UMBERTO GALIMBERTI CI RICORDA COME L'AVANZARE DEL PENSIERO CI ALLONTANA DA LA TERRA SENZA IL MALE

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La terra senza il male (1997)


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Umberto Galimberti, La terra senza il male. Jung, dall'inconscio al simbolo
Feltrinelli, 2003
181 pp., Euro 10,00

è un quadro sorprendente di Bruegel sulla morte di Icaro, che ha anche ispirato una delle poesie più belle di Auden (“Musée des Beaux Arts”): in primo piano un contadino ara il suo campo, sul mare un vascello risale senza rischio la costa. Icaro è poco più d’un punto nel cielo; la sua fine è un dettaglio e non buca il silenzio di quest’angolo assorto di mondo, che dunque non partecipa, non si accorge, non sa.

Quello che in Bruegel è esposto senza orrore, fu l’angoscia di Pascal per un universo che dell’uomo “non sa niente”, ma che pure, per la sua sola smisuratezza, lo riduce a una minuzia scentrata e senza voce.

Scrive Galimberti: «che alla terra non importi qualsiasi cosa l’uomo faccia, questo non è esilio, è abisso», e dunque vertigine, spaesamento, dolore che chiede una cura - viene in mente Leopardi - lunga quanto la vita stessa. La storia dice che, di fronte al deserto del mondo, l’uomo ha risposto ribaltando il gioco: scrivendo lui, come su una pagina bianca, il suo destino, incoronandosi da sé d’un senso che il mondo non poteva dargli.

Il destino proprio dell’Occidente è stato quello di estrarre dal caos del cosmo misure certe, coerenze geometriche, logiche ineludibili: solo così l’uomo occidentale ha potuto dispiegare la sua potenza progettuale, sottoponendo quanto della materia è dominabile alle rassicuranti coercizioni della tecnica. - Uno sforzo millenario, dato che Kant scriveva ancora che «la ragione umana (…) ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le son posti dalla sua stessa natura, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni suo potere. In tale imbarazzo cade senza sua colpa». - Cose non molto diverse si ritroveranno in Wittgenstein.

Se uno sguardo potesse spogliarsi delle mille varianti della volontà di potenza, posandosi su una cosa qualunque, la troverebbe misteriosa, e allo stesso tempo forse quasi sul punto di svelarsi veramente: come se in essa convergessero i segreti dell’universo intero. - Quando su una cosa qualunque, e perfino su noi stessi, posiamo uno sguardo così disarmato, questa ci ricompensa, rivelando in sé stessa il carisma enigmatico del Simbolo.

Simbolo per l’uomo è già la sua stessa anima che, come sapevano Eraclito e Platone, Plotino e la Gnosi, Heidegger e Jung, non è meno infinita del cosmo che ci ignora, e tale, scrive Platone, da richiedere un linguaggio divino.

Inafferrabile per ogni “metodo”, l’anima sperimenta se stessa proprio dove sfugge alla ragione: obbedendo alla veggenza, alla smania erotica, all’arte, all’amore: tutte condizioni in cui l’Io si arrischia fino allo sperdimento vertiginoso di sé. Se questo possibilità si offre, dire “No” per salvare il poco che si è, è negarsi a se stessi, perché proprio «chi vorrà salvare la sua anima la perderà» (Vangelo di Marco).

L’Occidente si è destinato all’oblio dei simboli. Hegel, prospettiva per lui trionfale, credeva che il progresso del pensiero logico-razionale avrebbe disseccato del tutto i serbatoi paludosi del simbolo. La metafora del prosciugamento torna anche in Freud, che vedrà nel rafforzamento dell’Io cosciente, che annette alla sua luce e al suo controllo zone sempre nuove dell’inconscio, «un’opera di civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee.»

Questo avanzare del pensiero logico-razionale, che azzera tutto ciò che eccede i suoi orizzonti, ci allontana sempre più dalla “terra senza il male”.

A cura della Redazione Virtuale

Milano,8 aprile 2005
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