TRENTA POESIE FAMIGLIARI DI GIOVANNI PASCOLI PERMETTONO A CESARE GARBOLI DI INTERPRETARE UN'AREA OSCURA NELLA BIOGRAFIA DEL POETA

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Trenta poesie familiari di Giovanni Pascoli (1990)


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Cesare Garboli, Trenta posie familiari di Giovanni Pascoli
Einaudi, 2000
Einaudi tascabili, 400 p.
Euro 9,81

eggi Pascoliiii?… e percheeeé?» La scena s’è ripetuta al punto da sembrare un sintomo. Passeggiare con i Versetti Satanici a Teheran o il Delta di Venere a Lourdes creerà lo stesso preoccupato sconcerto? Garboli stesso non potrebbe essere più chiaro sullo “stereotipo” di Giovanni Pascoli: «un poeta mieloso, deprimente, blandamente ipocrita, vagamente menagramo, e, sotto tanti aspetti, mortifero aedo di sentimenti vischiosi, pronto alla lacrima e al sospiro lezioso… Come ipotesi di lavoro si tratta d’uno stereotipo eccellente.»

Perché leggerlo, allora? Anche se «nulla è sicuro in letteratura», intanto perché il suo romanzo familiare ci fa imbattere in «una specie di emblema nazionale».

Per ritrovare dell’Italia le mafie e i clan, il malaffare incistato nel potere e viceversa, gli scandali occultati e le emergenze dissennate, Manzoni – piaccia o no - è sempre lì, lucido e disperato, a dire tutto.

Ma per un altro pezzo del DNA nazionale, quello querulo, mammone e gnagneroso, il cui regno incontrastato è ormai di certo la tivù, Pascoli è non meno indispensabile. E, come le voci di dolore che la tivù inflaziona, Pascoli parla come un sintomo per lo più decerebrato, voce attonita d’una musa morbosa e stagnante: al suo peggio, banale e monocorde come un intero festival di San Remo (fu la diagnosi di Arbasino, perfido e irresistibile, nel saggio Cip Cip… di Certi Romanzi).

Ma la scelta di Garboli è complice e geniale: le trenta poesie scelte («un’antologia sul crinale della legalità») sono lette come «relitti di un’autobiografia non voluta», in cui le omissioni contano più delle cose ammesse.

Due sono i centri: il pasticciaccio dell’assassinio del padre (pochi episodi nelle vite dei poeti «rispecchiano il nostro paese, e gli assomigliano come questo») e soprattutto l’incesto «rimosso e felice» con le due sorelle, ménage à trois ben più inquietante «degli amori così ovvii» di D’Annunzio.

Ma Pascoli, che non riflette mai la sua «radice malata liberandola, guarendola col darle coscienza di sé» è allo stesso tempo un poeta «superdotato» e un autore «ipocrita»: «sempre al di qua delle misure di grandezza che può dare solo il coraggio.»

La cerca di Garboli – quanto di peggio dunque Pascoli avrebbe potuto augurarsi - si muove dentro quella ferita mai suturata che la poesia «ipocrita» vorrebbe occultare sotto maschere variamente sublimanti.

E mentre il poeta si compiace di rimozioni inesauste, pretendendo, per lampi d’allucinata velleità, di travestirsi – lui «mai cresciuto» - da vate e padre, «un orecchio italiano un po’ esperto ne riconosce subito l’infezione, il marchio di fabbrica fascista.» - «Può sembrare strano, ma uno dei motivi che stanno alla base di questo libro va ricercato nella curiosità e nell’interesse verso la purezza di questo meccanismo - verso la straordinaria purezza del fascismo pascoliano, puro e mostruoso come la dolcezza dell’alba….»

[Sulla base di documenti inediti e del suo punto di vista di studioso dei malesseri psicologici che affliggono chi, come il poeta decadente, ha vissuto tragedie familiari, traumi infantili, legami morbosi, vedi anche I segreti di casa Pascoli in cui Vittorino Andreoli porta il lettore a visitare una sua ipotesi sulla vita del Pascoli e della sua famiglia.]

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 24 aprile 2003
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