L'UOMO E IL CANE, IL ROMANZO BREVE DI CARLO CASSOLA VINCITORE DEL PREMIO BAGUTTA NEL 1978

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L'uomo e il cane (1977)


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Carlo Cassola, L'uomo e il cane
Rizzoli Editore, Milano 1977
129 pp.

con una certa amarezza che il lettore che s’imbatte in quest’opera di Carlo Cassola (1917-1987) deve constatare l’attualità delle tesi che l’autore vi ha incorporato.

Nelle sue opere più tarde Cassola, che in precedenza, anche nei suoi romanzi più famosi, si era sempre astenuto dalla predicazione di ideali e ideologie, muta, in certa misura, atteggiamento. Come scrive in La morale del branco, brano eponimo della raccolta di scritti del 1980: «Oggi so che il compito dello scrittore è denunciare ai suoi simili i pericoli a cui vanno incontro».

Per assolvere a questo compito, Cassola si ispira a forme di narrazione classiche: la favola, l’apologo. Ed è per questo che di alcune tra le opere dell’ultimo periodo sono protagonisti gli animali: L’uomo e il cane, 1977; Il superstite, 1978; Il paradiso degli animali, 1979; sette scritti della raccolta La morale del branco, 1980. Si tratta spesso di racconti sospesi tra il fantastico e l’apocalittico, nei quali Cassola continua, in realtà, a descrivere il genere umano e le sue debolezze.

Il romanzo breve L’uomo e il cane costituisce, in questa serie di opere, un’eccezione, in quanto non ha una dimensione favolistica: è ambientato in un’epoca e in un luogo precisi e racconta una storia del tutto realistica, sicuramente avvenuta non una, ma infinite volte. Anche qui, però, le peregrinazioni dello sfortunato cane Jack formano un filo che raccorda descrizioni e dialoghi di personaggi umani (contadini, mulattieri, braccianti, operai), intorno ai quali ancora gravita l’interesse principale del narratore. E Cassola usa anche le vicende del cane per alludere ai difetti dei propri simili.

Jack, nel momento in cui si apre la narrazione, appartiene ad Alvaro, un mulattiere maremmano. Siamo in epoca fascista, tra le due guerre. La vita degli abitanti della Maremma è dura, il loro atteggiamento nei confronti degli animali è condizionato dalla miseria in cui essi vivono. Alvaro abita in una casupola con la moglie e il figlioletto, tiene il cane «per abitudine, perché ne aveva sempre avuto uno» e considera i suoi tre muli «la sua vera ricchezza». Il bambino, il cui bisogno di cure impedisce alla moglie di contribuire al sostentamento della famiglia, e il cane, che «non era un cane da guardia né un cane da caccia né da nulla», non hanno agli occhi di Alvaro alcun valore economico — l’unico valore che egli sia capace di considerare. Tutti gli affetti sono un lusso per gente come Alvaro, tanto più quelli rivolti ad un animale che non ha una funzione: «Il cane era una bocca in più, una bocca inutile, e loro non se lo potevano permettere». Alvaro spesso sfoga sulla moglie, sul bambino e sul cane l’esasperazione per le condizioni precarie della propria esistenza. Dal canto suo la moglie, benché affezionata al cane, è costretta a usarlo come un capro espiatorio su cui dirottare le conseguenze dei malumori del marito, a difesa propria e del figlio.

In questo sistema il cane Jack si trova quindi al gradino più basso, ma la sua condizione non è di molto inferiore a quella della donna e del bambino. Alvaro, del resto, non è «il peggiore dei padroni possibili»: quando Jack combina per la seconda volta una marachella ai danni dei vicini, Alvaro si limita ad abbandonare il cane a grande distanza da casa, anziché ucciderlo senza neppure risparmiargli sofferenze, come altri al suo posto avrebbero fatto.

Comincia così il vagabondaggio di Jack, che invano tenta di ritrovare la strada di casa. Dapprima s’imbatte in una coppia di contadini che hanno da poco perso il proprio cane da guardia, forse rubato dagli zingari. Costoro, pur manifestando nei confronti di Jack una certa simpatia, lo scacciano, risoluti ad aspettare il ritorno del loro cane, cui si dicono «affezionati come a un figlio. Forse perché non avevano bambini: erano sposati da dieci anni, ormai avevano perso la speranza di averli». Jack riceve poi qualche carezza da una ragazza, che in realtà se ne serve come di un comodo confidente muto, per raccontargli le sue vicende amorose: tutti gli esseri umani che dimostrano affetto al cane, in questo mondo contadino, ne fanno in realtà il surrogato di un loro simile benevolo, di cui sentono la mancanza. Per molti di loro la distinzione fra «bestie» e «cristiani», che trova fondamento nella dottrina cattolica di cui sono imbevuti, resta nettissima: «le bestie sono bestie e non si deve credere che sentano e soffrano come i cristiani». Anzi, le «bestie» sono fortunate: «non sanno nemmeno di dover morire. Noi, invece, abbiamo quel chiodo fisso nella testa, non ce ne possiamo mai liberare».

