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ROMANZO DELLA MEMORIA. LA RICERCA DEL PADRE PITTORE E ARTISTA, ATTRAVERSO I RICORDI DRAMMATICI DELL'ADOLESCENZA

Via Gemito (2000)



«Il libro comincia con l’affermazione “mio padre ha picchiato continuamente mia madre”. Passa al momento in cui ci si sforza di elencare quali siano stati gli episodi delle botte; si arriva all’idea che le botte ci sono state, di sicuro, solamente due volte. L’interrogativo che subito si pone è: quanta vita vera riusciamo a cavare dal disordine, a volte anche menzognero, della nostra memoria?»
ItaliaLibri ha raccolto le affermazioni che Domenico Starnone ha pronunciato durante una presentazione pubblica del suo libro, seguite dalle risposte raccolte nel corso di una successiva intervista.
Domenico Starnone
, Via Gemito
Feltrinelli, 2000
I narratori, pagg. 392
Euro 16,53

Rusinè. Federì. Mimì. Tre nomi che portano con sè gli accenti e i suoni di una famiglia napoletana e del suo dialetto. Delle sue origini. Quelle di una strada, Via Gemito 64, con i suoi suoni e i suoi odori.

Un romanzo della memoria, dei luoghi ritrovati, del passato. A ripercorrerli Mimì, figlio, adolescente e ora adulto, che torna indietro nel tempo a restituire le parole a Rusinè, la madre, vittima paziente di Federì, un padre aggressivo e profondamente ambizioso che per tutta la vita ha sempre parlato e urlato per tutti.

«Elegante, un vero principe della strafottenza» Federì è un artista, «pitta». Per lui la vita e la realtà hanno senso e significato solo quando vengono «pittate».

Perseguitato da un destino non compiuto, vive la famiglia numerosa e il poco spazio della casa come costrizione e punizione.

In famiglia non lo possiedono, possiedono un fantasma, «un’ombra scontenta che siede a capotavola», perché Federì non è solo un pittore, è anche un ferroviere, con turni e orari e con l’ingiustizia e la frustrazione di chi, intraprendendo un lavoro più nobile agli occhi del mondo, continua a conservare un desiderio di rivalsa per la vergogna delle proprie origini.

Federì vorrebbe lasciare le Ferrovie, «essere pagato per dipingere tutto il giorno», sapere che ogni pennellata può diventare denaro. Il pane e l’arte. Federì vuole dimostrare al mondo intero che grazie al suo talento la sua famiglia può mangiare e bere tutti i giorni.

Fare il ferroviere gli toglie però l’energia per dedicarsi alla pittura. Frequentare gli artisti sapendo che il giorno dopo deve andare a lavorare gli fa nascere dentro la rabbia che scatena verso una famiglia che accusa di non capire il suo talento.

E la famiglia ha paura. Ha paura di contraddirlo, di disturbarlo, ma lo ama, e chiude un occhio su tutti i suoi lati tremendi perché sedotta da quelli stupefacenti e affabulatori, dai modi teatrali e plateali che ha nel raccontare anche il più banale degli episodi.

Federì è un uomo libero, ha preso tutti «a rutti in faccia» ma soprattutto è un artista, ha il colpo d’occhio, sa trasfigurare la realtà sperimentando «il potere di dimenticare un mondo per fabbricarne un altro».

Rusiné è una bella donna, le basta poco per essere elegante, un po’ di crema nivea, un po’ di rossetto e qualche pettinino ai capelli. Poche occasioni per incontrare altre persone e uscire dal ruolo di «fattrice» a cui l’ha costretta Federì. Ma Rusiné paga la sua bellezza e gli sguardi che per una sera gli altri uomini le rivolgono. Li paga a casa, con le botte e le grida. «Vanesia» è la parola misteriosa che resterà impressa nella memoria a Mimì, con quel significato terribile di offesa mentre il marito gliela grida e le brucia l’oggetto di tanta bellezza, i pettinini di plastica.

La gelosia e la rabbia hanno da quel momento per Mimì l’odore nauseante di plastica bruciata e un nome: «vanesia».

