Una grande illusione maschera loperazione tenebrosa: leducazione è praticata a fin di bene.
Lo sviluppo naturale di una volontà è puro caso: caso di negligenza, caso di organismo, caso di artista. Un destino è sfuggito al controllo! (Urlo dallarme della sirena sul tetto del penitenziario).
La paura dellartista in famiglia che si vuol giustificare con gli stenti, lincertezza della vita dartista è il terrore che in seno alla famiglia, tra uomini ridotti, abbia a formarsi un uomo di sviluppo pieno: un gigante.
Tragedia, dunque, perché linfanzia è una «rivoluzione infaticabile» incapace di sospettare «la disfatta a cui è destinata». Ogni educazione percorso ipocrita «dal giardino alla cella, dalla libertà al dovere» - è «castrazione completa». Viene in mente un saggio di Elémire Zolla dal titolo a questo punto perfetto: Linfanzia assassinata. E non solo il titolo sarebbe piaciuto a Savinio.
Dopo Rousseau, che vide «luomo nelluomo e il fanciullo nel fanciullo» (Emilio) e che narrò linfanzia come letà in cui si comprende prima di pensare (Confessioni), di bimbi si costella la cultura occidentale: in Italia, si va dal garzoncello invasato di miti e natura e perciò sempre felice di Leopardi, alla festosa anarchia di Pinocchio. Solo dal lato cattolico poco o niente, almeno tra i massimi. Niente di memorabile nei Promessi Sposi, se non linfanzia triste di Gertrude che, come si sa, la condusse, monaca sventurata, a rispondere.
Dal contaminarsi di fobia per il sesso con la nostalgia di libere infanzie tra gli alberi, nasce il Fanciullino sessuofobo del professor Pascoli, animella ferita e genialmente ipocrita. Essendo pur sempre un fanciullo-poeta, a suo modo è anche una mutazione paradossale e mammista (siamo in Italia
) del poeta neonato, ma subito schifato tra le bestemmie della mamma sconvolta dei Fiori del male.
Savinio, che pure pensa allartista come a uno sopravvissuto malgrado tutto, mimetizza la tragedia dellinfanzia nella commedia degli adulti che vanno in giro «con la testa fuori della giacca» saltapicchiando da una frase fatta allaltra, sentenze che si immortalano nel bambino come le bêtises (Arbasino traduceva stronzate) già registrate da Flaubert, per primo affascinato dagli incommensurabili abissi della domestica e borghese stupidità.
Bimbi e letteratura: il conte Tolstoj la sua Infanzia la racconta per immagini viste «come attraverso le lacrime»; niente comunque in confronto ai drammi dei bambini dickensiani vessati da adulti feroci e capziosi (se ne ricorderà il Kafka di America). Un po in là, ci sono i due spiritatissimi bimbi di Giro di vite, esserini appena incomprensibili, misteri inscalfibili e forse gelidi; ancora più oltre, ma sempre come un figlio debitamente bastardo di David Copperfield, il Ferdinand Bardamu dal culetto inevitabilmente merdoso di Mort à credit
Ma il nome da fare per Savinio è soprattutto quello di Proust.
La Tragedia dellinfanzia fu pubblicata in tempi (1937: nelle piazze i megafoni enormizzavano la cattiveria del duce) in cui nelle cosiddette torri davorio dei letterati si bisbigliavano le pagine sul bimbo che andava a dormire presto la sera in attesa del fatidico bacio della mamma. Rispetto a Proust, il libro di Savinio va per tutta unaltra strada: non un ralenty di gesti ed eventi in un infinito di ferite e pensieri, ma linfanzia come un canovaccio su cui imbastire rapide rapsodie per un perenne arioso sputtanamento degli adulti. Locchio e lorecchio del ricordo ritrovano così pochade e vaudeville, con il piacere della leggerezza e il rischio dello stereotipo.
Dopo la Tragedia, Savinio ritornerà presto alla sua infanzia azzurra di bimbo italiano nato in Grecia, a cominciare da quella delizia che è lInfanzia di Nivasio Dolcemare, e infine, qua e là, nella divertentissima Nuova Enciclopedia - dove si parla anche male di Proust.
A cura della Redazione Virtuale