LA STORIA DELLA COLONNA INFAME, DI ALESSANDRO MANZONI, UN TESTO CHE E‘ ORMAI SIMBOLO DELL‘INAFFIDABILITA‘ DELL‘ANIMO UMANO

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Storia della colonna infame (1842)


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Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame
Superbur Classici, Rizzoli, 2002
158 pp., ril.
Euro 4,99

a Storia della colonna infame è la storia di una cronaca giudiziaria. Nella Milano del XVII secolo un uomo viene visto aggirarsi con sospetto all’alba. Questo sospetto basta per farlo arrestare con l’accusa infamante di essere un untore, di avere cioè sparso per la città dell’unguento pestifero.

L’uomo, malgrado i supplizi della tortura, nega l’accusa. Viene di nuovo torturato e finisce per confessare. I giudici, a questo punto, vogliono conoscere i nomi dei suoi complici, perché non può non aver avuto dei complici. Viene così tirato in ballo il suo barbiere. Anche questi, arrestato, prima nega, poi finisce per confessare sotto lo strazio della tortura, Viene così accusato un terzo uomo. E da questi, grazie all’ostinazione dei giudice, si giunge a scoprire una fantomatica catena di untori che ha al proprio capo un insospettabile, tale cavalier Padilla, di nobile lignaggio spagnolo. Anche questi viene arrestato, interrogato, ma non torturato. Ed alla fine scagionato. Tutti gli altri, invece, vengono condannati a morte e nel punto della città dove sorgeva la casa del barbiere viene fatta erigere una colonna, a monito immortale della riprovevole azione di aver diffuso la peste.

La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni ha conosciuto due versioni, tra loro molto diverse per ispirazione e risultato stilistico: una prima versione, «componimento misto di storia ed invenzione», nella quale prevalgono gli spunti narrativi, i dettagli apparentemente insignificanti, magari pure inventati, l’approfondimento psicologico; ed una seconda versione che, dentro il solco della “letteratura del vero”, riduce al minimo il fuoco narrativo originario per dare spazio all’analisi storico-giuridica.

L'osservazione storica manzoniana, peraltro, non ha la forza profetica di un’altra versione della storia della colonna infame, quella di Pietro Verri di Osservazioni sulla tortura, pamphlet scritto nel 1777 e pubblicato nel 1804. Mentre Verri, infatti, scrive le Osservazioni con un intento espressamente politico: sostenere l’abolizione totale della tortura; Manzoni edulcora il suo scritto di ogni punta polemica per limitarsi al succo giuridico-civile, rimettendo tutta la responsabilità dell’ingiustizia subita alla responsabilità individuale. L'esistenza o meno della tortura è un fatto secondario.

Il limite della Storia di Manzoni è tutto qua: aver sacrificato gli spunti narrativi della prima versione, per trasformare il racconto in un saggio. Solo che il saggio era stato già scritto e per una causa di grande importanza civile.

Rimane la forza di un testo — per la vertià, più famoso che letto — sulla inaffidabilità dell’animo umano, che è diventato un simbolo per sgretolare i pregiudizi ed i luoghi comuni, tramutatosi, tuttavia, esso stesso in un grande luogo comune letterario.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 gennaio 2004
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