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TUTTO ACCADE, AMBIENTATO IN SARDEGNA, E' IL TERZO ROMANZO DI ANTONIO STRINNA

Tutto accade (2004)



Antonio Strinna, Tutto accade - Prefazione di Gianni Caccia
Joker, Novi Ligure, 2004
L'arcobaleno, 240 pp.
Euro 17,00

Tracce luminescenti, esistenze come tante che con altre s’incrociano, si sfiorano o procedono unite condividendo, anche per un breve tratto, l’esperienza irripetibile del vivere, con la sua quotidianità brulicante di gesti ed eventi, che tutto e tutti inghiotte.

Vite che ogni tanto, come qui, in questa storia ambientata in Sardegna, sembrano riscattarsi dilatandosi a tal punto da stravolgere leggi fisiche inderogabili: quella dell’umana finitezza e quella del trascorrere incontrovertibile del tempo. Così, li vediamo precipitare, i protagonisti, con senso di vertigine, nel baratro del passato per poi riemergere, a destino compiuto.

Dilatazione del tempo e della vita, dunque, proiettarsi di singole esistenze come ombre lunghissime, infinite, o luci persistenti pronte a materializzarsi di nuovo, angeli o demoni, uomini qualunque. Come per metempsicosi. E sembra perpetuarsi, con esse, lo spirito di un popolo, il senso di appartenenza etnica che, per certi aspetti, ricorda quello del popolo ebraico, la cui presenza avrebbe lasciato tracce anche in Sardegna. Un popolo, quello sardo, confusosi nei millenni, al pari di altri popoli, con diverse etnie — etruschi, fenici, punici, romani, mori, spagnoli — ma che ritiene tuttavia, con orgoglio, di avere conservato un nocciolo duro, indistruttibile di caratteri e valori che non possono confondersi con altri.

Molto a ritroso nel tempo, però, bisognerebbe andare: fino alla c.d. civiltà dei sardi, o civiltà nuragica (1500-500 a.C.), per potersi parlare di tradizione riferita a una comunanza etnica ed etica, il cui presupposto è lo stato di libertà, e non quello di soggezione. Una libertà piena che i sardi avrebbero appunto avuto solo nel periodo anzidetto, prima della dominazione fenicia e di quelle successive. Sempre ammesso, comunque, e ci piace crederlo, che con quella civiltà si sia conservato un filo di continuità, almeno in parte, incontaminata. Solo in questo caso progenitori e discendenti continuerebbero a parlare, sentire, agire all’unisono secondo le stesse leggi, lo stesso logos.

Rotti gli argini del tempo, convinti che un filo percorre e accomuna generazioni di uomini, ecco, allora, spinozianamente, che tutto accade, che non esiste più demarcazione tra passato, presente e futuro. Ciò che sembrava sopito per sempre è pronto, invece, a rinascere, in ogni istante.

Antonio Strinna — nativo di Osilo, borgo medievale a pochi chilometri da Sassari — è poeta, narratore e compositore di testi musicali memorabili nella tradizione folclorica regionale, ed è una personalità nota in Sardegna. Tutto accade è il suo terzo romanzo, un lavoro complesso e ambizioso frutto di una lunga e paziente elaborazione. Protagonisti della storia sono un direttore di banca in profonda crisi esistenziale e una ragazza problematica, Agnese, entrata all’improvviso e non a caso nella sua vita per conquistarlo, attirandolo nel gorgo oscuro di un’immane tragedia consumatasi secoli addietro, che ancora sanguina. Ed è a questo punto che il tempo inizia a dilatare, che lo sguardo dell’io narrante diventa bifocale. L’inquieto direttore di banca scopre di essere stato, e di continuare a essere, niente meno che l’alcaide di Longonsardo, personaggio realmente esistito. Galluresu, questo il suo nome (originario, cioè, della Gallura, zona situata nel nord dell’isola, a centro est), è un uomo dalle oscure origini ma che diventa, per un caso del destino, alcaide, una sorta di fiduciario del regno di Spagna ai tempi in cui la Sardegna, nel diciassettesimo secolo, ne era dominata, col compito di presidiare una torre-avamposto sul mare a difesa dalle incursioni barbaresche. Egli sarà prima eroe acclamato — sconfiggendo da solo, assistito da un misterioso dio della tempesta, numerosi saraceni approdati a Longonsardo (ora, Santa Teresa di Gallura), a bordo di tre sciabecchi — e poi bandito, per un’avvincente concatenazione di eventi.

L’articolazione del romanzo — la compresenza, al suo interno, di elementi di forma e di contenuto che lo discostano sia dalla narrativa di genere sia da quella, assai ampia, preordinata a esigenze di mercato — ci rivela un impegno artigianale serio che ha bandito scorciatoie, trucchi del mestiere, con esiti complessivamente positivi che vedono brillare non poche pagine di ammirevole bellezza. Ed è senz’altro da ritenersi, questo lavoro di Antonio Strinna, un punto di arrivo importante rispetto alle prove precedenti (Badde lontana, Gallizzi, 1994 e La maschera strappata, Castello, 1998). In esso si avverte chiaro l’empito di raccontare, di testimoniare non uno ma più mondi: quello reale e tangibile della contemporaneità, quello relativo a un passato ben definito, storicamente documentato, e, da ultimo, quello ancestrale che radica nel mito e, più giù ancora, nelle ragioni ultime dell’agire umano. Una storia, dunque, quella che ci racconta Strinna — osserva giustamente Gianni Caccia nella sua prefazione — che «ora è meticolosamente ricostruita, ma non per questo poco avvincente, ora invece risulta mescolata di mito e di leggenda e un che di arcano e misterioso, di un mistero che verrebbe da definire nuragico, domina l’intera opera».

Elementi significativi del romanzo sono la prospettiva e la scrittura. Il punto di vista, nella narrazione, è quello dei due personaggi principali. Uno sguardo focalizzato che vede così prevalere l’indagine verticale e soggettiva, lo scavo interiore in capo ai personaggi principali rispetto, ad esempio, all’ampio affresco sociale e antropologico, al movimento e alla varietà affidati a una pluralità di voci e di registri. Altro aspetto da rilevare è il tono sapienziale di questa scrittura, di una saggezza ante litteram che pervade l’intera narrazione, sorretta da una tensione costante e protratta. Pur sullo sfondo della finzione, l’autore esprime così, più o meno esplicitamente, il suo mondo e, con esso, l’epos di un’esperienza antica tramandata oralmente da padre in figlio, e di villaggio in villaggio.

«Un appassionato canto d’amore… per la sua Sardegna», è quello di Antonio Strinna, per dirla col prefatore, ma anche la caparbia testimonianza di un artista consapevole delle sue radici e della sua storia, e della necessità e urgenza di trasmetterle come si conviene coi doni ricevuti — che non sono mai soltanto propri — se si vuole essere membri a pieno titolo di quella comunità senza tempo che qui sempre aleggia, e a cui deve, e si dovrà, dare conto.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 12 luglio 2004
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