L'UOMO CHE GUARDA, DI ALBERTO MORAVIA, UN VIAGGIO LETTERARIO DAI CHIARI INFLUSSI FREUDIANI NEL MONDO DEI SENSI

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L'uomo che guarda (1985)



Alberto Moravia, L’uomo che guarda
Bompiani, 2000
I Grandi Tascabili, 229 p.
Euro 7,23

l viaggio letterario all’interno di un mondo oscuro e fascinoso come quello dei sensi è la ricerca di un comportamento, di un gesto, di un impulso, da sempre. Alberto Moravia, con le sue ultime opere dal carattere fantasessuale, ha accondisceso al viaggio indagatore, e L’uomo che guarda è la testimonianza più plausibile di come avviene l’incontro con questo mellifluo mondo dei sensi, partendo da un addio provvisorio (come proprio Moravia ebbe a dire), cioè l’atmosfera del 1968.

Il personaggio centrale del romanzo si chiama Dodo, un soprannome che esprime impotenza, un bell’uomo il cui padre è un “barone” universitario. Silvia, la moglie di Dodo, è una donna dotata di una dirompente sensualità. Sulla vita di coppia, che si svolge in una grande casa patrizia al centro di Roma, sui complessi rapporti tra marito e moglie, Dodo sorveglia impietosamente per leggere, essenzialmente, dentro se stesso. Assediato dall’eros e dalle sue perversioni, il protagonista del romanzo è chiamato a guardare sempre, a essere spettatore non solo del mondo, ma spia della propria volontà di capire, di giustificare la realtà che lo opprime e lo fa sentire inadeguato. I sensi sono in ebollizione e vibrano nei tabù, nel pudore delle cose, nel sesso, nel tentativo di abbattere le barriere che una rigida educazione ha impartito a un uomo che cresce disorientato, insicuro.

I sensi di Alberto Moravia, in questo romanzo, sono essenzialmente quelli del voyeurista. Il voyeur non spia tanto l’oggetto quanto il suo movimento, cioè il suo comportamento. «Silvia e io ci amiamo ancora come i primi giorni di matrimonio, anzi, probabilmente, di più; e quest’amore raddoppiato di frenesia sessuale non durerà per sempre; semplicemente, Silvia cerca di approfittare dell’amore finché c’è, come si cerca di approfittare di una giornata di sole poco prima dell’inverno». Dodo intravede nell’avidità sessuale della moglie uno sconvolgimento dei sensi per un’inconscia aspirazione alla maternità; il bisogno di assicurarsi che, all’occorrenza, l'obiettivo potrebbe essere soddisfatto con la famelicità dell’accoppiamento.

Emergono chiari influssi freudiani nella composizione di questo libro, come in altri; quelle influenze che porteranno Moravia, nell’arco di un’esistenza, a dire apertamente ad Alain Elkann (Vita di Moravia, pubblicato da Bompiani nel 1990, n.d.r.) che le radici della nostra psiche sono da ricercarsi tutte nell’infanzia. La sensualità, l’erotismo e il voyeurismo sono all’origine di gran parte della letteratura, sosteneva il grande scrittore. Il comportamento strettamente privato di chi anima proprio i sensi ci porta a vedere ciò che nessuno potrebbe vedere. Viene spiato non solo ciò che è proibito, ma anche ciò che è sconosciuto. E Moravia crede che ci sia una specie di rapporto oscuro tra il mondo voyeuristico e quello, addirittura, della scienza. Lo scrive testualmente nel romanzo. Lo scienziato, infatti, che riesce a spiare un segreto della natura nella fessura di un ardimentoso esperimento, alla fine, quando tutto è stato detto, deve provare gli stessi sentimenti di curiosità e di sfida profanatoria del ragazzo inesperto, che in una nota poesia di Mallarmé, spia, nella fessura della porta, l’apparizione incredibile della «conchiglia pallida e rosa».

Ne L’uomo che guarda si allude a una continua concatenazione di fatti e idee, l’asse portante, cioè, di tutta la vicenda cronologica: a ogni voyeur corrisponde un esibizionista e a ogni esibizionista corrisponde un voyeur. La drammaticità dei sensi, che sembrano esplodere impazziti tra eccitazione e frustrazione, coincide con la terribile scoperta di Dodo: suo padre è l’amante di sua moglie. Di fronte a questa constatazione, immagini ossessive si alternano nella mente del protagonista di uno dei romanzi italiani più “indecenti” degli ultimi anni. Dodo ricorda la madre piegata ad angolo retto e il padre che le sta addosso; pensa a Silvia che fa l’amore con il suocero, e si chiede perfino con una perversa ironia: «Se Silvia resta incinta di mio padre, il figlio che nascerà, oltre a passare per mio figlio, non sarà forse anche mio fratello, e Silvia non sarà forse, oltre che mia moglie, anche mia madre, ovvero mia matrigna?». L’umiliazione di Dodo cresce nel momento in cui il padre gli fa capire di aver amato Silvia, ma è anche come se gli dicesse che ha avuto con lei un’avventura tanto per poter dire di essersela portata a letto. Silvia sarebbe una carne senza sale, una bellezza spirituale e sensuale — scrive Alberto Moravia — misteriosamente ambigua, ma pur sempre paragonata a una bistecca insipida.

Il romanzo è audace, continuamente in bilico tra il tarlo del sesso e la durezza di un amore liquefatto che fa soffrire nella condizione di resa all’inevitabile. E se Dodo cerca disperatamente le chiavi per aprire ancora la porta del mistero di fronte a tanta costernazione, finirà solo per elaborare elucubrazioni senza costrutto. La soglia oscura del suo presente diventa la soglia oscura della memoria. Il tradimento, che è soprattutto dei suoi sensi bruciati, lo spingerà all’irrazionale, all’elaborazione di una nevrotica turbolenza. La storia dell’amore è, in questo romanzo, la storia della delusione, la commedia della somiglianza dei vili personaggi nei quali rispecchiarsi, nei quali cercare di capire i tanti perché inespressi. La forza delle pagine è tutta incentrata nella sotterranea vicenda che corre parallela a quella degli avvenimenti, cioè la storia psicologica, il deragliamento dei sensi di Dodo, l’impurità dirompente della moglie e il cinismo di un uomo anziano, un professore universitario dalla razionale veemenza.

Le indicazioni fulminee di Moravia hanno un periodare che si arricchisce di una sontuosa aggettivazione. Il romanzo è caldo e marcato, violento nei suoi tratti più significativi, nelle precarie condizioni di un giovane che per sopravvivere è costretto, infine, a neutralizzare il suo amore, a «fasciare» i sensi di un’impenetrabile corazza, di un’accettazione che sembra salvifica non solo per proseguire un rapporto ormai corrotto, ma, forse, non più praticabile.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 26 maggio 2003
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