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L'uomo invaso


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Gesualdo Bufalino, L'uomo invaso
Bompiani, Milano 1996,
164 pp., Lire 12.500, Euro 10,11

alla Sicilia, da quella porzione separata e solitaria di mondo, per lui fonte di piccole e quotidiane certezze di vita, Gesualdo Bufalino osserva e ricongiunge, attraverso una originale ed eccentrica parola letteraria, «il tragico e lo stupendo del nostro essere non-essere qui sulla terra».

Bufalino ammette di avere in comune con gli altri scrittori siciliani, Verga, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, la «disperazione esistenziale», l'«inimicizia nei confronti della Storia» e «la consapevolezza della doppia, tripla, infinita proiezione della realtà». E come loro, pur rimanendo fedele a quell'isola reale e letteraria in cui luce e lutto, sensualità e solitudine si fondono e si confondono, sente il richiamo «delle sirene europee»; e si proietta all'interno delle più elevate e moderne espressioni della cultura europea novecentesca (Baudelaire, Mann, Proust) e anglo-americana degli anni '20-'30 (Eliot, Ezra Pound, Conrad, Joyce, Woolf).

Così, quando sessantenne pubblica il suo primo romanzo, Diceria dell’Untore (1981), il "vecchio esordiente" sembra proprio iscriversi in quel contesto letterario definito con un termine coniato da Sciascia, «sicilitudine». Rispetto all'amico Leonardo Sciascia, tuttavia, Bufalino rifugge dalle analisi storico-sociali, preferendo invischiarsi nella profondità dell'animo umano, per dar corpo ai propri fantasmi interiori. Non solo, ma la sua scrittura appartata e strana nasce «umida», preziosa e barocca, esattamente il contrario della prosa «secca» di Leonardo Sciascia.

«Per contrastare l'ossificazione del mondo in oggetti senza qualità» messa in atto dalla poetica neorealistica, e «per restituire ai nostri occhi oramai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti», Bufalino affida all'eleganza, alla gravità, alla grandiosità della parola, e alla stessa musicalità insita dentro le parole, la funzione di conferire esistenza e consistenza a emozioni nuove, capaci di condurre allo stupore.

In L'uomo invaso ritorna così lo stile tipico dello scrittore di Comiso: stile alto, sublime, sia in quanto ricco di artifici retorici, di un numero esorbitante di sontuosi aggettivi, di metafore, di neologismi e arcaismi, sia in quanto sorretto e sostanziato da una meditazione profonda e dolorosa sui temi eterni della vita e della letteratura: l'amore, la memoria, la morte, e la vita come illusione, impostura e sogno.

In una raccolta di ventidue racconti, il lettore assiste, imbrogliato, sorpreso e sedotto da una prosa intrisa di poesia e sofisticate criptocitazioni, ad un'unica «grande Commedia storico-mitica, una specie di storia universale», dai primordi del mondo a una seconda immaginaria distruzione atomica dopo il Duemila.

Dunque, nell'ambiguo universo "cartaceo" di Bufalino è la parola che ricrea Orfeo ed Euridice, il sofista Gorgia, re Ferdinando I, Baudelaire, Jack lo squartatore, don Chisciotte, e molte altre illustri presenze, libresche e non. Il fine è di offrirli all'inganno della vita, a quel teatro ove appare e scompare «una controversa, dimezzata, duplicata verità», per abbandonarli alla fine allo stupore del disinganno.

In L'uomo invaso il libro, sia quello scritto da altri e reinventato, sia quello posto al centro dell’esistenza dei protagonisti dei tre racconti, L'ingegnere di Babele, Le visioni di Basilio e Passeggiata con uno sconosciuto, diviene lo strumento attraverso cui l'uomo varca la soglia della realtà, e da individuo si fa «creatura plurale, da pezzetto d’uomo uomo intero». Non solo, ma la scrittura appare a Bufalino e alle sue creature un gioco, seppur menzognero, inventato per fermare il tempo, per ritardare l'ora della morte, intesa come «il momento in cui finisce la memoria e finisce la speranza», che danno senso al nostro esistere.

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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 27 set 2006

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