziana Livia, la quale, a distanza di quasi vent’anni, decide di raccontare a se stessa, in una sorta di autoanalisi, la sua relazione con il bellissimo tenente austriaco Remigio Ruz. Livia, all’età di ventidue anni, all’apice della sua bellezza, incontra il giovane ufficiale e se ne innamora perdutamente. La passione la spinge prima all’adulterio, poi alla disperazione, infine all’umiliazione, quando si rende conto che Remigio mirava soltanto a ottenere da lei il denaro per poter disertare. Tradita e oltraggiata, Livia denuncia il tenente alle autorità militari austriache, che lo condannano a morte.

Se la storia presenta temi che tanta parte hanno avuto nella narrativa di fine Ottocento, e in particolare nella Scapigliatura (la passione in forma travolgente, il binomio amore-morte), costituisce invece un elemento di novità, e quindi di grande rilievo, la figura della protagonista. La stessa soluzione narrativa adottata dall’autore (il “diario”) è funzionale alla caratterizzazione del personaggio di Livia: la vicenda e i relativi personaggi ci vengono presentati tutti attraverso il punto di vista di lei.

Fin dall’inizio, il lettore coglie in lei una nota saliente, (comune peraltro a molti personaggi boitiani), l’inquietudine: ha trentanove anni, e se da una parte prova conforto nel vedere la sua bellezza ancora intatta, dall’altra sente i ricordi delle esperienze passate come una piaga non ancora rimarginatasi che la lacera interiormente. È questa scia di irrisolto che la spinge a raccontare quella storia lontana, per la prima volta senza reticenze, poiché ha come destinataria soltanto se stessa, cercando di mettere in atto il conosci te stesso filosofico. Ambivalenti sono i sentimenti che prova per quello che le è accaduto: dolore e insieme acre voluttà.

La memoria la riporta indietro ai ventidue anni, quando, sposata a un vecchio e scialbo conte, i sensi eccitati dall’atmosfera veneziana calda e voluttuosa, nasce dentro di lei la terribile passione per Remigio.

Egli ci viene presentato come un misto di Adone ed Eracle, bellissimo e vigoroso, ma vile, cinico e immorale. Sono proprio le sue caratteristiche negative da antieroe ad attrarre Livia: quella bassezza d’animo le appare come il segno di una vigoria arcana.

Alla fine, messa di fronte alla cruda realtà, mentre la passione, che l’angosciosa lontananza aveva spinto all’acme, va in frantumi, si fa strada l’idea della vendetta. Considerando la spietata determinazione con cui questa viene messa in atto, il lettore non può che ripensare a quando la protagonista, all’inizio del racconta, parlando di se stessa, si paragonava alle romane antiche, (cui rimanda anche il suo nome, Livia) che giravano il pollice verso terra…

L’ultimo atto è la scena della fucilazione: Remigio che si trascina singhiozzando, la sua viltà messa in risalto dal confronto con l’atteggiamento fiero e sicuro dell’altro condannato, e Livia che si sente ancora attratta dal quel corpo statuario come quando le è apparso per la prima volta. Poi, d’un tratto, l’immagine della donna con cui è stata tradita che si slancia sul corpo ancora palpitante di lui riaccende in lei tutto lo sdegno e la coscienza del suo diritto. Le ci sono voluti anni, però, per capire che non basta una fucilata per chiudere i conti con il passato.

Un tratto affascinante della scrittura boitiana, attraverso la quale emerge il Boito studioso e critico d’arte, sono le descrizioni secondo un modulo pittorico.

Anche in Senso, infatti, gli ambienti e i paesaggi sono raffigurati sulla pagina attraverso impressioni cromatiche che richiamano i quadri di Tiziano e del Veronese, (il verde dell’acqua, le striature dorate dei tramonti, il nero delle gondole) e tratti di pennello che delineano le calette buie o gli stretti canali fiancheggiati da casupole fatiscenti.

L’incontro fra Livia e Remigio è un esempio di fusione fra arte figurativa e scrittura: l’autore, infatti, attinge da una parte alla pittura per descrivere il bagno di Livia al Lido, per rendere le cangianti sfumature dell’acqua e il movimento delle onde, dall’altra descrive le fattezze del corpo marmoreo di Remigio secondo i moduli scultorei classici.

Del resto, come scrisse egli stesso, è la natura che offre «quadri belli e dipinti», il compito dello scrittore è saperli riconoscere, «unendo così in una sola gioia la vista del vero e quella dell’arte».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 novembre 2003
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