VARIAZIONI BELLICHE, DI AMELIA ROSSELLI, UN RIMARE PIENO D'INCONSCIO

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Variazioni belliche (1964)


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Amelia Rosselli, Variazioni belliche (1964) raccolta contenuta nel volume Le poesie
Garzanti, 2004
Gli elefanti. Poesia, pp. XVI-681
Euro 19,50

[…] Dentro della grazia scappavano cavalli impauriti. Entro
le mie forze spaurite regnava il disordine: l’ordine della
mia mente.

a realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. La memoria corre allora alle più fantastiche imprese (spazi versi rime tempi).» Le fantastiche imprese di Amelia Rosselli impressionano, si riversano nei riquadri riempiti di parole a pennellate lunghe o brevi ed elettriche.

Non c’è libertà se non aderendo alla propria realtà, se non attingendo al proprio insondabile pozzo di parole folli e indiscutibili. Pasolini sapeva dell’uso consapevole che la poetessa anglo-italiana faceva dei propri lapsus, e subiva la malìa e la forza di un rimare doloroso e perfetto di caos.

Quando assembla le Variazioni belliche Amelia Rosselli ha 34 anni e addosso altri Paesi e le loro lingue, lo studio del violino, la mania persecutoria che la porterà alla morte. Qui disegna rettangoli con pensiero, e poi ci scrive dentro correndo forte con la macchina da scrivere. Compone la sua musica tutta d’un fiato e senza silenzi né interruzioni, perché «nel pensare non abbiamo interruzioni».

È poesia di onde, si ritrae per tornare, si disfa per ricomporsi, è uno struggimento che conosce l’ironia e la disperazione del ridere in cui le frasi compongono un senso costantemente in procinto di svanire. Spiega l’autrice: «Interrompevo il poema quando era esaurita la forza psichica e significativa che mi spingeva a scrivere; cioè l’idea o l’esperienza o il ricordo o la fantasia che smuovevano il senso e la spazio.»

Laddove idea, esperienza, ricordo e fantasia si fondono, si alternano, creano scosse e sensibilissime assonanze, si ripetono e risuonano per l’eco del pozzo pazzo di cui non si arriva a conoscere il fondo. L’inconscio detta e scuote il vocabolo, percorre strade ostili al significato e restituisce un suono e una luce che già possedeva, invisibili fino al rigo precedente. È l’onda che non trova requie ma solo pause di spazi vuoti, fino a raggiungere poesie perfette composte da una manciata di sillabe che implorano e imprecano «Cercatemi e fuoriuscite»; o da fiumi violenti ben arginati dal rettangolo mentale che permette l’assenza di metrica, ovvero l’unica metrica possibile a questa letteratura che non sente ragioni.

La parola è insieme religione e terra da calpestare, «un sentiero obliquo come la sempre dei miei piedi / le mie gambe la mia anima obliqua e vetrata, chiesa / abituale». Queste variazioni improvvise e necessarie, continue nella mente e nella chimica che gestisce il sentire, sono belliche perché raccontano una guerra — è poesia del Novecento anche per questo — quella scabrosa e spellata dichiarata dalla mente e a se stessa e ai sensi, con il delirio che segue di un passo e non consente soste.

l’alba a rintocchi
sulla mia testa ammalata
il difficile umore m’assale
verde come la paura

Lo spavento si fa leitmotiv nelle liriche in cui si scalcia contro la paura che appesantisce il vivere, trovando così, di tanto in tanto, la tregua nella luce del verso, nell’ampiezza di improvvisi e profondi respiri che dilatano la parola fino a ricongiungerla alla sua matrice. Ed è anche guerra di una passionalità feroce di atto e di pensiero raccontata per dettagli emotivi che sanno trasformare la più lieve immagine in un ganglio di forze opposte.

Così, di tanto in tanto, la poetessa respira a fondo e si ammonisce: «Calmati e avrai il vento in poppa e le tue parole fresche / di verginità rimeranno con nuova gentilezza», a questo sembrano servire le interruzioni improvvise del periodo, il fiato corto di un capoverso imbizzarrito. C’è una ricerca di buon senso che si scontra con la forza degli altri ingombranti cinque, in un «balbettare parole sconnesse: fuori dal linguaggio dei sensi abbandonati», e il desiderio costruisce grattaceli sconnessi di parole di cui si attende il crollo imminente comunicando una perenne tensione emotiva che fiacca e mantiene in vita.

Nella tempesta seguiva una corsa ai ripari. Nella notte
riparavo. Se nella tempesta sparavo nell’incontro ascoltavo
altri che te; se nella tela che tutto sbiadiva capivo d’esser
stata tradita: - se nell’amore strascicavo parole forse
amarissime: - era per te che con il tuo filo di ragno aspettavi
era per te che con la mia rivoltella puntata velocemente su
delle mie tempie aspettavo in vano. Se dalla tua crudele
libertà aspettavo altro che la prigionia; se nell’amore
schiamazzavo; se nella tua pupilla scorgevo altro bene
oltre il tuo affanno: - allora era caduta la stella dal
cielo e le mie ironie si diffondevano sinuose per le tue
rimembrate braccia acute.

Il discorso amoroso è rivelato nella perdita, nell’assenza composta da insonnie e mancanza di reale comprensione; la passione è fagocitante e non passa, non scorre elettrica come il resto, ma scava una sua pozza di dolore che non conosce ristagno.

La speranza ha in sé il tradimento e l’inadempienza con la sicurezza con cui la notte precede l’alba, il canto si fa sottile e colmo di femminili anatemi, di maledizioni blasfeme contro un dio a cui non è possibile resistere.

Tassello di una scomposizione continua, l’amore segue il flusso di un delirio consapevole, maggiore e peggiore compagno per una voce incandescente che scrive «- desolata del vuoto e piena di vita / esausta come una pietra su della quale troppo si cammina / rinascevo a peggior vita».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 11 ottobre 2004
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