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TRA DUE MARI DI CARMINE ABATE E' UN VIAGGIO FRA PASSIONE, COLORE, GASTRONOMIA, PROFUMO DI CALABRIA

Tra due mari (2002)



Carmine Abate, Tra due mari
Mondadori, 2002
197 pp.
Euro 14,60

Questo romanzo è un respiro, anzi è pervaso da un respiro che si può perdere nella notte dei tempi, lungo quanto la memoria, oppure esaurirsi in un battito d’ali, com’è il presente. Grandezza del passato e miseria del presente? Anche, ma soprattutto ricostruzione del pensiero, il bisogno più urgente e imprescindibile in Calabria, sul quale non si sofferma più di tanto, l’Autore, ma se ne ravvisa la necessità, di capire oppure di tentare di capire.

L’antagonista di Giorgio Bellusci (invece) e della sua impresa titanica, ovvero la testa storta di uno "ndranghetista" (o si potrebbe dire la testa del calabrese o ancora più semplicemente dell’intellettuale calabrese?), viene presentato come una fatalità ineluttabile, come un dato oggettivo, che esiste come la flora mediterranea o la cucina speziata della nonna.

Esiste la testardaggine di Giorgio Bellusci e si capisce perché: continuità della storia, tradizione della cultura calabrese. Cultura che bisognerebbe conservare con la ricostruzione del Fondaco, che è il suo specchio (ha ospitato o no Dumas e altri grandi viaggiatori del Grand Tour?). La mentalità prepotente e mafiosa esiste anche se non si giustifica. Ma forse c'è sotto anche una ragione almeno economica. Ci deve essere. Perché se così non fosse, Giorgio Bellusci non riuscirebbe a ricostruire il Fondaco, neppure se si schiodasse Domineddio. Ma non morirebbe. Perché una testa storta, storta per natura (come neppure Lombroso si azzardava a sostenere) mirerebbe solo a impedire a Giorgio di realizzare il suo sogno invece di ucciderlo.

Esigenze di narrazione, probabilmente, strumentali al racconto, perché a questo punto l’aspetto primariamente dirompente del romanzo è il canale di comunicazione che si riesce finalmente ad instaurare tra il nonno e il nipote, tra il passato e il presente. Passaggio del testimone non indolore, perché Florian è un italo tedesco, ovvero un esterno, il che vuol dire che per ricostruire le coscienze ci vorrebbe il realismo nordico e, insieme, la magico-fatalistica fantasia calabra. È ciò che lo stesso Giorgio aveva trovato incontrando il fotografo Heumann, no? Florian non altro poteva essere che la sintesi di loro due.

Invero, l’ipotesi plausibile è che il Fondaco non è altro che un luogo della memoria, che bisognerebbe, questo sì, difendere e ricostruire per ipotizzare un futuro giusto e proponibile per quella regione.

Romanzo piacevole per il lettore, difficile per l’autore, tra pieghe cromatiche e geometrie geografiche, regionalizza la vicenda, forzando un po’ i localismi sia idiomatici che storici, così importanti in Calabria. Ma è l’intreccio a fornire una soluzione brillante, una cosa naturale come la morte dei due vecchi, ovvero un taglio netto con il passato per far nascere un nuovo presente.

Nella navigazione narrativa di Abate c’è tutto, forse troppo: colore, sensualità, passione, gastronomia, il che fa pensare che l’Autore (il quale pensiamo si identifichi con il narratore che turista lo è, anche se con legami di sangue), sia un altro viaggiatore del Gran Tour, che guarda la Calabria da turista, appunto, e questo è il cruccio: i mali della Calabria li vedono gli esterni, come gli emigrati di ritorno, ma non possono cambiarla perché questo spetta ai calabresi, e loro non lo sono più.

Ma, d’altra parte, sarebbe chiedere troppo ad un romanzo, non è vero?

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 maggio 2003
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