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L'ULTIMA PARTITA A CARTE CONTIENE LE RIFLESSIONI DI MARIO RIGONI STERN SULLA GUERRA. PER NON LASCIARE CHE LA MEMORIA SI ESTINGUA

L’ultima partita a carte (1956)



Mario Rigoni Stern, L’ultima partita a carte
Einaudi, Torino, 1974
pp. 139Euro 6,20

Nella premessa Mario Rigoni Stern lo definisce “esile libretto”. Potrebbe esserlo per le sue centosette pagine, non per il contenuto. Lo si potrebbe definire un’ “ennesima sintesi della sua esistenza”. Non c’è suo libro che non parli di momenti sereni, come le passeggiate nei boschi, e di tremende esperienze di guerra. Attimi che ha voluto farci conoscere, come si può far conoscere intimamente a un vecchio amico gli istanti più banali; momenti in cui ogni essere umano ritrova se stesso. Quando, poco prima di arruolarsi, nel silenzio della notte, si sofferma semplicemente a guardare il fuoco che scoppietta sul focolare in cucina gli ritornano alla mente i momenti felici dell’estate precedente, si accorge subito che il pensiero lo porta a riflettere sul futuro. Quando i disagi economici causati degli scarsi incassi del negozio che la famiglia mandava avanti nella piazza principale del paese, temettero di doverne vendere l’edificio. La miscela di momenti tristi alternati a momenti sereni che siamo abituati a ritrovare negli scritti di Mario Rigoni Stern.

Ancora una volta l’autore è fortemente impegnato ad esaltare il valore della memoria, dato che solo i ricordi possono aiutare l’essere umano ad uscire dal buio del suo tempo, per risparmiare il baratro a sé e, soprattutto, alle generazioni a venire. Nella premessa Mario Rigoni Stern esprime una forte preoccupazione per «come vanno le cose sulla terra», perché «a troppi è diventato facile dimenticare il nostro non lontano passato». Lo rattrista il pensiero di tanti ragazzi in procinto di affrontare un futuro denso di incognite.

Questo libro ha origine dalla partecipazione dell'autore al XXXIX Corso Internazionale di Alta Cultura sul tema Precipitare la fine, anticipare l’inizio: «succisa virescit», organizzato dalla Fondazione Cini nel settembre 1997. Invitato a portare la sua testimonianza, il “montanaro”, a suo agio nella solitudine dei boschi, avrebbe voluto rifiutare, per non affrontare il pubblico di letterati e storici che sarebbero stati presenti.

Sollecitato dalla Casa editrice Einaudi, che aveva avuto occasione di leggere il suo intervento, Mario Rigoni Stern ha ripreso in mano gli appunti per esercitare ancora una volta il lavoro di ricostruzione della memoria. Una nuova occasione per riesumare le esperienza della la Seconda Guerra mondiale.

Ma quanto ha ancora da dire quest’uomo sulla guerra? Una scorsa ai titoli della sua bibliografia ci indurrebbe a pensare che abbia già detto tutto quello che c'era da dire. Ancora lo scrittore sollecita i lettori a riflettere sugli orrori della guerra, sull’annientamento che produce nell’uomo e nella natura e per esprimere la propria preoccupazione per la generazione di giovani che, non essendo in condizioni di apprendere dagli errori di chi li ha preceduti, rischiano di affrontare un avvenire oscuro.

«Orribile catastrofe», definisce Mario Rigoni Stern la guerra che nel 1938 era nell’aria. A quell’epoca, con i coetanei, non aveva altri pensieri che andare a vagabondare per la montagna, a sciare o a pensare a qualche ragazza. Proprio per amore di una ragazza di Venezia, nell’estate del 1938 aveva fatto domanda di arruolamento nei Corpi Reali Equipaggi Marittimi. Tuttavia, alla caserma dell’Arsenale, durante la visita medica, la tempra del montanaro, che oviamente non sapeva nuotare, non passò inosservata alla commissione, che così lo rispedì a casa. Quanti altri giovani cercavano in quella stessa occasione soltanto una soluzione ai propri problemi esistenziali? Molti dei ragazzi al di sotto dei vent’anni che avevano partecipato al concorso erano spinti da un'urgenza dettata dalla miseria o dal disagio di vivere. Altri soltanto dal desiderio apprendere un mestiere o di viaggiare.

Il giovane Stern non si perse d’animo. Dopo non molto tempo decise di fare domanda come sciatore rocciatore specializzato nel Corpo degli Alpini: non aveva ancora diciassette anni. Era il 1938. A marzo Hitler aveva annesso l’Austria alla Germania. Il termine tedesco Anschluss letteralmente significa “connessione”, “congiunzione”, “collegamento”. Il 1° settembre di quell'anno in Italia venivano emanate le prime leggi razziali. Convenientemente l’autore ci informa che di tutto questo si era parlato molto poco e molto poco era stato detto.

