I VECCHI E I GIOVANI, L'OPERA PIÙ VASTA E COMPLESSA DI LUIGI PIRANDELLO, SFUGGE A UNA FACILE COLLOCAZIONE NELLA PRODUZIONE DELLO SCRITTORE

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I vecchi e i giovani (1913)



Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani
in Pirandello, tutti i romanzi
Mondadori - Meridiani 1973,
Euro 49.00

e I vecchi e i giovani Luigi Pirandello sembra voler dimostrare che il caos predomina sui progetti, nobili e meno nobili, e sulle aspirazioni, leggittime o inconfessabili, di tutti. Nel microcosmo della famiglia come nel macrocosmo della politica; negli ambienti dell'aristocrazia come in quelli della borghesia e della plebe, persino (caos=pazzia) a livello della fisiologia e dei sentimenti.

Unico ordine, unico “disegno” che possiede una possibilità di concretizzarsi è uno stato di disordine incontrollabile in cui gli spiriti, per quanto nobili, vengono trascinati nella polvere, i migliori propositi sortiscono esiti devastanti e i desideri più innocenti e puri sfociano nella follia.

Scritto nel 1899, all'indomani dello scandalo della Banca Romana (1893) – un esempio di malgoverno che non cessa di riproporsi ciclicamente, pure in mutevoli forme e molteplici varianti, a fasi alterne nella storia della Repubblica Italiana (vedi l'articolo Diritti del risparmio, percezione del rischio e dimensione della frode) – sei anni dopo il drammatico epilogo dei Fasci siciliani, I vecchi e i giovani si sviluppa intorno ad alcuni episodi che appartengono alla biografia e al periodo di Luigi Pirandello: la crisi mineraria zolfara, la malattia della moglie, l'impatto con la vita e la mondanità romana, i moti che sfociarono nella repressione e nel sangue.

Il «romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione» (Pirandello), è un romanzo «accorato», «l'opera più vasta e complessa di Luigi Pirandello» (Spinazzola), «dove l'identità unificante del passato è opposta alla politica, categoria negativa del presente» (Guglielmetti-Joli). Pubblicato dapprima nel 1909 sulla «Rassegna contemporanea» e quindi nel 1913 dall'editore Treves, I vecchi e i giovani sfugge a una facile collocazione nella produzione pirandelliana, «fatta di pièces l'una legata all'altra, in vista di un ipotetico insieme» (Macchia), una prova a sé stante che esaurisce un'esigenza personale dell'autore di venire a capo del proprio vissuto, storico e autobiografico.

La vicenda ha inizio con l'annuncio dell'unione in seconde improbabili e tardive nozze tra don Ippolito Laurentano, capostipite di una famiglia aristocratica agrigentina, e Adelaide Salvo, matura e florida sorella di un facoltoso e intraprendente borghese, con appetiti illimitati e pochi scrupoli.

Questo evento “capriccioso” s'inserisce nella contingenza di un evento di portata più vasta: le elezioni politiche per designare l'uomo deputato a rappresentare a Roma gli interessi della città di Girgenti, in cui il candidato del «Partito Clericale Militante», Ignazio Capolino ha da vedersela con quello dei socialisti, Roberto Auriti, nel contesto di intrighi – con lo scambio tra le parti di ignobili accuse, a cui rispondono indignate proteste... – che una ricorrenza di tale portata reca con sé, ma nel disincanto della popolazione.

    «Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso chiunque si levasse a gridarle contro.»

Il tutto si innesta infatti nel tessuto economico isolano, caratterizzato dalla miseria delle campagne e dalla crisi dell'industria mineraria .

Nell'economia del romanzo, come ne I vicerè gli Uzeda e nel Gattopardo il Principe di Salina, i Laurentano rappresentano il passato di un ordine feudale che lascia spazio a una amministrazione paternalistica ma equa. La giustizia nei rapporti con i dipendenti si manifesta in modo arbitrario altrettanto quanto la vessazione; l'equità è un'espressione d'eleganza, la moderazione un fatto di educazione e di stile; la tolleranza è un segnale di intelligenza, di superiorità e di senso dell'umorismo.

Proprio per questo i Laurentano (il nome riverbera echi rinascimentali) rappresentano, attraverso i figli di Ippolito e della sorella di lui Caterina, Gerlando e Roberto Auriti, anche un futuro utopico, guadagnato a prezzo di errori e di delusioni, di aspirazioni e di rovesci generazionali che mettono a dura prova lo spirito umanitario e idealistico conquistato dalla famiglia in senso evolutivo e, appunto, "aristocratico".

    «Lo spettacolo pone soprattutto in rilievo l'imparità dei personaggi, rispetto alla situazione che sono chiamati a vivere. I procedimenti cambiano però, anzi addirittura si capovolgono, quando entrano in scena i ceti aristocratici. Il personaggio stavolta appare superiore agli avvenimenti nei quali si trova immerso.» (Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico).

