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Uomini e no (1945)


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Elio Vittorini Uomini e no
Mondadori, Milano, 1990
Oscar Classici Moderni, pp. 219
£ 12.000 - Euro 6,20

ià dall’inverno del ’42, sotto la copertura di un incarico editoriale presso la casa editrice Bompiani, Elio Vittorini lavora con elementi del fronte clandestino antifascista. Nell’agosto del ’43, dalle finestre del carcere di San Vittore, vede bruciare Milano. Anche la sua casa brucia, e con essa i suoi libri e i suoi manoscritti.

Fuggito poi alla cattura della polizia fascista, tra la primavera e l’autunno del ’44, in presa diretta, quasi nei giorni stessi in cui sarebbero potuti accadere i fatti narrati, Vittorini traspone sulla pagina scritta tensioni e passioni e scrive il romanzo della lotta partigiana e della resistenza cittadina, Uomini e no: cercando «in arte il progresso dell’umanità». E cercare «in arte il progresso dell’umanità — sostiene Vittorini nella nota, poi eliminata, alla prima edizione* — è tutt’altro che lottare per tale progresso sul terreno politico e sociale. In arte non conta la volontà, non conta la coscienza astratta, non contano le persuasioni razionali; tutto è legato al mondo psicologico dell’uomo, e nulla vi si può affermare di nuovo che non sia pura e semplice scoperta umana».

Uscito subito dopo la fine della guerra, subito dopo la liberazione, Uomini e no è probabilmente il primo romanzo della Resistenza: «il primo commento di uno scrittore» dirà Valentino Bompiani. Nel’45, «tempo eccitato ed eccitante», tempo di euforica e agitata speranza, Uomini e no celebra sì la necessità della Resistenza, ma — contraddicendo sorprendentemente l’ansia di palingenesi diffusa — dissemina dubbi e incertezze su quanto è accaduto: sul presente e sul futuro, sul senso profondo del combattere e del morire, sulla non-umanità che non è altro dall’uomo, ma è nell’uomo e appartiene all’uomo. Sull’essere uomini e no.

Non emblematico eroe della Resistenza, ma uomo, problematico, tormentato e disperato, il protagonista Enne 2 non possiede né la fede politica certa di Gracco né la semplicità di Lorena — emblema della volontà propria del popolo di resistere per resistere, sempre e comunque. Intellettuale e partigiano, Enne 2 impronta la sua vita e la sua morte sulla concezione che della vita esprime Selva — «la bella vecchia dai capelli bianchi».

«Non possiamo desiderare — chiede Selva — che un uomo sia felice? Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Non è per questo che lavoriamo? […] Avrebbe un senso il nostro lavoro? […] Avrebbero un senso i nostri giornaletti clandestini? Avrebbero un senso le nostre cospirazioni?». Non si può, dunque, realizzare la felicità di tutti, se non si lavora per realizzare la propria.

Enne 2 lotta contro il fascismo come dittatura politica e resiste «per una liberazione che doveva esserci» e che «era sicuro vi sarebbe stata, ma ecco proprio per questo, che resistere non era semplice»: perché più difficile è la liberazione di «ognuno di noi nella sua vita», più difficile è uccidere il fascismo dentro di noi — il fascismo che regola i rapporti tra gli uomini e le relazioni tra uomo e donna; quello che divide gli uomini in ruoli, di partigiano e di nazista, di intellettuale e di uomo d’azione; quello che genera il dramma di Berta, «donna di due uomini».

Per resistere alla tentazione del grande amore, dell’amore che ci s’illude possa rispondere a tutti gli interrogativi sulla vita, Berta non può far altro che opporre il suo dramma e «tutta la sua vita intorno al suo dramma». Ed Enne 2 «mette al servizio della propria fede la forma della propria disperazione d'uomo».

Simili ai cori delle tragedie greche classiche, ventitré capitoli in corsivo** si alternano a quelli a carattere tondo — interrompendo la narrazione e commentandola. Qui, nei corsivi, luoghi di «meditazione e di lirismo», l’io dell’autore riflette sulla funzione dello scrittore quale “spettro” dei suoi personaggi e sul suo complesso rapporto con essi: qui medita e conversa con se stesso e con Enne 2. E qui, nei ritorni all’infanzia, Enne 2, ridiventato bambino, tenta di mutare il corso della storia, di realizzare ciò che non è avvenuto e non può avvenire, e di impedire ciò che accaduto: che Berta incontri l’uomo che la renderà infelice.

