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IL SERPENTE, OPERA DELLA MENZOGNA E DEL FALSO D'AUTORE, NEGA LA REALTA' E LA RICOSTRUISCE AD USO E CONSUMO DEL SUO PROTAGONISTA

Il serpente (1966)



Luigi Malerba, Il serpente
Oscar Mondadori, 1998,( XVI edizione)
448 pp., Euro 6,20

Pubblicato nel 1966 per i tipi di Bompiani, Il serpente è l’opera seconda di Malerba, già autore de La scoperta dell’alfabeto, uscito sempre per Bompiani nel 1963 - anno fatidico per lo scrittore e per la coscienza letteraria di tutto il Paese, scossa nelle sue fondamenta dalla nascita del Gruppo 63, di cui Malerba è stato perfetto epigono.

Sperimentare il valore della menzogna come topos narrativo; scandagliare le profondità a cui inevitabilmente tende una coscienza volenterosamente in errore; rivelare lo sberleffo del riso sardonico insito nell’alveo del falso d’autore, spacciato per realtà che si dispiega davanti allo sguardo del lettore; verificare il punto di rottura di una narrazione, la tensione massima a cui può venir sottoposto il resoconto della storia di un uomo; praticare gioiosamente il corrompimento dei generi letterari, di modo che la valenza del messaggio insito nella scrittura non possa venire pienamente compresa (senza lo sforzo di volontà della mente che percepisce di penetrare il non-senso, più vivo che mai sotto ogni discorso, di qualsiasi tipo esso sia e di qualsiasi argomento si stia trattando); di tutto questo e di molto altro ancora si occupa Il serpente.

Il libro è la storia di un uomo che mente perché non gli resta altro da fare. Mente per riempire la propria solitudine dei simboli e delle vestigia della vita quotidiana. È la storia di una mente in preda all’inganno, che adopera coscientemente l’inganno, non per danneggiare ma per venir ascoltata, al fine di poter stornare di un paragrafo o anche solo di una parola ancora il senso incombente della fine, vista come rivelamento del nulla dopo tutti i discorsi, del silenzio che oscura ogni cosa, dopo che è stata detta.

Così il protagonista/narrante si innamora di una donna di cui inventa tutto, a partire dal nome. Si inventa un passato per lei, e un futuro, un destino dagli esiti infelici. Si inventa una moglie che trova insopportabile. Spaccia per amicizie delle semplici frequentazioni professionali che sconfinano quasi nell’indifferenza. Denigra dei perfetti sconosciuti. Ammette candidamente il proprio gioco al massacro (del senso del narrato). Ammette di pensare alle cose fino allo sfinimento, prima di attuare una qualsiasi decisione in merito al loro significato ultimo, che poi in fondo non esiste mai perché quasi tutte le cose significano qualcosa d’altro.

E proprio parlando d’altro, Malerba mette in piazza le problematiche del fare scrittura, raccontando storie che lasciano trapelare il rumore della sua officina letteraria, negando la realtà per ricostruirla invece ad uso e consumo del suo protagonista – che fin da bambino osservava invece di partecipare, guardava e vedeva invece di essere e rappresentare, come tutti gli altri bambini invece facevano; che si è dato a una professione che disconosce; clinicamente ossessionato dai discorsi delle persone perché ha difficoltà di comunicare; frustrato dalla quantità immane di informazioni che gli sfuggono (anche se legge tutti i giornali), dal parlato che non lo include, dai messaggi che vengono trasmessi e non sono mai indirizzati alla sua attenzione; umiliato dal canto che la sua voce non riesce a sprigionare, costretto a praticare unicamente la fantasia come metro di giudizio dei fatti, scarni e minuti, che gli accadono.

Una mente che tende al volo libero ed è costretta alle ristrettezze di un negozio in cui la gente entra di rado e forse per errore, con la polvere che si ammucchia sul disordine, con l’unica certezza che in certi campi le cose aumentano di pregio per un difetto.

Girando sulla Seicento Multipla una Roma precisa e poco partecipe della solitudine dell’io narrante, il narratore perpetra il cannibalismo della propria storia con rigore e con un accanimento quasi diabolico e dagli esiti spassosi, che lasciano sempre l’amaro in bocca al lettore. Comicità fredda ma non solo. È qualcosa che ti nasce dentro e cresce e ti monta alla testa, e poi cammina, morde ora qui ora là. Qualcosa come un serpente velenoso, velenoso come quei veleni che “bastano un paio di gocce”, e una confessione che paradigmaticamente non viene creduta, e il gioco è finito. Tanto tutto finisce sempre.

«Parlo della nebbia», dice ad un certo punto il protagonista, «che parla anche ai morti» e vede la nebbia arrotolarsi e contorcersi, avvitandosi su se stessa come un serpente impazzito. Così accade anche al romanzo, che termina in periferia, lontano da tutto e da tutti perché, se è vero che qualunque cosa è meglio che niente, è nondimeno incontestabile che un giallo che si rispetti abbisogna di un colpevole che si faccia carico della Colpa – e la Colpa della Menzogna spetta al buffone del Re. Per cui la storia delle menzogne di un uomo solo che forse uccide la propria amante e se ne ciba, si risolve nella solitudine anonima della perfezione del delitto, che non viene scoperto anche quando è svelato. Per cui le parole si fanno invisibili, quando la realtà risulta incredibile.

26 febbraio 2004
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