Se l'ambiguità e il tradimento, insomma, sono dei comuni mortali, la sincerità e la coerenza sono dei prìncipi.

Al contrario, Flaminio Salvo, banchiere, proprietario di terre e di miniere rappresenta un presente singolare, sterile e triste, senza progetto, al di fuori del proprio smodato e insaziabile arricchimento: a scapito dei miserabili che non posseggono che se stessi; a scapito di coloro che, pur possedendo qualcosa non sanno trovare, per conservarlo, un ruolo adeguato nella società; a scapito dei propri stessi familiari e amici, che vengono “spesi” sulla scacchiera della vita per la conquista di una posizione strategicamente giustificata soltanto da una nuova potenziale conquista.

Ma Pirandello non infierisce sul personaggio di Flaminio Salvo, vittima egli stesso delle proprie azioni, della propria forza e in sostanza un uomo da compatire. Il disgusto dell'autore si scatena nella descrizione di Ignazio Capolino e di Nicoletta Scoto, campioni di quella piccola borghesia ambiziosa e arrivista, senza ideali né principî, che basa la propria esistenza sulla finzione e sulle apparenze.

    «Era quello un momento drammatico, d'intermezzo alla commedia che marito e moglie rappresentavano da due anni ogni giorno, anche nell'intimità delle pareti domestiche, l'una di fronte all'altro, compiacendosi reciprocamente della loro finezza e della loro bravura. Sapevano bene l'uno e l'altra che non sarebbero mai riusciti a ingannarsi e non tentavan nemmeno. Che lo facessero per puro amore dell'arte, non si poteva dire, che odiavano entrambi in segreto la necessità di quelle loro finzioni. Ma se volevano vivere insieme senza scandalo per gli altri, senza troppo disgusto per sé, riconoscevano di non poterne far di meno. Ed eccoli dunque, premurosi a vestire, o meglio a mascherare di garbata e graziosa menzogna quel loro odio; a trattar la menzogna come un mesto e caro esercizio di carità reciproca, che si manifestava in un impegno, in una gara di compitezza ammirevoli, per cui alla fine marito e moglie avevano acquistato, non solo una stima affettuosa del loro merito, ma anche una sincera gratitudine l'uno per l'altra. E quasi si amavano davvero.»

Nella parte “romana” dell'intreccio Pirandello mette in scena il dramma che nel 1893 coinvolse i vertici della Banca Romana insieme ad alcuni elementi del governo socialista di Giolitti, alcuni ampiamente colpevoli di aver abusato del proprio ruolo istituzionale, altri inconsapevoli complici dei primi.

Alla fine de I vecchi e i giovani tutti risultano perdenti. Roberto Auriti (che rappresenta lo zio materno di Pirandello, Rocco Ricci Gramitto) infangato da uno scandalo a cui è estraneo; l'onorevole Corrado Selmi (al secolo Rocco De Zerbi) suicida; Caterina, «vestale del patriottismo» si spegne senza pronunciare una parola; Nicoletta, già amante, per calcolo opportunistico, di Flaminio Salvo, viene spinta, per calcolo ancora, dal marito tra le braccia dell'ingegnere minerario del Salvo, Aurelio Costa, ed entrambi correranno a farsi massacrare dai minatori in rivolta; la figlia di Flaminio Salvo, Dianella, segretamente innamorata dell'ingegnere, impazzisce; Adelaide fuggirà nel cuore della notte con il deputato Capolino e Ippolito Laurentano liquiderà la faccenda filosoficamente girandosi dall'altra parte: «Ah sì? Buon viaggio. Penserò domani ad averne dispiacere, quando mi sarò levato.»

Flaminio Salvo sarà il solo rimasto lucido, in una casa sottratta ad altri, in compagnia della moglie malata di mente e della figlia impazzita; Gerlando Laurentano, coinvolto nei disordini causati dai minatori, si sotrarrà alla cattura riparando, come una volta il nonno di cui porta il nome, a Malta; Mauro Mortara infine, simbolo vivente degli ideali risorgimentale verrà abbattuto dal fuoco “amico” della repressione del ministro Crispi a cui intendeva dare man forte.

Tre«fallimenti collettivi: quello del Risorgimento, come moto generale di rinnovamento del nostro paese, quello dell'unità, come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e dell'Italia meridionale, quello del socialismo, che avrebbe potuto essere la ripresa del movimento risorgimentale» che si sovrappongono ai «fallimenti individuali: dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano a essere responsabili degli scandali, della corruzione e del malgoverno dei giovani» (Salinari).

Toccherà a don Cosmo, il fratello intellettuale di Ippolito, di fornire la chiave di lettura degli avvenimenti e il punto di vista di Pirandello, nel corso dell'ultima conversazione con Gerlando, prima della fuga:

    «Una cosa è triste, cari miei: aver capito il gioco! Dico il gioco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c'è più altra realtà...»

12 marzo 2006
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