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IL TREDICESIMO INVITATO, L'ULTIMA RACCOLTA DELLE POESIE DI FERNANDA ROMAGNOLI, CURATA DA DONATELLA BISUTTI

Il tredicesimo invitato (1980)



Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato (1980)
Libri Scheiwiller, 2003
Poesia, 196 pp
Euro 16,00

Il libro comprende l’ultima raccolta di poesie di Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato, edito da Garzanti nel 1980, una scelta di testi tratta da opere precedenti — Confiteur (1965-1972), Berretto rosso (1963) — e altri componimenti ripartiti tra le sezioni Inediti (1965-1986) e Altre poesie.

Il volume, curato da Donatella Bisutti assieme all’introduzione e allo scritto finale La fortuna di Fernanda Romagnoli e gli inediti, ripropone meritoriamente l’ascolto di una delle voci più alte e significative della poesia del nostro Novecento.

Il tredicesimo invitato, raccolta che dà titolo al volume, è l’opera della maturità di questa autrice all’epoca ultrasessantenne. Quarantacinque testi composti tra il 1968 e il 1986. Anni densi di avvenimenti memorabili ma di cui, le poesie della Romagnoli, non recano tracce né echi. La sua poesia guarda infatti dentro, e oltre. Solo marginalmente intorno. In misura preminente, resta nei confini della propria interiorità divinizzata — sviluppatasi nell’humus del dolore, di una deprivante solitudine, nella soggiogante, perversa circolarità del rapporto causa-effetto.

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto. Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice. Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
Crescendomi a tormenti…

(Processo)

Ma, come s’è detto, s’aggira e indaga, la sua poesia, anche in un oltre lontano, e vicinissimo al tempo stesso:

Poi ti raggiungerò
là dove – abbandonata
la via terrestre, simile
a rotaia in disuso –
s’incammina lo spirito, esitante,
confuso ancora al grido, ancora all’orlo
della sua cieca vibrazione umana…

(Poi)

… fino a ritrovare il sentimento peculiare, profondo che pervade e accomuna i poeti più autentici, soffertamene distanti dalla vita dei più — quel rapporto arte e vita che richiama la migliore letteratura tedesca: Goethe, Holderlin, Novalis, Mann — : orgoglioso ed elitario distacco che prelude, spesso, a tragedie.

Solo più avanti negli anni, coi crescenti successi di critica, la poetessa ha potuto attenuare l’esilio domestico intessendo rapporti con importanti poeti come Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, Carlo Betocchi, Dario Bellezza

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta…

(Il tredicesimo invitato)

Ancora:

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E’ di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti…

(Falsa identità)

Raggela e commuove il grido che soffoca in questi versi, col senso di agonia, di sofferenza insanabile, di rinuncia alla vita che poi vi esplode dentro. Nell’introduzione, si fa giustamente il nome di Emily Dickinson:

… Ma sola, e quasi esausta la mia brace…
“Dammi soltanto un fiato
di vento, un fiato appena come al pappo:
e ancora in tempo giungerò al banchetto”
prego – mentre la valle perde la luce,
e più io salgo più la cima vola.

(Al monte)

Nella poesia Rossa Gallina — che conclude la prima sezione della raccolta, Forma umana — il volo goffo e rumoroso del volatile è metafora della propria ritenuta inadeguatezza:

Rossa gallina, in te odio
più del tuo chiocciolio di spavento,
dell’occhietto puntuto,
dello sconcio berretto – in te odio
il mezzo metro di vento
che spenni nel fracasso d’uno slancio…

Anche nelle altre poesie inserite nel volume la consapevolezza del proprio destino trova modo di sfogare nei versi, come in quella intitolata Io, tratta dalla seconda raccolta Berretto rosso (1963):

Quella donna dal viso indifeso
Un poco sfiorita-
che passa nello specchio
in una scolorita veste rossa,
senza fruscio, di fretta,
rialzando sul capo i capelli
con mano distratta:
quella donna dall’anima dimessa
dicono che son io.

Ma al di là di un’apparente rassegnazione, sentimenti di rimpianto, di nostalgia, di segreta aspirazione a una vita piena e felice riemergono inquietanti:

… E questo volto umano
che m’affronta ogni sera dallo specchio,
ogni sera più nudo, prosciugato
sulle crepe dell’anima: io l’accetto.
Dunque perché il tuo palpito mi strazia?
Che vuoi da me, ritratto
di quand’ero ragazza?