Mario Rigoni Stern descrive da protagonista, fornendocene quasi una cronaca, gli attimi che precedettero il conflitto; i frenetici preparativi delle reclute, gli spostamenti sulle montagne della Val d’Aosta, i disagi che comportava affrontare le tormente di neve, le notizie che giungevano dal fronte orientale, dove le armate tedesche avevano invaso la Cecoslovacchia e la Polonia. Hitler si apprestava a eliminare tutte le persone idonee a far parte di una classe dirigente e dava avvio alla tragica persecuzione degli ebrei. Come in altri suoi libri, l’autore è generosissimo di particolari sugli eventi che caratterizzarono la Seconda Guerra mondiale, una cronaca dettagliatissima, un’ottima risorsa per conoscere come sono andate veramente le cose.

Il 28 ottobre 1940, XVIII dell’anniversario della marcia su Roma, l’Italia si imbarco nei preparativi per la campagna di Grecia. Questo, non quel 25 luglio del ’43, dice lo scrittore, decretò l’inizio della disfatta dell’era fascista. Per quanto fosse stato inculcato loro il senso dell’amor di patria, giovane alpino, non poteva non provare ammirazione per i soldati greci che con la loro incisiva resistenza provocarono la fine delle aspirazioni imperialiste del governo fascista. Per il resto, tutto quello che avevano insegnato loro aveva come “reso ottusa la ragione”.

Anche nei momenti più drammatici, l'alpino Rigoni Stern indugia nelle descrizioni dei luoghi, delle estenuanti escursioni in Val d’Aosta, in Val di Fiemme, nelle Alpi di Fassa, dove la vita non è poi tanto differente da quella sui suoi monti ed è naturale fermarsi, insieme ai suoi compagni, ad aiutare le ragazze a lavorare il fieno sui prati. E’ un po’ come allontanare per un momento il pensiero della guerra. Al contrario, grande è l’amarezza nel vedere come la guerra si inserisca tra comunità che condividono gli stessi pascoli e chissà forse anche lo stesso sangue. «Il est mort», dicevano due portaferiti trasportando un soldato sul ghiacciaio del Rutor, parlando, dunque, la stessa lingua di chi stavano combattendo. Una situazione simile a quella dei conterranei che nel 1915 avevano «malghe, pascoli e affari con quelli che abitavano al di là del confine del mio Altipiano».

Si domanda Mario Rigoni Stern; «incominciavo a vedere il crepaccio dentro il quale eravamo precipitati?». Forse no, perché era «ancora troppo giovane per soffermarsi su fuggevoli sensazioni» dato che «troppo lunga e insistente era stata l’educazione all’amore di patria».

Un periodo, questo, che vide Stern, promosso caporalmaggiore istruttore di sci e roccia, impegnato, insieme ai suoi compagni, in faticosissime e frenetiche esercitazioni nel Gran Saint-Pierre, nel Gran Paradiso e nel Gruppo del Monte Bianco, un ambiente a lui congeniale, ma pur sempre pieno di insidie. Come quando, attraversando il ghiacciao di Frêney, cadde e si ritrovò penzoloni in un crepaccio, da cui uscì a fatica con una caviglia dolorante.

L’ultima partita a carte è, dunque, la testimonianza di un uomo che ha intensamente vissuto una guerra combattuta lontanissimo da casa e così orribile che «mai le stelle videro nel loro esistere». Ecco tramutarsi in triste realtà ciò che lo zio Toni aveva espresso durante quell'“ultima partita a carte” in una vecchia tampa di Torino. Lungimiranti argomenti sulla guerra, sulla pura follia di Mussolini e di Hitler e sull’inettitudine del re. Imbottito di “fantasie romantiche”, il giovane Rigoni Stern sognava il Caucaso, ingenuamente, «come montagne nuove da scoprire e da scalare», per imparare però che la guerra attanaglia nella sua morsa i corpi e le anime di milioni di giovani soldati.

«Ragazzo, tu parti perchè sei un soldato. Ti auguro solo di ritornare», gli disse zio Toni prima di chiudere, quella sera del 25 luglio 1942, la partita, prima che il giovane Mario partisse per la Russia, da dove molti suoi compagni non sarebbero tornati: «loro, quelli contro cui andavo a combattere, avevano il settebello, gli ori e gli assi; noi le scartine». Un’altra partita, quella da giocare per sopravvivere all’assurdità della guerra, di cui le parole di zio Toni erano una lucida quanto mai inevitabile certezza.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 novembre 2004
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