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IN LE STRADE DI POLVERE, UN ROMANZO STORICO, ROSETTA LOY DESCRIVE UNA SAGA CONTADINA CHE PERCORRE DUE SECOLI DELLA STORIA DEL MONFERRATO

Le strade di polvere (1987)



Rosetta Loy, Le strade di polvere
Einaudi, 1995
Einaudi Tascabili, 239 p.
Euro 8,00

Una casa nel Monferrato, una costruzione a due piani con la facciata gialla e le finestre schiacciate contro il tetto, l’ultima del paese, edificata alla fine del Settecento come simbolo tangibile di uno status acquisito con fatica e destrezza, quello di particolare, possidente di terre e bestiame.

Un capostipite, il leggendario Gran Masten, di cui nessuno ha mai saputo il vero nome, arricchitosi durante quelle interminabili guerre che avevano riempito la mappa dell’Europa tra il XIIX e il XIX secolo, finito sotto le ruote del carro un’estate che diluviò tanto da far straripare il Tanaro.

Due fratelli orfani, Pietro e Giuseppe, che decidono di prendere moglie e si fanno consigliare da un cugino che presenta loro due ragazze di Moncalvo orfane di madre, la Maria, bruna e assai bella, di cui entrambi si innamorano, e la Matelda che parla alle piante e alle sementi, castana di quel castano così diffuso nel Monferrato, come la terra fangosa e le interminabili nebbie.

Una scelta, quella di Maria, che si riverbererà nei destini delle generazioni a venire che abiteranno la casa.

Così si apre Le strade di polvere di Rosetta Loy, storia delle vicissitudini, degli amori, dei tradimenti e delle morti di una famiglia piemontese che si trova ad affrontare le molte difficoltà e le preziose, rare soddisfazioni della vita contadina ai tempi delle guerre napoleoniche e del colera che viaggia nella pancia dei soldati e naviga nei corsi d’acqua, sgorgando dalle fontane dei paesi; gli stessi paesi che ciclicamente vengono sconvolti dalle esondazioni del Po e dei suoi affluenti, torrenti di fango che fanno somigliare la campagna a un lago di piombo; quegli stessi paesi che assistono inermi al corso della storia che si dipana lungo l’arco del Secolo: guerre fallimentari con eserciti poveri e stremati in rotta e reali che abdicano ignominiosamente, città assediate e garibaldini in fuga, imboscati e ladri, imperatori che sfilano su calessi scoperti e campi rovinati dal passaggio di troppi soldati. E poi le troppe tasse che si portano via tutti i risparmi; gli anni che i raccolti non sono soddisfacenti; il freddo che taglia il fiato in bocca la mattina, coi bambini che non hanno calze per andare a scuola, i piedi lividi non riescono a camminare, i crampi li contraggono negli zoccoli; i bovari che emigrano verso la città perché nessuno ha più soldi per riparare le loro stanze e l’acqua piove sui letti.

Una narrazione a tratti favolistica, altre volte dura e asciutta, sempre pertinente, precisa ed esatta, che non indulge anche se indugia, che non consola anche se commuove, che non risolve anche se spiega, che divide e, se ricompone, quando ricompone, non è mai un ritorno all’unità primigenia.

Così i fratelli innamorati della stessa donna si dividono, uno partendo al seguito di un giovane, ambizioso generale napoleonico che lo porterà fino in Egitto e in Russia, l'altro lavorando i campi e suonando il violino, annoiando la bella moglie e non sapendo comandare sul lavoro.

Così le sorelle innamorate dello stesso uomo soffrono di reciproca gelosia: la prima destinata a consumarsi nei matrimoni, nei figli, nei risparmi e negli affari da mandare avanti; l’altra mai andata in moglie a nessuno, già amante del primo marito della sorella, poi premurosa al capezzale del secondo, quando la consorte sarà lontana per sfuggire all’epidemia del colera.

Parimenti i figli di Pietro, Gavriel e Luìs, belli e ambiti, felici e spensierati, goliardici e giocosi — il primo molestato sessualmente da una ricca, vecchia possidente, quando era ancora minorenne, il secondo marito felice e poi soldato valoroso — si ritrovano alla fine soli in quella casa dai grandi vuoti, che per molti anni, senza che nessuno se ne accorgesse, è andata avanti per forza propria, e resta loro solo una parola o due da dirsi, e quelle parole deflagrano nella casa percorrendola come un vento nell’oscurità delle stanze disabitate.

