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Viaggio in Italia (1953)

| FRANCAIS |


ean Giono avverte subito il suo lettore che non è un viaggiatore: «…durante più di cinquant’anni, è già qualcosa se mi sono mosso un poco …»; essendo limitato dal suo lavoro d’impiegato di banca che ci descrive con humour. E poi, un bel giorno, è il 1953, all’età di 57 anni, un viaggio in Italia diventa per lui necessario, infatti legge e rilegge Machiavelli e ricorda suo nonno piemontese e carbonaro da ormai più di vent’anni. Dopo alcuni preparativi ai quali assistiamo, finalmente parte in automobile (una Renault 4CV decappottabile) in compagnia di sua moglie, Elisa, e di una coppia di amici. Giono ha scelto di recarsi in Italia passando per il Monginevro, perché detesta il mare: «Questa orribile cartavetrata che gratta le rocce, i corpi e le anime” e “chilometri di donne nude che si stanno seccando” e ama “i deserti, le prigioni e i conventi».

E’ dunque un racconto di questo viaggio che l’autore ci presenta con molto humour e costellato di ricordi. Ci descrive i numerosi paesaggi che attraversa in auto, il Piemonte il Canton Ticino, la Lombardia dove «i campi di riso divengono più vasti e gli alberi più rari» e le città nelle quali si ferma con i suoi compagni di viaggio. Dopo Torino, che paragona a Marsiglia; «E’ perché è stata capitale, e capitale con re e tiranno tanto quanto Marsiglia non è stata mai assoggettata che alla tirannia del commercio e dei conti in banca», arriva a Milano «dove il caldo e la luce sono intollerabili» per precipitarsi al Duomo che trova «agghiacciante con tutte le sue guglie» e che «non vale un accidente di niente».

Dopo una sosta rinfrescante e una breve passeggiata per Milano, i viaggiatori proseguono la loro strada sino a Bergamo che Giono trova ideale come cornice di romanzo, poi Brescia dove passano la notte, «la patria delle donne che hanno i più begli occhi d’Italia». Là, sono sorpresi e vergognosi di arrivare in auto, seguendo le strade, sino alla piazza principale che assomiglia, come sovente nelle città italiane, a una scena di teatro sulla quale sembrano collocarsi dolcemente delle comparse: «Quale idea di entrare a teatro, e sino al palcoscenico in automobile! Vorrei nascondermi in una tana di topo!». Questo genere di disavventure non è raro per i turisti motorizzati, smarriti nel dedalo delle piccole città italiane; conviene allora fondersi con l’andamento generale per scomparire il più velocemente possibile da questo luogo che sembra quasi sacro…

I viaggiatori raggiungono subito Verona dove l’autore «che non aveva ancora visto della pittura» si reca a Castelvecchio per vedere la Madonna di Stefano da Verona che si trova in un adorabile giardinetto il quale ricorda a Giono «le praterie del Monviso » in piena fioritura di luglio. Dopo Verona e prima di raggiungere il mare, i viaggiatori fanno tappa a Vicenza «città romantica…dominata da presso di colline di boschi nereggianti» ed infine arrivano a Vicenza che «malgrado Proust», l’autore «voleva lasciare da parte», ma «sono state le dame» ci spiega «che hanno insistito per venire».

A Mestre i viaggiatori debbono abbandonare la loro vettura in un’autorimessa prima di prendere il vaporetto per San Zaccaria. A Venezia, Giono scopre che «le usanze sono di un paese del Sud, ove, al più, tutto è provvisorio, mai definitivo». Ci descrive con brio le giovanette anemiche della città che vanno a bere sangue di bue caldo al mattatoio, il piccolo Sant’Antonio da Padova che gli operai dell’arsenale, i marinai, le donne di tutte le condizioni portano costantemente addosso e che presiede alle scelte che debbono affrontare continuamente nella vita. Giono si prende il tempo di scoprire e di rivelarci dettagli talvolta sorprendenti, sempre interessanti, di raccontarci degli annedoti o ancora di schizzare il fedele ritratto del «veneziano di vecchio ceppo», come se l’avesse sempre frequentato.

Alla descrizione dei celebri monumenti Giono preferisce intrattenerci con case scoperte qua e là, con stradine oscure e con la gente che le popola. I viaggiatori ripartono per Padova «propizia all’intrigo» per ammirarvi gli affreschi di Giotto alla Cappella Scrovegni dei quali Giono ci descrive i colori, o vagabondare davanti alla Basilica di Sant’Antonio, sulla Piazza del Santo «palcoscenico di teatro simile a un deserto eritreo», dove si vendono dei ceri. Dopo Padova, direzione Ferrara e il lettore si immagina allora sulla strada che unisce queste due città d’Italia tanto sono precisi i dettagli forniti da Giono.

Giono non vedrà Bologna che alle due di notte prima di andare a dormire in un misero albergo. Giono ha tuttavia il tempo di costatare che Bologna «città rossa» aveva «il più straordinario monumento ai morti che esista. Orribile ma perfetto» consistente in un muro ricoperto di nomi, ciascun nome illustrato dalla foto del morto. Questo monumento commuove l’autore sino alle lagrime quando scopre la foto di un cresimando. Giono trova «le strade e le stradicciole di Bologna…fredde quando soffia la tramontana delle Alpi». I viaggiatori vogliono infine giungere a Firenze e la Toscana per la strada degli Appennini, attraversando villaggi quali Loïano.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 26 febbraio 2002
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