LE STAGIONI DI GIACOMO CONTRATANO L'OBLIO NEL TENTATIVO DI RECUPERARE LA MEMORIA DI UN TRAGICO PERIODO STORICO

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Le stagioni di Giacomo (1995)


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Mario Rigoni Stern, Le stagioni di Giacomo
Einaudi, 1997, pp. 168
Euro 8,20

«In questi ultimi decenni… le cose vissute e le storie si allontanano e svaniscono con una rapidità mai prima riscontrata.» (Mario Rigoni Stern)

er contrastare questa tendenza all’oblìo, Mario Rigoni Stern ci racconta la sua vita e un tempo, poco più di mezzo secolo fa, che ci pare già antico. Nella prefazione a Le stagioni di Giacomo, che va a riempire il vuoto narrativo tra la Prima guerra mondiale (da lui descritta ne L’anno della vittoria) e la seconda (narrata in Quota Albania e Il sergente nella neve), ci dice che scrivere è «determinare con parole l’oggetto della ricordanza», quasi il ricordo fosse muto, una sensazione fisica evocativa che per essere trasmessa va trasformata in parole e dunque racconto.

Forse, come dice, questo è determinato dal luogo dove vive, dal «camminare mio sempre più lento», dal trascorrere del «tempo nelle stagioni» in un paesaggio dove poco è cambiato e la vita scorre senza l’assillo del tempus fugit nel quale siamo intrappolati noi abitanti del Terzo Millennio.

Le stagioni di Giacomo sono quelle che gli è dato di vivere nel periodo tra le due guerre e che vedranno l’avvento del fascismo, la dichiarazione dell’impero, la Guerra d’Abissinia e la dichiarazione di entrata in guerra a fianco dei tedeschi.

Un libro aperto tra due guerre

«Il paese era ormai stato ricostruito». L’inizio di questo breve racconto di Mario Rigoni Stern chiude temporaneamente il sipario sulla tragica vicenda storica della Grande Guerra per rivivere, in una successione temporale, un nuovo momento storico che si concluderà nel cuore dell’inverno russo, tra la paglia di un’isba abbandonata. Sulla parete affumicata di quell’isba una frase scritta con un pezzo di carbone riportante un nome, un cognome, una contrada e la data del 18 Dicembre 1941. Il nome è quello di Giacomo e lo sguardo che la lesse, di Mario. Giacomo, il protagonista; Mario, Nino, Irene, Olga unico nucleo di una unica piccola comunità montana dell’Altopiano di Asiago, che cresce in un paese ricostruito dopo l’evacuazione della propria gente annunciata dal suono delle sei campane del campanile della chiesa alle sette del mattino del 15 maggio 1916.
Il titolo del racconto, al plurale, è significativo; il protagonista, Giacomo, attraverso “ le stagioni” della sua vita, nel periodo successivo alla Grande Guerra osserva e conosce il lento e difficoltoso recupero dell’identità degli uomini sopravissuti e stremati, moralmente e fisicamente dal primo conflitto mondiale. Un evento catastrofico che ha modificato i confini dell’animo umano ed alterato paesi, boschi, montagne. Sono anni difficili quelli post bellici: povertà , miseria, emigrazione in terre lontane sono elementi quotidiani del vivere comune dei padri, dei giovani dei vecchi e bambini della piccola comunità montana. Anche il caldo del 1928 con la sua arsura ha negato la crescita dei funghi, cancellato il verde dei pascoli, prosciugato le pozze per la raccolta dell’acqua piovana.
Giacomo non emigra come il padre; rimane ancorato alla sua terra e “ recupera” nelle trincee del Ghellerant, nei boschi distrutti a cannonate e gas pezzi di piombo, rame, metallo delle spolette per ricavarne qualche centesimo. Singolare figura il “recuperante”: tra rocce e buche inciampa fra teschi, gavette, fucili, proiettili e piastrine; incontra la morte per alimentare la vita, alla luce del sole, lungo mulattiere e sentieri, contrade boschi e rifugi, primavere ed estati, autunni ed inverni. Il recupero , per Giacomo, consente di mangiare un pezzo di pane, sedersi al cinema a guardare il film di Tom Mix, pagarsi la tessera di balilla e partecipare involontariamente ad una nuova stagione della storia.
Storia amara di false conquiste in paesi lontani ed anni amari da vivere dove balilla, avanguardisti, giovani fascisti, militi, piccole italiane si ritroveranno nelle piazze d’Italia a salutare il Duce. Destini che si perdono in una chiamata alle armi. Una cartolina anche per Giacomo lo strapperà dal suo lavoro di recuperante, togliendogli dalle spalle badile e piccone, sacco di iuta ed un po’ di cibo per sostituirli con un fucile. Amaro carico che condurrà Giacomo lontano da Irene, dalle mulattiere, dai mughi , dalle malghe, dai rododendri, dai suoi monti, dalle sue giovani spensierate stagioni.
Un libro poetico per l’intensità di ricordi e descrizioni di vita semplice e ricca nell’animo, faticosa e dura nel corpo. Un libro nella storia di piccole quotidiane storie della comunità sull’Altopiano, dove il calore del fieno, le vigilie di Natale, le estati profumate fanno da contrasto con le macerie di una guerra appena terminata e l’inizio di una nuova tragedia umana. Una contraddizione dell’ Umanità , che prima uccide e poi “ recupera”per sopravvivere.
Mario Rigoni Stern sa scoprire nel destino dell’uomo il lume della speranza e l’equilibrio della natura, fotografando, nell’abbraccio tra Mario e Giacomo a Vicenza, l’eterna memoria della profondità umana. (I.D.P.)
L’infanzia di Giacomo, come quella dei suoi compagni, passa tra la scuola e il tempo “libero” che i ragazzini trascorrono «a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, a saltare dalle rive del torrente, a giocare a calcio con un pallone di stracci, a buttarsi con gli sci dalle Laiten, a scavare cartucce per le trincee, a far legna nel bosco e altro ancora», quasi che gioco e lavoro non siano attività separate ma parte delle normali attività di ragazzi pieni di vita. Anche se il recupero dei residuati bellici della Prima guerra mondiale, che consentono alla famiglia di arrotondare, è pericoloso e qualcuno ci lascia, ogni tanto, la pelle.