Così un po’ per tutti i personaggi e i comprimari di questa storia, che fanno sogni troppo grandi o non sognano affatto, o addirittura si vergognano di sognare. Che non riescono a gestire i sentimenti, le passioni, subendoli anche quando li soffocano: il prevosto superstizioso al limite del ridicolo, che stigmatizza la Fantina che fa l’amore col fantasma del Giai, perché con i morti non è bene avere commercio, esterrefatto al racconto delle attenzioni erotiche della signora Bocca, santa donna che fa un sacco di bei regali alla parrocchia, verso un minorenne, quindi in lacrime quando il re abdica; Bastianina, poi suor Geltrude Rosalia, che prende in odio i fratelli Gavriel e Luìs, che ha la dote di gran lunga più cospicua di tutta la famiglia, che passa il tempo a dipingere e a spiegare il paradiso alla cognata, non vuol fare la fine della madre, della zia e delle altre donne che ha conosciuto e scala uno dopo l’altro i gradini del potere e dell’indipendenza, senza mai riuscire però ad affrancarsi dal timore che l’al di là possa essere più simile al regno delle ombre frequentato dalla Fantina rispetto al paradiso biblico impartitole in collegio; Antonia, dall’infanzia trasognata animata da storie fantastiche d’amore e d’avventura, sposa fedele di Luìs, che con discrezione, inaspettatamente ma senza discussioni prende le redini della casa e dà cinque figli al marito, curandoli da sola “come una selvaggia”, con una pazienza di stampo antico, mai gelosa, eppure insoddisfatta della vita — è un tic a smascherarla, quando la dura giornata di lavoro la lascia esausta —; Pietro Giuseppe, innamorato della balia che gli ha fatto da madre e anche da padre, rinnegato dallo zio Gavriel, si laurea a Genova e vince il concorso per diventare magistrato. Dapprima arrestato dalla polizia sabauda con l’accusa di essere un cospiratore, è poi a bordo della Re d’Italia che cola a picco in seguito alla battaglia navale di Lissa del 1866. Invitato a inaugurare il monumento ai Caduti per l’Indipendenza, durante il viaggio per Alessandria amoreggia colla sorellastra invaghitasi di lui.

Non la storia, ma le storie intessute usando come filo i capelli, gli occhi, la cartilagine, la carne e il sangue, vengono raccontate da Rosetta Loy, al suono di antiche canzoni francesi eseguite alla spinetta, o di Mozart: gli amori allegri e avversati da tutti, incruenti e privi di angosce; gli amori estenuanti e furtivi; gli amori strappati a forza e quelli concupiti ai fantasmi; i sogni arzigogolati e i pensieri di chi ha smesso di sognare, che come la catena di un pozzo danno sempre lo stesso cigolio; la felicità che a volte può paragonarsi alla morte, e che si accompagna così bene a quella pioggia leggera che si ferma in goccioline sui capelli, entra fresca tra le labbra; la gioia incontenibile per un nemico che scampa alla morte; il piacere della polenta intinta nel latte; l’uva che fermenta sotto l’ultima luna di settembre; i suoni che riportano le vibrazioni della primissima infanzia, quando il verde degli alberi e il vagare delle nuvole sono ancora simili a liquidi che si riversano gli uni negli altri e le parole e le cose, non divise dalle percezioni dei sensi, assumono forme in continua metamorfosi. Attimi rari e preziosi di cui far tesoro per sempre.

È così raro godere di attimi di memorabile felicità, che val la pena di non muoversi da sotto l’ombrello, come ben sanno la Maria e la Fantina, che della festa non vollero perdere proprio nulla, nemmeno un dettaglio: Dio solo sapeva se ne avrebbero vista un’altra.

A cura della Redazione Virtuale di «ItaliaLibri»

Milano, 14 marzo 2003
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I commenti dei lettori

Bruno Zanivan, 18/11/'03

Ho letto questo libro appena uscito, sicuro che non l'avrei dimenticato mai. Oggi, a distanza di molti anni, lo rilego per l'ottava volta, scoprendovi, ancora, il senso e il perché di uomini e di donne che passano davanti agli occhi vibranti di autenticità. L'ho letto, lo rileggo ora e lo rileggerò di certo, poiché è come leggere la vita.



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