UN GIORNO PERFETTO DI MELANIA MAZZUCCO, UN ROMANZO MODERNISSIMO DALL'ARCHITETTURA OTTOCENTESCA. NARRATIVA SOLIDA NELLA TRADIZIONE

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Stanza 411 (2006)


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Simona Vinci, Stanza 411
Einaudi, 2006
Einaudi tascabili. Stile libero big
414 p, Euro 10,80

se il «personaggio-uomo», da cui per tempo si congedò (provvisoriamente) Giacomo Debenedetti, fosse diventato in questi ultimi anni un «personaggio-corpo»? Uno che non si svela più soltanto scoperchiando la testa, affondando le parole nei tormenti della psiche, ma mettendosi a nudo anche, soprattutto fisicamente – affidato all’esibizione di forme e verità anatomiche? Nella narrativa recente, italiana e straniera, si incrociano parecchi personaggi che tutta intera, in misura diversa, esprimono – attraverso atti e discorsi – la tragedia del corpo nella contemporaneità. Non solo essi sembrano riscattare le infinite possibilità della narrazione, ma riescono a esistere (resistere) oltre la pagina, oltre la loro storia. Così accade che, libro dopo libro, Simona Vinci abbia concentrato sguardo e stile sul «residuo ultimo della vitalità e del possesso»: il corpo, appunto. Fin dall’esordio di Dei bambini non si sa niente (1997), la sua scrittura acida, rallentata ha sostanziato pagine di tensione estrema, tragiche e ossessive. I corpi di Simona Vinci stanno male, chiedono al tempo di essere guariti, ma le ferite non si ricuciono facilmente: restano segni che bruciano vene, vagine – e anche molte speranze.

Nell’ultimo breve romanzo, Stanza 411, la storia comincia proprio da un guardarsi, nudi, allo specchio. C’è una donna che scrive a voce una lettera, con lo strazio e l’abbandono delle Heroides di Ovidio, citato in epigrafe. C’è uno specchio, e l’occhiata che lo anima: e seni, pancia, costole, muscoli, tendini. «Non c’è mai modo di nascondersi, ma questo l’ho imparato soltanto adesso» dice la donna senza nome. E séguita a scrutarsi («con sguardo da macellaio»), ad aspettare un «tu» che le permetta di sentirsi in salvo. Sulla superficie di tale attesa galleggiano (è un romanzo, questo, di acqua e di vento) i brandelli di una storia d’amore – i luoghi (tutte le stanze), gli oggetti che in esse via via si depositavano («una stratificazione di materiali diversi»), i gesti; e il sesso. «Usami, ti ho detto inginocchiandomi sul letto, la faccia affondata in un cuscino, le braccia dietro di me, i polsi incrociati sulla curva della schiena. Usami. Dimentica chi sono, dimentica le mie parole, le mie lettere, il mio nome, dimentica tutto. (…) È questo il sesso: uno spazio vuoto, una stanza impersonale in una città sconosciuta».

Vinci ha scritto di una storia d’amore qualunque, che rappresenta ogni storia d’amore possibile. L’ha fatto calandola con precisione dolente e pignola in questo tempo, di Tavor ingoiati per dormire, di gocce di Lexotan sotto la lingua, di distanze a cui è complicato fare fronte. Due esseri umani si incontrano, si sfiorano, si toccano, fanno l’amore, godono e ridono; poi si distraggono, cominciano ad allontanarsi senza accorgersene. Perché càpita questo? Lei gli dice: usami; ma è di sesso che parla: il resto le fa paura (la vita le fa paura). Lei fiuta, sa che lui va anche con altre («tu sei un uomo che ha avuto molte donne. Le sento sulle tue mani, queste altre, sui polpastrelli, sulla lingua (…) Sei un uomo abituato a scopare puttane»). Lei guarda dalla finestra le ragazze dei marciapiedi, e si chiede cosa sognano la notte, che cosa ricordano (sono pagine molto belle). Lei (come forse ogni donna) ride in segreto di lui, della sua erezione concentrata e orgogliosa. Lei, muovendosi sopra di lui, un giorno scoppia a ridere, dice «scusami, devo fare pipì», si stacca da lui, lo sente tremare di rabbia: sente aprirsi «una distanza terribile». Allora più avanti le torna in mente una frase di Fassbinder quando dice che «non ci fu più un noi», non ci fu più dalla prima insignificante divergenza d’opinioni. Un amore può finire così? Quando, guardando il suo uomo accanto, una sposa si chiede all’improvviso «ma chi cazzo è questo? Chi sei? E io, che ci faccio qui?».

Stanza 411 irrita e disturba, come ammette all’inizio la stessa voce narrante, perché si approssima alla verità particolare e perciò universale di una storia amorosa che coinvolge corpi, umori, oggetti e stanze. Non vorremmo ascoltare ma ascoltiamo – come i mugolii altrui di là dalle pareti. Qui vento e pioggia fanno tremare la pelle, fanno venire voglia di stringersi o di picchiarsi – e perciò di amarsi, «malgrado tutto», come scrive l’autrice, «contro ogni logica, contro ogni convenienza, ogni riflessione, ogni senso, ogni buon senso». Mentre il mondo continua a esistere nonostante ogni fine, ogni catastrofe personale – e tutto lo schifo e la meraviglia di essersi aspettati così tanto senza avere niente, infine, da aspettare. Il romanzo di Simona Vinci, più paradigmatico e forse definitivo di qualunque trattato filosofico-sociologico sull’amore odierno, sul suo «retrogusto di lampone avariato», dice tutto questo; e lo dice con una lingua crudele e sorvegliata, specchiandoci nei suoi personaggi-corpo, nudi – che un po’ siamo anche noi.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 18 marzo 2006
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