Ennio Flaiano, giornalista, autore teatrale, sceneggiatore di grandi registi, scrittore di elzeviri e di romanzi, vissuto a Pescara e a Roma

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La stanza del vescovo (1976)


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Piero Chiara, La stanza del vescovo
Oscar Mondadori, 2000
13 ed., Euro 6,20

ell’estate del 1946 il narratore, reduce dall’internamento in Svizzera, attraversa il Lago Maggiore a bordo della sua barca, la Tinca, e nel porto di Oggebbio s’imbatte in Temistocle Orimbelli, laureato in legge che non esercita alcuna professione e vive a Villa Cleofe con la ricca moglie (dalla quale la villa prende il nome) e la cognata Matilde, che ha sposato per procura il fratello della signora. Divenuto ospite fisso della famiglia, il giovane si vede assegnare la stanza - cui allude il titolo - in cui ha dormito un vescovo, prozio di Cleofe, del quale l’armadio conserva ancora il vestito.

Il narratore e l’Orimbelli trascorrono insieme molte giornate, compiendo a bordo della Tinca una serie di perlustrazioni del lago che ben presto fanno emergere il vero temperamento del dottor Orimbelli: tornato in Lombardia dopo un lungo periodo trascorso in Africa, egli passa il tempo a rimpiangere la giovinezza perduta e, soprattutto, a collezionare avventure erotiche, anche a spese del suo compagno di viaggio. Una notte Temistocle confida all’ospite la propria relazione con Matilde, e anche il fatto che il cognato è vivo ma ha preferito far fortuna in Africa come uomo di fiducia del Ras locale.

In settembre la misteriosa morte della signora Cleofe segna un punto di svolta nella vicenda: la polizia parla di suicidio e qualche mese dopo, scaduti i dieci anni necessari a dichiarare morto il primo marito, Matilde sposa l’Orimbelli. Una sera d’aprile si presenta a Villa Cleofe Angelo Berlusconi, fratello della defunta, tornato dall’Africa a causa di una lettera che Cleofe, preoccupata per la propria vita, gli aveva spedito: dalle indagini dell’ingegnere risulta evidente che la signora è stata uccisa da Temistocle per sposare Matilde ed ereditare il denaro di Cleofe e di Angelo. All’onta dell’arresto il dottore preferisce il suicidio “alla Condè” e si impicca alla maniglia della finestra. Risolto il giallo, Angelo torna in Africa e il giovane ospite ha la possibilità di accettare l’amore di Matilde, rimasta unica erede: una barca di passaggio sul lago gli ricorda però «che la vita è un misterioso viaggio» e che è tempo «di riprendere la strada e passare ad altri capi, ad altri porti».

Pubblicato nel 1976, il romanzo riscosse un grande consenso di pubblico e di critica, confermato dall’assegnazione del Premio Napoli e dal film interpretato da Ugo Tognazzi e Ornella Muti per la regia di Dino Risi. Se l’ambientazione sul Lago Maggiore ha ricordato a Giancarlo Vigorelli modelli celebri come Addio alle armi di Hemingway e Piccolo mondo antico di Fogazzaro, va anche rilevato che si tratta del primo romanzo in cui l’autore sceglie di narrare in prima persona, caratteristica di quasi tutti i romanzi successivi ad eccezione dell’ultimo, a testimonianza (o a conferma) di una forte componente autobiografica: nel romanzo del 1978 Il cappotto di astrakan la figura del sosia scomparso arricchirà il tema dell’io narrante e del suo doppio di nuove suggestioni. L’ambientazione storica ben precisa (siamo nell’immediato dopoguerra), la scelta della struttura del giallo (presente in altre opere dello scrittore, dai Giovedì della signora Giulia ai Saluti notturni dal passo della Cisa) e, soprattutto, la notevole introspezione psicologica fanno della Stanza del vescovo uno dei romanzi più significativi di Chiara: indimenticabili i ritratti dell’Orimbelli, uomo di provincia che affida ai gloriosi ricordi di guerra i sogni di grandezza ormai tramontati per sempre, e di Matilde, figura ambigua ed affascinante, giovane vedova in bilico tra il rimpianto del matrimonio non vissuto e l’erotismo latente pronto a manifestarsi.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 2 luglio 2002
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Matteo Uguccioni, Urbania (Pesaro), 26/10/'04

Si tratta dei uno dei più bei libri che abbia mai letto. Per immedesimarsi ancora meglio nel romanzo, nel caso non si conoscano i luoghi cari all'autore, consiglio ai lettori di fare come il sottoscritto: procuratevi una cartina dettagliata del Lago Maggiore e con essa seguite il prtagonista e la Tinca tappa per tappa nel loro viaggio. Vi rivertirete tantissimo! Quanto a me, penso che prima o poi un viaggio in quei luoghi lo farò. Buona lettura!

Enrico Parravicini, (enrico.parravicini@libero.it), Varese, 29/02/'04

Ho letto tre volte La stanza del vescovo, che considero personalmente il miglior romanzo di Piero Chiara. L'ambientazione sul lago Maggiore, comune a quasi tutte le opere di Chiara, trova in questo romanzo una celebrazione a tutto tondo, fatta di luoghi, nomi, immagini, colori, profumi, che ne fanno, per chi come me ama il lago Maggiore, un irresistibile appuntamento periodico d'amore con questo paesaggio e con i suoi ricordi. Indimenticabile la figura dell'Orimbelli, uomo curioso del mondo, ma troppo pigro per affrancarsi definitivamente dagli ozi della vita di provincia; un tipico campione umano nella già ricca galleria di Chiara, che non sfigura di fianco al Camola (Il piatto piange), Paolino Mentasti (La spartizione) o Pippo Cuniberti (Il capostazione di Casalino), ma che troneggia su tutti questi per lo spessore tragico del suo epilogo esistenziale. Penso che nel narratore, anonimo come sempre, Chiara abbia pennellato spunti autobiografici già comuni ad altre opere.

MASSIMO Francini, (massimofrancini@tiscalinet.it), Robecco S.N. (Mi), 03/08/03

Essendo originario di Oggebbio e vivendo nell'interland milanese, quando voglio respirare l'aria del mio paese natio rileggo Chiara e più precisamente LA STANZA DEL VESCOVO. Piero Chiara mi ha portato e mi porta, con la TINCA, ai luoghi che ho scolpiti nella memoria e nel cuore e per questo gli sarò per sempre grato.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 28 set 2006

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