Vittorini, che si voleva scrittore avanguardista e rivoluzionario, rifiuta, per rappresentare la guerriglia partigiana e per raccontare la storia d’amore, il realismo sociale e quello psicologico: la loro verità più vera, altrimenti, sarebbe stata tradita.

«Io — sostiene in una dichiarazione di poetica — gli scrittori li distinguo così: quelli che leggendoli mi fanno pensare “ecco, è proprio vero”, e che cioè mi danno la conferma di 'come' so che è in genere sia la vita. E quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così”, che cioè mi rivelano un nuovo particolare 'come' sia nella vita». A questi ultimi va naturalmente la preferenza di Vittorini. Quindi, sulla scia dell’Ermetismo, cerca di rappresentare e raggiungere la realtà trasfigurandola attraverso l’arcano di simboli eterni, attraverso metafore ardite e irrealistiche, attraverso la musicalità cadenzata e dissonante creata dalle ossessive forme iterative, dalle domande concitate e dalla sintassi antitradizionalista, franta spezzata e fortemente emotiva. Attraverso, insomma, il suono della corda lirica che fa di Uomini e no un unicum della letteratura della Resistenza.


*Alla prima edizione uscita presso Bompiani nel giugno del 1945, segue, grazie al gran successo di pubblico, una seconda edizione nell’ottobre dello stesso anno. In queste due prime edizioni il testo è accompagnato da una nota finale dell’autore, che con la terza (Milano, Bompiani, 1949) viene soppressa e non sarà più reintegrata nelle successive edizioni.
** I capitoli in corsivo presenti nelle prime due edizioni (che constavano di 143 capitoli) vengono quasi eliminati nella terza edizione, che risulta mutilata di 26 capitoli. Nell’ultima edizione da lui riveduta (Milano, Mondatori, 1966) Vittorini reinserirà una serie di corsivi e il testo si riavvicinerà, con 136 capitoli, alla misura originaria.
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I commenti dei lettori



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Annalisa Bavaro, Pisa, 17/09/'04

Rispondo a francesca di treviso: Per favore quando esprimi un giudizio parla per te, non credo esista una categoria 'noi giovani', ma se esistesse non sarebbe composta da persone che non hanno alcuna voglia di fare uno sforzo mentale e amano leggere solo stefen King o ken Follet o il diario di Brigedt Jones!La letteratura è qualcosa di più di un passatempo estivo...


Anonimo, 17/09/'04

Rispondo al ragazzo brasiliano:io sto facendo una tesi su uomini e no. trovare materiale è davvero difficile anche per me che sono in italia perché il libro è stato stroncato dagli intellettuali di sinistra quando uscì, così è stato scritto davvero poco! comunque una buona bibliografia è quella su "elio vittorini le opere narrative" a cura di Maria Corti, edito da mondadori


Luciana Dobrilla, Moncalieri (To), 26/05/'04

Rispondo a Francesca Treviso: le pagine scritte in corsivo non confondono affatto il lettore, sono anzi quelle che più ti coinvolgono, perché è lì che l'autore ci dà modo di soffermarci su che cosa sia veramente l'uomo, se sia giusto oppure no il considerare "non-uomo" ciò che è crudele, orrore, ferocia, offesa; se non piacciono queste pagine, forse è perché non si vuol riflettere sulla natura di noi stessi, che crediamo ingenuamente di conoscere ormai abbastanza bene, e non certo perché si sia più o meno giovani.


Sara (saragarb@tiscali.it), Genova, 21/05/'04

Quattro giornate di guerra vissute per un amore impossibile e una irrefrenabile voglia di sapere e di vivere. la disperazione di un uomo che alla fine si accorge di aver perso sia la donna che l'amico... i libri di fenoglio ti trascinano in una realtà, in un mondo crudo e "vero"...