(Ragazza)

Lotta cruenta, dunque, tra la memoria arcaica di un’infanzia e gioventù serena e spensierata e la coscienza, il senso di disillusione proprio dell’età adulta: ormai strutturata, non più plasmabile. Lotta tra corpo e anima:

Povero corpo, e sempre
sei campo di battaglia.
Senza riguardo, senza pietà s’accalcano
sui te a scontrarsi strane compagnie,
rissose armate al soldo
di più padroni, giù d’ogni confine…
(Al mio corpo)

E:

Pagherò il mio bicchiere
con l’anima, -con quest’unica moneta
creduta d’oro!…
(Bevitore)

Ancora:

Nei ghetti del mio corpo, certe notti,
i cinque sensi circolano cupi
sobillando lo Spirito…
(Sobillazione)

Lotta impari in cui la natura terragna vince su quella eterea, divina — stoicamente agognata — come s’evince dalla bella poesia Per la boscaglia:

Fervidamente imploro che m’insegni,
ma –pronta a tutto- sbaglio ad obbedire.
Mio Dio, mio cacciatore:
io sono il cane all’erta dei tuoi segni.
Inebriato, trafitto da ogni odore;
su e giù per la boscaglia,
lasciando sangue sugli sterpi. Invano…
…mentre con lieve strepito dal grano
s’alza in fuga la quaglia.

Un continuo, espiando senso di vanità fa da contrappeso all’insaziabile sete d’assoluto, al cieco disobbedire a una Legge superiore.

E invece di essergli grati…
… insistiamo a gettare lo scandaglio
nell’onda eterna…
Certi d’essere stati destinati
a forzare la settima porta…

(Ciechi nati)

In questo dilemma esistenziale che pervade e caratterizza molta della poesia di Fernanda Romagnoli — tra adesione totale alla vita e dolorosa, faustiana chiaroveggenza, e creatività — verso il cielo s’innalza spesso un grido straziante, un’invocazione:

L’anima tace immota
quando su lei, Signore, Tu non splendi.
Quando tu sembri spento,
dentro non ho più voce da scaldare.
Come il tordo stecchito per il gelo
che il cacciatore di gennaio trova
nella mota nevosa…

(Il tordo)

Oppure:

Ma tu, dovunque effuso ad ascoltare,
presente ma nascosto,
zitto come l’uccello avanti l’alba:
non dove sei – rivelami ov’io sono.
Mio Dio, se t’abbandono
io sarò abbandonata.

(Preghiera)

Invocazione talvolta disperata:

… Senza pietà, senza pietà, Signore,
il Tuo immenso lasciarmi. Senza fine,
senza fine il mio grido
Ti voglio!

(Senza requie)

Anche quando il sentimento religioso si stempera, permane comunque un’aura mistica nel cogitare continuo, oscillante tra corporeità e trascendenza:

Anche il poeta ha un corpo.
Mangia. Invecchia.
Anche il poeta è stretto
Nella sua triste carne…

(Prima visita)

E:

… Padre,
la carne s’è stancata di ripetersi,
l’anima di cercarsi: già lontani
senti i suoni del mondo…

(80° compleanno)

Ancora:

... Quando il mio Dio m’assedia
da un’aurora qualunque,
al mio povero corpo imponendo
il suo innesto divino
la folle tentazione dell’eterno:
ed io, abbagliata, più non mi difendo
- confitta nel limo terrestre
come uno spino -.

(Quando)

Riguardo alla scrittura, la compostezza del dettato — il controllo sintattico e lessicale, le soluzioni di stile — ci fanno subito cogliere e ammirare, di Fernanda Romagnoli, la perizia artigianale, l’insistito, paziente lavoro sulla parola: l’essenzialità dei versi non può che rendere più persuasivi e autentici i sentimenti e i pensieri espressi.

La misura metrica prescelta è quella dell’endecasillabo, di tanto in tanto alternato con settenari, più di rado, con novenari. Costante è l’impiego di rime e assonanze, interne ed esterne. Tra gli strumenti retorici, ricorrono le metafore e le anafore, e ossimori, similitudini.

Fuori dalle mode, dalle scuole, fuori dal tempo, questa poesia sembra aver atteso la conclusione della parentesi terrena dell’autrice per accrescersi e affermarsi: la morte come suggello di coerenza e verità, di rispondenza perfetta tra vita e poesia. La prima, riversata nella seconda.

In quanti poeti possiamo specchiarci e ritrovarci con altrettanta intensità? Di quanti possiamo cogliere e apprezzare il dono sacrificale della poesia senza dover vincere il distanziamento dello stile, il soverchiamento del puro gioco icastico? I versi conclusivi dell’ultima poesia, Sonno, paiono riassumere un destino, quasi un epitaffio:

… I capelli riposano leggeri
nell’ombra che al suo corpo fa da culla.
Ma la mano s’è arresa
crocefissa alla vita.

Milano, 8 ottobre 2003
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I commenti dei lettori

Antonio Fiori, Sassari, 23/10/'03

Su Fernanda Romagnoli inizia a depositarsi la polvere di stelle che benignamente è destinata a cadere sui classici. Leggiamola.



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