I residuati, insieme ai cadaveri di soldati dei vari schieramenti, abbondano ovunque: sui prati e nei boschi di montagna dove si sono fronteggiati diversi eserciti. Sono anch’essi strumento della memoria, che consentono di non dimenticare i terribili anni della Grande guerra.

E il lavoro di “recuperante” ricorre per tutto il libro, ausilio in periodi di difficoltà economiche o di disoccupazione, forzata dalla non appartenenza alle strutture di partito quando anche in montagna si diffonderà l’organizzazione del Fascio. La politica è cosa remota vista dall’alto delle montagne. Come qualsiasi altro “fatto della vita”, per i montanari è a volte positiva, a volte negativa.

Esilarante l’episodio della rivolta contadina contro l’imposizione delle mucche svizzere a discapito delle autoctone vacche burline. I manifestanti si dirigono al municipio gridando «Viva Mussolini e i tori burlini», «e come potevano il maresciallo e il comandante della milizia forestale ordinare la carica contro chi inneggiava al capo del Governo?». Alla fine, le mucche svizzere avranno comunque la meglio, visto che «soldi e amicizia orbano la giustizia».

Il protagonista, Giacomo, che si iscrive ai Balilla senza esitazioni, non lo fa per convinzione politica, quanto per la promessa dell’attrezzatura da sci. E quando si iscrive al concorso per diventare guardia forestale e ne viene escluso, e in seguito prova ad arruolarsi alpino e lo mandano in fanteria, non sa (e non gli viene detto) che è perché partecipò da ragazzino ad uno sciopero (indetto dai lavoranti al Monumento Ossario, senza salario da un mese e mezzo).

La politica è dunque un’intrusa nella vita dei montanari: il più delle volte le sue ragioni restano comunque delle imposizioni arbitrarie e non condivisibili. «La sera del 9 maggio ci fu la proclamazione dell’impero… Quella sera venne gridato un roboante “sì”, ma tanta povera gente, tanti emigranti, boscaioli, recuperanti, manovali, non erano nelle piazze a gridare “sì”.»

La vita scorre. Giacomo diventa grande, ma l’esistenza non diviene meno dura. Tra la costruzione del Monumento Ossario, i recuperi bellici, il pascolo estivo e tutti i piccoli lavoretti accessibili a un ragazzo, passano gli anni. Fino che un giorno arriva la notizia che l’Italia è entrata in guerra. Sul documento conservato sulla mensola del camino è dichiarato “irreperibile”. Non tornerà dalla guerra. Le sue stagioni sono finite.

Rigoni Stern ci restituisce un tempo diverso, con regole che possono sembrare dure, forse insostenibili al giorno d’oggi, ma dove l’educazione era opera condivisa, oltre che dalla scuola, soprattutto dalla famiglia e dall’esperienza diretta. Un'epoca in cui rimanevano il tempo e lo spazio mentale per pensare, sviluppare opinioni proprie e cogliere le assurdità del presente.

Con le sue opere, che documentano la vita come l’ha vissuta, dall’Ottocento, un tempo «che non mi era proprio estraneo», ai giorni nostri, Mario Rigoni Stern ci ricorda che esistono altri valori su cui costruire la propria esistenza; altri ritmi che scandiscano la vita: ma soprattutto che, finchè c’è memoria, sopravvive anche la speranza di recuperarne l’armonia. (M.P.C.)

Milano, 26 febbraio 2004
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