Sibilla Aleramo, Una donna
Feltrinelli, Universale economica, 1999
pp.240, Euro 6,19
on fu certo linquieto e fremente femminismo che trasuda da quelle pagine - inimmaginabili per lItalia dinizio secolo, ma pur sempre zeppe di esclamativi e di parole zuccherose e ottocentesche - a decretare il successo, la modernità, limpudenza del romanzo e, quindi, la fama della sua autrice; bensì linsanabile dicotomia tra la maternità vissuta in mezzo a carne e sangue («...quelle membra che erano uscite da me, io le pensava istintivamente animate dallidentico mio soffio
»), gridata, sospirata con sdolcinato ardore e la decisione finale di abbandonare alleducazione del marito ripudiato la tanto amata creatura: «Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante
».
Qui sta il vero scandalo che in fondo ancora oggi perdura, di un libro imbarazzante e provocatorio, precursore di antichi palpiti di liberazione femminile e adesso, per ogni altro aspetto, soltanto documento di un percorso, tanto sofferto quanto inesorabile, di personalissimo affrancamento.
Altro carattere, meno dirompente forse, ma sicuramente efficace per la comprensione della storia, è lideale che dellamore si va costruendo la protagonista: dapprima quasi bovaristico («Che cosera, che cosera quella forza oscura che mi si rivelava così dun tratto, quellamore di cui le mie letture mavevan dato un concetto chimerico») poi, via via, sempre più incline ad una pietà dolente verso luomo-fratello, anchegli vittima alla fine, della reciproca incapacità di comprendersi e compenetrarsi appieno.
Non diario, non romanzo, né autobiografia, Una donna potrebbe forse definirsi esercizio di autoanalisi (Emilio Cecchi ipotizza non a caso lattenzione postuma dei critici freudiani) in forma letteraria: probabilmente una severa, a tratti spietata, riflessione sul proprio vissuto e su come avrebbe potuto o dovuto essere.
La protagonista, privilegiata per nascita, più colta e più ricca delle sue coetanee, dopo uninfanzia serena e unadolescenza vivace, trasferitasi con la famiglia in un paesino del meridione si trova, suo malgrado, invischiata nella logica del matrimonio obbligato con un ottuso e tracotante ragazzotto del luogo che laveva insidiata e di cui lei stessa, per un tempo brevissimo, sera ritenuta innamorata. Da questo matrimonio subito rivelatosi tragicamente sbagliato, nasce il figlio che per dieci anni sarà, a suo dire, lunico vincolo che la tiene legata alla vita. La solitudine, la repulsione per la cruda e animalesca sessualità del marito, la soffocante atmosfera del paese, la spingeranno a ritenere se stessa già quasi morta e, infine, dopo il tentato suicidio, a trovare conforto nella scrittura. I destini familiari la condurranno a Roma dove, giovane redattrice di una rivista velleitariamente femminista, inizierà il suo doloroso percorso di autocoscienza. Infine, ritornata al paese con il marito colpito da una malattia infamante, ma pur sempre deciso a soggiogarla e a reprimerne le richieste di separazione, prenderà la decisione della fuga verso il nord, sola, senza il figlio amato.
In questa storia, a tratti limpida ed emblematica narrazione di un percorso di coscienza storica e di liberazione personale, si innestano le figure di un padre apparentemente illuminato, libero pensatore, dai caratteri fascinosi e moderni, che delega alla figlia appena adolescente una parte non marginale della direzione della fabbrica e di un marito che si comporta con la moglie, né più né meno di qualsiasi uomo della sua epoca: egoista e cieco di fronte alla sua disperazione e al destino oscuro che lattende dopo il volontario esilio nella follia. Vi é poi la figura della madre stessa - «E per la prima volta ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che non vuol essere curata, che non vuol dire nemmeno il suo male» - paradigma femminile in disfacimento, senza ombra di riscatto dalla propria debolezza, che trova rifugio nel progressivo oblio della ragione. Infine, il marito: ottuso, incolto, legato indissolubilmente ai rituali della violenza e del possesso, incapace, per carattere e tradizione, di superarli se non per qualche sporadico e confuso momento.
E la protagonista, sempre più consapevole della propria alterità, assiste attonita e impotente alla repressione di ogni suo impulso vitale, quindi, attraverso losservazione - pur confusa e superficiale- delle vite diverse degli operai della fabbrica paterna, della miserabile esistenza delle popolane romane e dei movimenti delle classi lavoratrici, rialza il capo e trova il coraggio di fuggire per ritrovare se stessa e dare corpo ai propri ideali.
Dalla narrazione, così prepotentemente intimista e universale ad un tempo, traspare il vero motore della scelta finale di affrancamento: il bisogno di quellautodeterminazione che in ogni creatura, maschile o femminile, consente lespressione di una esistenza appagante che nulla deve spartire con il senso di semplice, doverosa sopravvivenza.
«Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici. Ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose, quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi, di fronte alla paurosa grandezza del nostro atterrare».
A cura della Redazione Virtuale
Milano, 10 ottobre 2001
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