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L'ULTIMA LUNA, DI ANTONIO SCALZO, UN GIALLO POLIZIESCO CHE NASCONDE UNA SOSTANZA ESISTENZIALE, PSICOLOGICA, ANTROPOLOGICA

L'ultima luna (2005)



Giuseppe Scalzo, L'ultima luna
Baldini Castoldi Dalai, 2005
pp 185. - Euro 13,00

L’inizio è quello di un giallo. Subito un assassinio e il suo mistero, al primo capitolo, in un paesino calabro inventato chiamato Semelia, inquinato anche dalla mafia. L’ucciso è Alessandro Corallo, giovane e ricco costruttore, padrone di terre, palazzi e della grande villa d’epoca dove è stato ammazzato. Poi il romanzo va a ritroso, in analessi, inoltrandosi in una complessa storia che coinvolge almeno tre generazioni, dal primo padrone della villa – un barone la cui figlia Iolanda era stata accidentalmente uccisa da un cacciatore mentre faceva l’amore nei boschi ed era impazzito – al padre di Alessandro, il tenebroso don Ruggero che aveva rilevato la villa con la moglie Chiara, fino all’ultimo rampollo finito tragicamente. In quella villa una stanza tabù, chiusa dal momento in cui Iolanda era stata trovata morta: perché era la sua stanza. Si diceva da anni che in quella stanza la stessa luna andasse a dormire. E un atmosfera lunare – con tutto il suo corredo di simbologia ad essa legata – domina il romanzo, facendone una narrazione oscillante tra un realismo di tipo talvolta quasi verista e un iperrealismo un po’ onirico, fogazzariano, con accenni di fuga a dimensioni altre da quelle della quotidiana normalità. Perché in fondo sembra che proprio da quella stanza chiusa, la stanza della ragazza che non era riuscita a perdere la sua verginità tra i boschi ed era stata uccisa, emani un'energia irreprimibile, indomabile e distruttiva, capace di coinvolgere non solo gli abitanti della villa ma tutta la vita che vi orbita intorno. Sulle stesse misteriosi morti dei genitori di Alessandro pesa l’ombra di una specie di sortilegio.

Il sovrannaturale dunque entra nel reale, così’ come la figlia uccisa del barone entra nel letto di don Ruggero in sogno per realizzare il desiderio interrotto della perdita del verginità; e le sue stesse mutandine a pizzo verranno ritrovate da Chiara, la bella moglie di Ruggero e madre di Alessandro, appese ai fili del bucato. E’ dunque come se la morte violenta della ragazza e il suo desiderio d’amore violentemente interrotto, incombano con la forza della nemesi sulle generazioni dei Corallo e con chiunque abbia a che fare con loro, con quella villa e soprattutto con quella camera proibita. Giuseppe Scalzo è bravo nell’intrecciare i piani temporali – almeno tre – andando avanti e indietro, con acrobatiche anacronie, analessi e prolessi, retrospezioni o flashback e ritorni al presente.

Molte sono le ipotesi dei carabinieri (appuntato Voci e maresciallo) e degli investigatori sul delitto, (racket, vendetta personale ecc.), ma in ogni caso tutti i personaggi coinvolti – presunti innocenti o presunti colpevoli – sembrano abitati da un vento ostile, una forza non loro, una energia che li attraversa e ne fa in qualche modo strumenti di un disegno o di un destino nati da una ferita che si deve rimarginare. Prova ne è il dolore aspro e imprevisto di Albertina, la moglie adultera di Alessandro, alla morte del marito: ripete al vento di averlo sempre amato ma di non aver potuto per qualche ragione manifestare il suo amore. Incombe dunque una sorta di malia sui personaggi della vicenda, come una luna nera o nefasta che non vuole andare a dormire (nella camera di una ragazza vergine assassinata).

Fra una sequenza e l’altra, squarci di prosa lirica, in riferimento soprattutto a paesaggi calabresi, atmosfere, emozioni colte al rallentatore con narrazione sospesa, che però non interrompono il flusso della storia, anzi lo rendono ancora più accattivante, confermando che fra i principi estetici fondamentali di Scalzo c’è lo stesso piacere dell’affabulazione, della narrazione. C’è anche della magia, la stessa magia delle atmosfere lunari, e quella specie di senso epico e insieme elegiaco del tempo trasformato in destino che abita certi romanzi della Isabella Allende. Anche la meteorologia – luce della luna, tuoni, nuvole – fanno parte di questa magia, all’interno di una visione quasi animistica della natura.

Tutti i personaggi scompaiono misteriosamente senza lasciare tracce: il barone primo padrone del casale, Ruggero taglieggiato dalla malavita che esce di casa e non torna, la moglie Chiara trovata morta nel suo letto col viso bagnato e la pancia gonfia ‘a forma di mezzaluna’ (la simbologia lunare torna sempre, come anche nell’inatteso Intermezzo storico su Annibale e il sacrificio lunare della giovane prigioniera Mesma).

Un romanzo intricato, dunque, come intricati e intrecciati sembrano i raggi di questa magica luna che lo domina. Alla fine l’assassino sarà scoperto, ma la matassa sarà ulteriormente aggrovigliata dal colpo di scena di una bimba che non c’è più, figlia mai nata o abortita di Alessandro, che detta addirittura una lettera scritta sotto trance dalle sue stesse dita. Il paranormale irrompe definitivamente e fa della realistica scoperta dell’assassino solo un dettaglio.

In effetti dietro la superficie del giallo poliziesco si nasconde qui una sostanza esistenziale, psicologica e direi antropologica, con sorprendenti risvolti simbolici, culturali, per non dire mitologici. Una tematica che sembra permeare il testo è quella del sacrificio e della sua ritualità lunare (con le sottotematiche della violenza, della verginità e della morte). E’ un discorso che percorre come un filo rosso sangue l’intera narrazione e che rende il libro intrigante e misterioso fino alla fine.

In questo ibrido di genere, di tematica e di linguaggio, il lettore ravvede una leggerezza rara e una scioltezza che esaltano il gusto di raccontare (dalla parte dello scrittore) e di ascoltare con una attenzione quasi fiabesca (dalla parte del lettore).

A cura della Redazione Virtuale

Milano,25 maggio 2005
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