NEL ROMANZO STORICO IL VELOCIFERO LUIGI SANTUCCI RISCOPRE A MILANO LE RADICI PIU' PROFONDE

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Il velocifero (1963)


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Luigi Santucci, Il velocifero
Oscar Mondatori
pp. 432, euro 7,23

na famiglia milanese a cavallo tra il XIX e il XX secolo allargata a nonni e zii: questi gli ingredienti da cui prende avvio Il velocifero (il termine significa diligenza celere utilizzata fino alla fine dell’ottocento), il grande romanzo storico di Luigi Santucci pubblicato per la prima volta nel 1963. Un ambiente protetto, solare e caldo raccontato dal punto di vista dei due bambini di casa, i fratelli Renzo e Silvia Bellaviti.

Per oltre duecento pagine dal suo avvio il libro ci mostra un nucleo familiare lontano da qualsiasi turbamento, vive tra amicizie (che paiono non dover tramontare mai) e valori civili e religiosi. Ma come tutte, anche questa letizia è sostenuta da un filo. La morte del nonno di Renzo e Silvia, infatti, basta a far crollare quella che si rivela essere stata solo una fragile felicità. La Prima Guerra Mondiale e la vocazione che spinge Silvia a rinchiudersi in un monastero di clausura fanno il resto. E quella che pareva essere un’arca di Noè zeppa di parenti e di animali (tra gatti, pappagalli e scimmie spesso casa Bellaviti sembra essere uno zoo) si scopre che non era destinata a un approdo in un porto sicuro, ma naufraga tra gelosie, debiti e accadimenti storici.

Il romanzo non è esente da difetti (a tratti la trama appare artificiosa e la psicologia di alcuni personaggi non regge il passo con la struttura complessiva dell’opera), ma i suoi pregi ce li fanno dimenticare molto in fretta. Primo fra tutti, l’autore è veramente grande quando riesce a farci riassaporare il gusto antico della processione, del rosario. Della festa religiosa che ha l’odore delle castagne arrosto. Senza trionfalismi e senza discorsi ampollosi o intellettualistici, Santucci ci fa riscoprire le nostre radici più profonde. Quelle radici che, lasciandoci ciecamente trascinare da un’esterofilia di maniera e modaiola, rischiano ogni giorno di più di essiccarsi per sempre.

Sono numerosi gli elementi del romanzo che ne fanno un’opera fortemente legata alla terra lombarda e alle strade meneghine. Il dialetto milanese parlato in casa, il latino degli anni della scuola: i due idiomi paiono essere alleati nelle prime battute del libro, per condensare quello che siamo. Le nostre origini, la nostra gloria passata e l’attuale comunità che si stringe su se stessa. E in non pochi passaggi tra le righe balena una valutazione che non lascia scampo a fraintendimenti: l’abbandonare (coscientemente o meno non importa) tutto questo rischia di portarci verso la barbarie. Uno dei meriti maggiori di questo romanzo sta proprio nel ridarci il sapore di quello che non c’è più. Oppure, di mostrarci una piccola angoscia che ha sicuramente assalito chiunque abbia assistito a uno spettacolo alla Scala (che oggi non è più quella che era). Chi non ha mai immaginato quale immane massacro l’enorme lampadario di cristallo avrebbe provocato se fosse caduto “sulle teste di quegli omini laggiù”, come dice l’autore? È vero, col suo lento e immancabile oscillare era davvero un “incubo di cristallo”. Ma era meglio non dirlo. E forse nemmeno pensarci.

C’è anche da segnalare la perfetta padronanza del dialetto milanese da parte dell’autore. Spesso usato per dare corpo e colore a un’ironia rozza ma genuina, ridà senso a quello che oggi realisticamente può essere la funzione della nostra lingua dialettale: un metodo (e un metro) d’espressione che conserva ancora intatti motti e proverbi che, se riportati in italiano, spesso non dicono più nulla. Perché, in fondo, tradurre è un po’ tradire. E un concetto, un modo di dire vivono anche (forse soprattutto) della loro musicalità.

L’unica àncora di salvezza per quella che sembrava un’arca inaffondabile, infine, pare essere quella di Silvia: il convento. Non inteso come le mura entro cui rifugiarsi, ma come un riavvicinamento alla fede cattolica. Fede che, unica tra i marosi della prima guerra mondiale, può fornire ancora una bussola. Che, poi, in fondo, è anche il salvagente al quale il nostro tempo presente dovrebbe aggrapparsi: non, infatti, l’identità degli altri con cui dobbiamo confrontarci. Ma, in primo luogo, la nostra identità che stiamo andando smarrendo sempre più. E sempre più velocemente.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 28 novembre 2004
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