SLEEP. POESIE IN INGLESE, DI AMELIA ROSSELLI, UN INCONTRO DI LINGUE DIVERSE IN UN VAGABONDARE LINGUISTICO E "FISICO"

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Sleep. Poesie in inglese (1992)


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Amelia Rosselli, Sleep. Poesie in inglese (1992)
Traduzione di E. Tandello
Garzanti, 1992
Collezione di poesia, 226 pp.
Euro 19,63

hell, loomed out
with perfect hands

l’inferno, tessuto
da mani perfette

a lingua di Amelia Rosselli è una lingua combattuta, tra la bellezza e la rabbia, tra l’inferno e la perfezione, come citano i versi in esergo. Amelia Rosselli riesce, proprio attraverso la lingua e la combinazione di parole — alcune inventate —, a far incontrare idiomi diversi, per far dichiarare alla realtà la sua psicologia più profonda.

Sleep. Poesie in inglese
ricordano al lettore il vagabondare linguistico e fisico della poetessa. Un dialogo attraverso una lingua con la quale anche Pavese si era confrontato, ma anche l’esperienza di non sentirsi mai totalmente parte di, apolide suo malgrado.

L' inglese come codice intimo per arrivare a riappropriarsi completamente dell’italiano, che sopravvive non solo nella traduzione, ma anche nell’originale, come lingua di passaggio, quasi una lingua di controllo per domande sull’amore e su Dio.

La possibilità di esprimere in più lingue il proprio sentire ha del resto caratterizzato l’opera della Rosselli. Parole che sono percosse di profondo e intimo dolore:

Tu che mi percuoti di parole
acquetati: che la mia anima sale in silenzio
su per la sordida luna

Lo streben, l’anelare di questa raccolta è continuamente verso il basso, verso l’inferno, dove Dio è un Dio che le grida di spegnere le luci.

Ma la Rosselli non ha un animo rassegnato:

poiché ciò che, infreddoliti, né io né te capiamo
è ben dire le nostre speranze, forse
è vero amore, disse la cornamusa
congelandosi. Mentre in lente volute le note parlavamo senza paura
io chiusi gli occhi e cantai lentamente, una stretta
nel pulsare di tutte le moltitudini

La lingua musicale di questa raccolta, i suoni che lenti riescono a calmarla, è una lingua che vuole il canto, che sa di essere un canto fuori dal coro, ma si stringe con le altre moltitudini a pulsare.

Scritte tra il 1953 e il 1966, questa raccolta trovò difficoltà a essere pubblicata presso le case editrici inglesi, proprio perché non era tanto lo spirito dell’Inghilterra a essere portato alla luce, quanto un colloquio personale della Rosselli con le proprie lingue, con le proprie domande, con le proprie interrogazioni:

A chi sto parlando? Chi mi chiede
alcunché? A quale tuo ribelle scopo serve
il mio gergo? Perché piangere, pestare
i tuoi piedi su questo caldo terreno, infestato
dalla pioggia, dalle lacrime che cadono amorevoli
sulla tua calda testa

Domande che esprimono un’ansia di risposte, di significare la vita. Domande incessanti, ad accanirsi con l’amore, con una passione in continua lotta con la ragione, là dove il mondo interiore del suo cuore e quello esteriore non hanno in questa lingua conbattuta alcun confine, in un ritmo che, in maniera perentoria, si afferma e si accanisce appunto.

Queste influenze sonore, questa grammatica diversa della lingua, questo labirinto della mente e del cuore potrebbero far pensare a uno sperimentalismo da Neoavanguardia alla quale per un certo periodo la Rosselli si avvicinò. Ma non troviamo qui nessuna idea di gioco linguistico, se non un gioco “mortale” che passa da un’affermazione della vita. Una donna senza una lingua madre se non quella che stava creando.

Nessuna risposta? Nessuna rinuncia? Non è da stupirsi che tu
non sia qui, non lì: non ti ha fatto riempire
le tasche di briciole, e poi t’ha fatto
fare una torta: indifesa, morsa da
paludi, uomini, topi, filigrane
pedaggi, ancora paludi, tutti gli alberi
crollanti del loro peso massiccio. Tu
non hai un amore? con il quale
snellire il peso del caso? non hai
anima, né Dio, né amore, né aiuto né
stringersi nei cespugli? Allora tendi le
mani, per pulirle, da
mani di rospo, tirannie, e trattenute semplicità
annidate da qualche parte nel tuo cuore che si scioglie
di nuovo per combattere per una buona causa

Questa buona causa — la vita — non fu tuttavia, per Amelia Rosselli, sufficiente a rimanere viva. Poiché decise di “far snellire il peso” del suo corpo. Marchiato a fuoco dalla sua parola.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 6 ottobre 2003
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