Raffaella (ra.dimeglio@katamail.com), 07/03/'04

Inconfondibile lo stile di Vittorini, asciutto ma lirico nella sua essenzialità, la sua sintassi spezzata, concitata, fitta di dialoghi serrati e ritmata da parole ripetute quasi come formule sacre, rituali. Restano impresse alcune immagini, alcuni dettagli, ripetuti quasi ossessivamente. Il vestito di Berta appeso dietro la porta della camera di Enne 2, le facce ed i piedi nudi e freddi dei morti in strada, gli occhi azzurri di un vecchio, simbolo del padre di ogni uomo, i teschi con le tibie incrociate sui berretti dei tedeschi, che brillano al sole dell'inverno mite della città: come dei Leitmotive, sono questi particolari a sostituire le parole, fino a diventare simboli.Lo stesso accade per alcune scene, che ritornano o si dilatano. Primo fra tutti, l' episodio dei cinque morti allineati sul marciapiede di Largo Augusto, morti che continuano a parlare per insegnare ai vivi che gli uomini - lupo; colpiscono l' uomo dov' è più uomo, ossia più debole e più innocente. Il lettore ha l' impressione di vederla più volte questa scena, attraverso lo sguardo confuso di Berta piangente, quello turbato del partigiano Gracco, infine con gli occhi semplici e pietosi dell' uomo con le pantofole (Giulaj), che finirà anch' egli vittima indifesa ed ingiustificata della crudeltà umana, diventando un altro simbolo dell' umanità offesa, umiliata. L' umanità va in pasto agli uomini-lupo, i “cani neri”; (quindi non-uomini o meno-uomini), che non a caso sono descritti sempre mentre mangiano, indifferenti e feroci nella loro abbrutita voracità. Il narratore dilata l' episodio di Giulaj per ben 19 capitoli: l' ingenuo venditore ambulante di castagne, che nella sua semplicità vorrebbe insegnare a tutti il suo trucco per scaldarsi i piedi, colpevole di aver ucciso per legittima difesa Greta, la cagna del capitano Clemm, è condannato ad una morte atroce ed agghiacciante. La sadica, disumana “burla” del capitano è presentata attraverso una minuziosa registrazione di gesti e dialoghi, senza patetismi. Nel lettore resta un forte senso di indignazione e pietà, proprio per l' apparente freddezza e impersonalità della scena. Nei capitoli in corsivo, invece, il narratore interviene in prima persona, interrompendo la narrazione, per dialogare con i suoi personaggi, con i lettori e con se stesso, per ritagliarsi uno spazio di riflessione su quanto appena narrato. Qui emerge la stessa perplessità con cui il suo personaggio, il comandante Enne 2, vive la lotta armata (segnale di questa inquietudine è anche il largo ricorso al discorso indiretto libero), qui affiorano i dubbi su cosa sia umano, soprattutto sulle possibilità e capacità di male dell' uomo. Sembra perduta la certezza di Conversazione in Sicilia:´Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno èperseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Ora si insinua il tragico dubbio che appartenga all' uomo non solo la possibilitàdi essere offeso, ma anche quella di offendere.


Francesca, Treviso, 18/10/'03

Dell autore non condivido a pieno l'aggiunta dei capitoli in corsivo in quanto con questi fa una divisione netta tra i sentimenti e le azioni dei personaggi,inoltre non chiariscono il punto di vista dell'autore ma confondono ulteriormente il lettore, diventando così un romanzo di difficile interpretazione e quindi poco amato da noi giovani.


Marika Cavallaro (follettina@interfree.it), Limbiate (Mi), 13/10/'03

Un libro da leggere una pagina dietro l'altra...affascinante e avvolgente...una storia d'amore devastante quanto l'esperienza della resistenza... lo consiglio a tutti!!!!


Paolo di Giuseppe (carlo.digiuseppe2@tin.it), Livorno, 02/08/'03

Non mi piace è troppo lungo


Andrea Ferreira (andreaufrj@bol.com.br), Rio de Janeiro (Brasile), 10/04/'03

Io studio nell'università Federal do Rio de Janeiro a Brasile. Sto facendo una ricerca su il libro "Uomini o no" di Elio Vittorini.Ho letto questo libro e mi ha piacciuto moltissimo,però molti dubbi mi son venute. Vorrei sapere quali sono gli autori che hanno già fatto una critica di questo libro o di questo autore e così potere continuare la mia ricerca. Grazie





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