Dopo aver pranzato a spese di un gruppo di braccianti cui ruba un po’ di cibo, Jack rimane nei pressi del casolare dove vive la famiglia della ragazza che ha incontrato. Nonostante la sua prima esperienza di caccia nei boschi abbia successo, Jack anela infatti a riacquistare la sua condizione precedente, di cane con una casa e un padrone, con tutto ciò che tale stato comporta: «una ciotola di zuppa, carezze, ma anche botte e giornate intere a catena».

Durante i suoi giorni di vita raminga, Jack non ode affatto il «richiamo della foresta»: nonostante il nome straniero che porta, non c’è nulla in lui dei cani americani dei romanzi di Jack London, in cui l’istinto del lupo loro progenitore è ancora ben vivo. Jack è un «misto di tutte le razze», ma è un cane con un carattere molto italiano, un cane del tutto domestico, che non prova alcuna solidarietà per gli altri randagi, e sarebbe pronto a rubare il posto a un altro cane da guardia. Non diversamente dalla maggior parte degli esseri umani che vivono intorno a lui, Jack non attribuisce supremo valore alla libertà: è pronto a rinunciarvi per sottomettersi a un padrone da servire. Come i più sensibili tra gli uomini, Jack sa che «non si vive di solo pane», ma la sua massima aspirazione è di ricevere un po’ d’attenzione dal padrone. Accompagnatosi a un mulattiere che gli ha distrattamente offerto un po’ di cibo, Jack fa di tutto per farsi accogliere nella casa dall’uomo; ma grande male gliene deriverà.

La compassione dell’autore per il tragico destino — più volte annunciato nel corso del romanzo — cui il suo protagonista va incontro risulta mitigata dalla valenza di parabola della narrazione. Non si può, cioè, attribuire al romanzo primariamente il senso di una condanna dell’insensibilità degli esseri umani verso gli animali. Vi è, in Cassola, innanzitutto una cognizione quasi leopardiana della natura come sistema fondato sulla ferocia (come appare dall’episodio in cui Jack, per sfamarsi, uccide un fagiano proprio nel momento in cui questo ha artigliato un verme e sta «per divorarlo ancora mezzo vivo»). A ciò si sovrappone l’idea che l’uomo, in questo sistema, non si adoperi affatto per migliorare le cose: anzi, egli fomenta inimicizie fra le altre specie e non dimostra solidarietà neppure verso i suoi simili: «invece di aiutarsi, gli uomini si fanno vicendevolmente del male. Questa è soprattutto stupidità. Sì, gli uomini sono stupidi come sono stupidi gli animali, con le loro continue guerre che procurano danni a tutti».

Quindi, benché, come si è detto, il racconto si collochi in un momento storico e in un’area geografica ben delineati, la mentalità che ne emerge non è soltanto quella della comunità maremmana dell’epoca: sono, purtroppo, riscontrabili ancora oggi la considerazione del benessere economico come valore superiore alla libertà, la scarsa diffusione del senso di solidarietà, la mancata maturazione di una sensibilità collettiva nei confronti delle altre specie.

A questo proposito, proprio nei giorni in cui viene scritta questa recensione (luglio 2004) è stata approvata dal Senato italiano una legge che punisce come reati il maltrattamento e l’abbandono di animali. Nell’Italia odierna Alvaro e Danilo, i carnefici di Jack, rischierebbero la reclusione. Ma molti hanno osservato come in realtà le maglie di questa legge, che avrebbe dovuto costituire un inasprimento della normativa precedente (art. 727 del Codice Penale), restino assai larghe in quei casi in cui l’animale rappresenta un bene economico (caccia, pesca, sperimentazione scientifica, attività circense, zoo, spettacoli regionali tradizionali etc.).

Ciò conferma la prevalenza di un sentire utilitaristico, non molto distante da quello del mulattiere Alvaro, anche nella società contemporanea, in cui il diffuso benessere dovrebbe lasciare spazio a una maggiore empatia verso le altre specie viventi.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 6 settembre 2004
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