Mimì è lo sguardo su questa famiglia, la loro memoria, un bambino pauroso che teme il padre e gli obbedisce, che ha “paura di non soddisfare le sue aspettative”, di non saper portare avanti la sua lotta, di difendere il bottino che dopo tanta fatica lui ha conquistato. Lo teme, lo odia e lo ammira. Lo accondiscende nelle sfuriate verso la madre, semplicemente non intervenendo, per paura, ma anche per il desiderio di farlo finire il più presto possibile, “meglio il consenso” per non dover sentire altre urla.
“Quando lui la batte tu che fai, stai a guardare?”. Di fronte a questa domanda terribile Mimì si rende conto della sua impotenza e dell’incapacità di difendere la madre, animato da tutti i conflitti che gli impediscono persino di dire una parola per farlo finire. Ed è la complicità di cui ha più vergogna, quella di permettere al padre di continuare pur vedendo e sentendo.

Il libro ruota intorno a tre momenti onirici e visionari della vita di Mimì.

La visione di un pavone maestoso e dalla ruota coloratissima mentre sta prendendo le sigarette al padre in camera da letto. La posa lunghissima per un ritratto del padre perché non dica che «chillu féss» si è mosso come hanno fatto tutti. E infine il voto della madre alla chiesa di farlo vestire alla comunione con il saio di S. Ciro.

Tre immagini poetiche, a tratti comiche e tragiche, che come foto ingiallite sembrano uscire da un film neorealista per farci respirare le voci di una Napoli del dopoguerra, l’odore dei sughi e dell’acqua ragia, i suoni della singer e le risate dei pranzi domenicali delle comunioni.

Ma la memoria opera un lavoro di selezione e di confusione: «Ora che ne devo scrivere non so distinguere tra ciò che ho visto io e ciò che mi ha fatto vedere lui con le sue parole». Nel ricordare, Mimì sente che il padre tira sempre dalla sua parte, che, prepotentemente, si inserisce in questo percorso all’indietro, che i luoghi che sta cercando sono i luoghi dei racconti del padre, che forse non sono mai esistiti o sono esistiti solo come glieli ha raccontati lui.

«Come è perfida la memoria, ogni ricordo è già il primo stadio di una menzogna». I ricordi si confondono con i desideri. Ricordare è riconoscere, desiderare, immaginare che possa essere. La memoria è il tempo delle possibilità. E’il tempo del passato prossimo e dell’imperfetto, dove l’ora è sempre un momento non ancora finito. Il tempo del ricordo è ancora un tempo del divenire: ciò che è accaduto, può riaccadere, e per ciò che non è mai accaduto, nulla esclude che possa essere accaduto davvero.

«Quando gli anni si assottigliano, ciò che è lontano è racconto, ciò che è vicino è sgomento». In questa incapacità di dare un ordine alla nostra esperienza, quando non si riesce a fermarla e a fissarla, recuperarsi con la memoria e il ricordo è l’unico modo per non smarrire se stessi

Quanto tempo stette in posa Mimì durante il ritratto? Non c’è successione esatta dei fatti, la memoria non ha un tempo cronologico, ha un tempo della “durata”, il tempo del significato che abbiamo dato ai fatti. Del tempo impiegato durante il ritratto, la memoria del protagonista ricorda che non perse la postura. Collaborativo e orgoglioso di non muoversi per non farlo irritare, Mimì respira con il padre l’odore dell’entusiamo, della fierezza di poter dire che suo padre in quel momento aveva bisogno di lui.

Mimì cresce e si allontana sempre più dal padre, dalla sua volgarità, parla a «monosillabi per cercare di non essere loquace come lui», per essere diverso da questo uomo che passa «dalla bestemmia alla preghiera con la stessa ingovernabile generosità di emozioni e sentimenti». Odio e amore sono alla fine due facce della stessa persona e per la stessa persona. Si sono sempre tutti «appiccicati» in questa famiglia, incollati, come con la colla, si sono sempre amati e odiati con la stessa intensità.

Ma nel tentativo di svuotare il cervello per liberarsi dal padre, Mimì si dimentica anche della madre, allontanandosi da lui e chiudendosi nell’impassibilità e nell’indifferenza, arriva ad essere impermeabile a tutto fino a perdere lo sguardo sulla madre, non accorgendosi della sua malattia che la porterà poi alla morte.

Vincitore del Premio Strega 2001, Domenico Starnone ci presenta un romanzo sicuramente in buona parte autobiografico, ma ce lo fa leggere come un romanzo di espiazione, come un tentativo di liberare il protagonista da un senso di colpa e allo stesso tempo di liberare i genitori da una storia di disperazione e umiliazione, facendoli diventare ai nostri occhi gli eroi di un’Italia che stava iniziando a cambiare.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 25 marzo 2003
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