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TRA NOI DUE, DI ELISABETTA RASY, RACCONTA L'ADOLESCENZA DELL'AUTRICE NELLA ROMA DEGLI ANNI SESSANTA

Tra noi due (2002)



Elisabetta Rasy, Tra noi due
Rizzoli, 2002
Scala italiani, 193 pp., ril.
Euro 15,00

Riprendendo il racconto più o meno dal punto in cui l’aveva lasciato in Posillipo, Rasy si sofferma sull’adolescenza vissuta dalla protagonista narrante a Roma, negli anni Sessanta, con la madre, che arrivando nella nuova casa sembra decisa a congedarsi «dalle passioni che avevano fino ad allora attraversato e sostenuto la sua vita. Si congedava dalla bellezza e dall’amore, dal loro versante chiaro e da quello scuro e confuso, si congedava dall’allegria, il riso, il furore o la tristezza e persino dalla malinconia, non c’era posto per tutto questo nella nuova vita». Smette allora di truccarsi, di usare il rossetto, la cipria, il rimmel, e smette, soprattutto, di cantare: «non cantava più, non conosceva le nuove canzoni, e quelle vecchie erano ormai irraggiungibili, le canzoni di una voce che non era più la sua, di una voce che aveva perduto».

Una madre «bella e bizzarra» sospesa tra il prima, la giovinezza, e il dopo, la maturità; «madre poco più che quarantenne che non invecchiava ma sfioriva come i fiori che uno coglie e non mette nell’acqua». La sua borsa profumava di colonia e di tabacco, e la giovane protagonista si inebriava di quell’odore, la osservava attentamente: i vestiti, le abitudini, i silenzi. Nel romanzo rivive ognuna di queste sensazioni, dalla più dolce alla più disperata, dalla più tenera alla più crudele: l’entusiasmo con cui la accoglieva di ritorno da scuola, la partecipazione alle avventure scolastiche della figlia, l’indignazione per ogni sconfitta, gli abbracci e i baci, «il meraviglioso odore della sua pelle», gli attacchi improvvisi di furore, l’infelicità che a volte trasmetteva il suo volto incupito. «Il mio amore per lei divenne appassionato ma discontinuo», confessa la voce narrante di Tra noi due, e ricorda ancora le rare volte in cui sua madre parlava di sé e dei suoi sentimenti «commentando con molta veemenza gli umori delle stagioni e le loro irregolarità, le loro insistenze e sovversioni». Oppure parlava di libri, letti da poco o nel tempo passato, «libri letti nell’infanzia, libri che l’avevano invitata, lei allora meravigliosa principessa degli stracci, a un ballo in maschera regale, dove il travestimento era la realtà. Nessuno ho mai sentito parlare di un libro con maggior competenza di lei, che leggeva con tutto il corpo, non solo con la testa. Il suo giudizio per me era essenziale. Anche adesso quando leggo un libro che mi appare particolarmente bello, e nel libro mi perdo e mi dimentico, dico: devo darlo a mia madre. Poi mi ricordo che è morta».

Tra noi due è un libro appassionato, dall’atmosfera molto particolare in cui trovi la luce del primo pomeriggio in una Roma magnifica e assoluta, stanze in cui si nascondono segreti e vecchie storie famigliari tenacemente conservate dalla memoria, specchi che riflettono immagini di te in cui fatichi a riconoscerti, un corpo che cresce o invecchia e non sembra più tuo.

E poi parla di poesia, di un gran bisogno di grande poesia, versi che volano nell’aula di un vecchio liceo, favoleggiano di altre vite, si infrangono contro i vetri delle finestre. Estati e inverni, timidi innamoramenti, professori misteriosi dalle cui labbra pendere stupiti, cani e gatti, la fatica di passare dall’uno al due e di scoprire gli altri. Crescere e capire condividendo le stanze della propria vita con una madre stupenda e sfuggente da osservare nelle vecchie fotografie per scoprire la sua segreta vita di prima: «… guardavo il suo viso di quando io non c’ero ancora oppure c’ero ma non sapevo di esserci e l’unica garanzia della mia esistenza era lei, quel viso, appunto».

Elisabetta Rasy riprende per mano i giorni di una ragazza che forse le assomiglia e li ricostruisce seguendo le parole o il silenzio di sua madre, modulando su quella voce la sua, di scrittrice, e rendendola capiente e soffice, capace di avvolgere e restituire — soprattutto — suoni. Perché la misteriosa insegnante di francese, Emilia Starita, prima di sparire chissà dove, leggendo brani interi di letteratura senza spiegarli, lo ripeteva spesso: il suono può bastare, il suono poteva bastare, «il suono ci avrebbe comunicato il senso, il senso ci avrebbe fatto capire il significato, il significato ci avrebbe spiegato la trama, la trama ci avrebbe portato nella storia, la storia ci avrebbe portato nella conoscenza, che non è che un circolo in cui da una singola voce si arriva alla circonferenza del pianeta, con tutti i sospiri e le urla che lo abitano, e dai sospiri e dalle urla alla verità più recondita».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 luglio 2003
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