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SOTTO MENTITE SPOGLIE, DI ANTONIO FIORI, LA PAROLA DEL POETA SI FA SPERANZA

Sotto mentite spoglie (2002)



Antonio Fiori, Sotto mentite spoglie (2002)
Manni, 2002
Pretesti, pp. 80
Euro 9,00

«Siamo ormai costretti a mentire, a falsificare dati: a volte per illuderci della razionalità di una morte, a volte…» ci dice Fiori nella premessa al suo volume Sotto mentite spoglie, che segue Poesie ritrovate (1997). L’uomo del nostro tempo, ma forse è sempre stato così, naviga dentro un collaudato sistema di menzogne, crudele o indulgente non importa, e soltanto qui intende esistere, più che vivere, sotto mentite spoglie. E ugualmente in questa trama, fitta e oscura, possiamo ritrovare una verità possibile, l’unica. Verità fragile e relativa, che la poesia di Fiori cerca di salvare e, nel contempo, di preservare dalla caricatura di qualche ulteriore, e ugualmente inutile, esercizio. Poesia come cura, in qualche modo, terapia minima almeno.

Il primo passo di questa sofferta nemesi presuppone «un occhio innocente», osserva il prefatore Concu Serra, «un occhio capace di scrivere sullo specchio delle proprie umane paure, dell’assenza di un dio, del proprio amore per l’essere». Ed ecco come l’occhio coraggioso del poeta scopre non poche menzogne, visibili quanto più vengono tenute nascoste. A partire dal potere, nostra presunta salvezza, che ogni giorno si trasforma in condanna. L’annientamento è il nostro solo potere, e non possiamo certo evitarlo. Ma il verso, come il dolore, si fa speranza. Ostinata speranza.

SUL DOMINIO

Invero che cosa dominiamo?
non le epidemie
il mutare del clima
il bambino che piange
l’adolescenza assassina.

Resiste soltanto l’inestirpabile speranza
che un giorno ci sia spiegato il mondo
Fosse pure dopo la condanna.

Sotto mentite spoglie non costituisce soltanto ricerca e scoperta di mistificazioni, da una parte, e di una possibile verità, dall’altra. È, in fondo, anche la precaria, e provvisoria, risalita da un buio che lentamente diviene coscienza, umana e spirituale, al prezzo d’inevitabili contraddizioni. E di cadute e ricadute. Mentre il tempo, freddo e impietoso, legge il cammino — sino all’ultimo metro — della nostra pervicace incoerenza. Sino a scoprire che «le nostre vite saranno un unico groviglio!».

SOTTO MENTITE SPOGLIE

Si alza presto ogni mattina, si veste ed esce.
Incontra gli stessi volti per strada, alle finestre,
ripete i movimenti, le poche svolte le stesse.
Niente lo meraviglia più, solo i versetti di Marco
riescono a parlargli: vino nuovo si versi
in otri nuove soltanto.

A fatica si ripromette abiure clamorose
Ma un giorno ha saputo che Fernando e Jorge
videro cose assolute:
l’inesistente identità e le sue forme presunte,
la finzione del tempo e la fatuità dei gesti,
sotto mentite spoglie essere se stessi.

Siamo, infine, alla resa dei conti. A un rendiconto nel quale buio e luce, dolore, umane debolezze e amore, e qualunque altra esperienza, rischiano il malinteso. A riflettori spenti, tutto sarà più chiaro, definitivo, e nessuno si opporrà alla condanna. Sarà più semplice decifrare le nostre carte, in qualunque modo siano state giocate. Quelle carte che la vita ha saputo soltanto confondere. Anche la parola dell’uomo, ora fragile e oscura, saprà rispondere allora all’unica parola assoluta. La parola del poeta, intanto, in opposizione alla menzogna e a qualunque giudizio contingente, resiste coraggiosa mentre chiede un’ultima chance. Che ognuno possa comunque essere se stesso, in se stesso ritrovare l’unica salvezza possibile.

RENDICONTO

Chiedimi conto del mio debito
quando saremo al termine del viaggio
non prima per favore, non adesso!
Non distinguerei grano da crusche
nè il vino saprei scegliere e i suoi otri.

Non sarebbe leale veramente
profittare di questa confusione,
sarebbe come chiedere al ferito
d’alzarsi per reggere le accuse.

È vero che fu dato a ognuno il suo
e che la divisione fu del cielo
ma non possiamo contare sotto i fari
e distinguere i debiti dai crediti
se si rivelano apparenze anche gli amori.

Saprò risponderti all’arrivo
quando saranno spenti i riflettori.

Ci sono voci che sfidano il tempo, quando sfiorano lo spartito del silenzio o quello del fuoco quotidiano. Voci autentiche, decisive, che sono l’esperienza stessa del dolore e della pena provata. Frammenti di un unico equilibrio, dal respiro alla nudità, vissuti nella ricerca della vita e della morte, di quegli estremi che insieme ci accompagnano senza misura né pretesa di giustizia, accomunandoci nel medesimo destino.

Voci di ieri e di domani, ritrovate dentro l’uomo, si assommano e si intrecciano naturaliter nella poesia di Antonio Fiori. La fortezza Bastiani, del Deserto dei tartari, ci appare ormai inutile, un inganno scoperto. L’Ulisse moderno non rinvia pretestuamente il ritorno a Itaca, rinvia soltanto il giudizio davanti al Creatore. E la parola stessa è svestita, insonne, la vita nel suo primo farsi. Sempre testimone. Insomma, una poesia che non si nasconde in alcun modo, quella di Fiori, speculare a un uomo che ugualmente non può nascondersi davanti ai suoi simili, neppure a se stesso. Una poesia superstite, alla ricerca di una verginale ricostruzione? Minimale e insieme assoluta, se la poesia tutto rinomina e a tutto dà senso, mentre smaschera i simboli di un potere inesistente, perché l’esistente è solo nel potere dei simboli, quei simboli che, a riflettori spenti, illuminano gesti e passi in ogni tempo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 24 ottobre 2003
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