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SUB SPECIE AETERNITATIS, LA SECONDA RACCOLTA POETICA DELLO SCRITTORE, POETA E GIORNALISTA FABRIZIO FALCONI

Sub specie aeternitatis (2003)



Fabrizio Falconi, Sub specie aeternitatis
Aletti, 2003
Le remore, 64 pp.
Euro 9,00

Sub specie aeternitatis è la seconda antologia poetica di Fabrizio Falconi ed è divisa in due distinte raccolte: Candomblé e Sub specie aeternitatis.

Il titolo richiama l’espressione attraverso la quale in filosofia si usa premettere un ragionamento che trascende le consuete regole del pensiero razionale, collocando il punto di vista oltre l’immanenza della vita stessa e permette di guardare “oltre”, letteralmente: dal punto di vista dell’eternità.

Candomblé, insieme di liriche composte nel 1998, richiama esplicitamente la poetica di Mallarmé, che è l’eco sulla quale Falconi elabora il proprio concetto di poesia: la poesia “pura”, una lotta sofferta con la parola, avente come fine ultimo l’estrapolazione di una verità assoluta, dell’essenza ultima dell’umano esistere. Lo stesso Mallarmé più di un secolo fa dichiarò: «Non c’è una parola che non mi sia costata parecchie ore di ricerca; e la prima parola, che riveste l’idea iniziale, oltre a tendere essa stessa all’effetto generale della poesia, serve altresì a preparare l’ultima».

Interessante notare anche che Condomblé è il nome dato in Brasile alla religione derivante dal sincretismo fra le culture e le religioni proprie delle popolazioni provenienti dall’Africa occidentale. Tale religione si basa sul culto di divinità assimilabili alle forze della natura, le quali partecipano costantemente alla vita dell’uomo. Ne deriva una continua comunicazione fra uomo e divino, fatta di reciprocità, dove l’uomo è in grado di sviluppare positivamente la propria energia armonizzando l’unione con le forze che lo circondano.

Se considerata sotto questo punto di vista, l’etimologia stessa della parola poesia — dal greco poiein, creare — si sposa perfettamente con l’idea della poetica per Falconi: creare attraverso la parola stessa, spogliata da ogni registro precostituito, un piano altro rispetto al consueto pensiero razionale. Un altro punto di vista, insomma, capace di evocare non solo l’oggetto in sé, ma l’idea stessa dell’oggetto, sublimandolo e aprendolo a significati diversi.

Così, la poesia di Falconi opera sull’effetto simbolico della parola stessa che, citando Friedric, «solitaria, irradia il suo gioco di sogno e il suo magico suono in un mondo annullato».

È una poesia esplicitamente evocativa, polisemica, connotativa, che, attraverso un processo di personificazione, dà voce agli elementi naturali fino ad arrivare al di là, all’origine del pensiero, che diventa un non-pensiero, a Dio.

Dormir, revenir, rêver
mentre sorridi vuoi
imperare, senza grazia
concedere, martiri
pretendi al seguito
della tua innocente
brama contagiosa.

La seconda parte dell’antologia, Sub specie aeternitatis, comprende 34 liriche scritte fra il 2000 e il 2001. Il tono qui sembra essere più disteso, pur non tradendo l’ispirazione originale.

Troviamo l’amore, veicolo privilegiato per una comprensione ultima del significato della vita stessa. L’amore, visto come un tempio, come un qualcosa di sacro nella sua preziosità:

Non un recinto di scarti
e di dolori,
ma una stanza preziosa
libera e aperta
nella quale si entra
di volta in volta a piedi nudi,
quasi pregando,
con la cura gioiosa
di quel che si trasporta dentro.

L’amore per la donna, dal vago sentore nerudiano:

Dirompe, scalcia, si scuote
torna sui suoi passi.
Che cerca?
Amo
l’onda composta
dei suoi magnifici capelli,
lo sguardo ostruito, le labbra schiuse,
è sveglia ancora
come se anni e non sogni
l’attendessero alla soglia della notte.

E poi il mutare incessante delle cose «[...] tutto cambia, è tempo / nemmeno un volto uguale a ieri, / tutto finisce e ricomincia / il mare stesso desiste, torna indietro».

E ancora, la naturale armonia da riscoprire fra l’uomo e la natura: «A un figlio direi / semplice semplice è il vento / ed ogni cosa raccolta nel mondo [...]»; l’importanza del silenzio, del fermarsi per ascoltare la voce dell’anima:

Libero non sono
il tempo mi confina
un giorno alla volta sgrana
come la pedivella i suoi denti
gli stessi odori tornano,
una caccia alla volpe è la vita.

E la naturale, umana ricerca di un Dio al quale rivolgersi, senza poter avere risposta, nella consapevolezza di un vuoto incolmabile, di una solitudine universale:

Chi mi ha gettato al vento
e al rumore delle onde mi conosce,
ma io sono solo.
Diventa specchio, e non visione
dammi segno della tua voce
scomparsa.
Dammi la forza che era celeste,
aria, compagnia di ore
era,
prima che cominciasse
questo inutile corteo
di luci immobili, da passare
una a una, prima del buio.

Un lavoro ricercato quello di Falconi, un lavoro minuzioso sulla parola, sul verso cesellato, ricco di reiterazioni, sinestesie, iterazioni, diglossie, enjambement. Una parola depurata, spogliata di ogni significato prestabilito e, dunque, libera, aperta all’interpretazione che costruisce, che va oltre.

Una poesia che va letta e riletta più volte perché si dispieghi nella sua intricata preziosità e colpisca là, dove il pensiero si fa sub specie aeternitatis.

Chi è questo demone che dentro
di me si agita, non dorme
o forse sono io a dormire
dentro di lui, il mio movimento
è il suo sonno quando sgrana
i denti di fierezza per il pasto
di peccati e omissioni che lo aspetta
al risveglio. Grazie a me
lui sopravvive, sopravvive l’illusione
di resistere all’inutile
e al male.
Non necessario.
Sono io
invece l’oggetto,
e l’artefice.
Ogni giorno distruggo
il mio pezzo di creato,
lo metto in conto
e ricomincio daccapo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 27 novembre 2003
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