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I Vicerè, di Federico De Roberto, romanzo antistorico, saga dei principi Uzeda di Francalanza |
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I Viceré (1894) |
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De Roberto fu troppo spesso e ingiustamente relegato sullisola buia della sua arte indecifrata, trattato con sufficienza, superiorità e distacco; non certo da Verga e Capuana, amici e sostenitori, ma da tutti coloro che ne intaccarono limmagine e che ancora oggi, nonostante limportanza dellautore nel quadro verista, fanno sì che nelle scuole non se ne studino a sufficienza o affatto le sorti. E per calarsi maggiormente in questa crudele verità, giova citare il commento di un apprezzato critico, Renato Serra, che nelle sue Lettere del 1913 scriveva: «( ) la sincerità di De Roberto non arriva ad essere originalità, e la sua fatica è più nobile e acuta che non veramente felice». La vicenda dei principi di Francalanza, quindi, seppure infarcita degli avvenimenti storici del lontano Ottocento, a molti risultò e continua a risultare poco avvincente. Le meschinità, le inimicizie, la bramosia e lantagonismo sono elementi immateriali, ma tuttavia palpabili di una scenografia entro cui si muovono numerosi attori, perennemente lacerati da conflitti intestini alla famiglia cui appartengono, incatenati tra loro dal solo privilegio della casta e dalla difesa di una esaltata superiorità sociale. Sopravvive, a movimentare uno sfondo altrimenti troppo monotonamente scontato, una sorta di germe della follia che svela la decadenza della razza. Ciascuno dei personaggi delineati, infatti, manifesta un eccesso di stranezza, fissazioni al limite dellossessione. Da tutti è ormai ripetuto il necessario accostamento tra I Viceré di Federico De Roberto e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, cosicché quando si parla delluno non si può non citare anche laltro. In entrambi pare prendere respiro un certo cliché, lo schema precostituito del romanzo storico. In realtà, come anche sottolineava Geno Pampaloni in una delle sue recensioni, il paragone da cui si traeva la troppo spinta somiglianza tra le due opere sarebbe stato azzardato. E ormai noto alla critica, nonostante l'irruente querelle in merito, che Il Gattopardo sarebbe molto più autobiografico di quanto non si volesse far credere (forse da Lampedusa stesso), a scapito dellattributo di romanzo storico da sempre affibbiatogli. Il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento sarebbe, a ben guardare, proprio quello di De Roberto e le affinità con questultimo andrebbero cercate, volendo farlo, non tanto in Tomasi di Lampedusa, quanto nella personalità, moralista, schietta e beffarda di Vitaliano Brancati, il quale, tra le altre poco note curiosità, si laureò proprio con una tesi su De Roberto. Leonardo Sciascia, in un articolo apparso su «la Repubblica» nellagosto del 1977 e intitolato Perché Croce aveva torto, esaltava le doti dellautore de I Viceré condendo il suo commento con notazioni ironiche, ma scientemente calibrate: «( ) era difficile, nella scuola di allora, mandare al diavolo Croce e i crociati, la poesia e la non poesia, e leggersi I vicerè come poi durante la guerra li lessi, pensando che tanto peggio per la poesia, se poesia non cera ( ). "Se ci fossero cinquanta pagine in meno", sospiravano coloro che amavano il libro ma non volevano mancare di rispetto a Croce. E perché avrebbero dovuto esserci cinquanta pagine in meno? E quali poi?» Una cosa è certa: lopera de robertiana non passò inosservata; solo per questo, anche se ciò potrebbe suonare come riduttivo, ci si sentirebbe in dovere di giudicarla valida. Leonardo Sciascia scrive ancora: «Tecnicamente è un romanzo ben fatto, senza ingorghi e dispersioni. Una tecnica così sicura; un tempo e un ritmo tanto vigilato e costante, danno ai personaggi una situazione per dirla con una espressione di Ortega di democrazia ottica». Alla fine di tutto, in un guazzabuglio di situazioni, scene e personaggi, non si saprebbe dire quale si ricordi meglio, quale ne esca protagonista, unica voce a risuonare in mezzo ad uninfinita polifonia. I personaggi de robertiani sono messi tutti sullo stesso piano e ognuno, alternativamente, è prima comparsa, poi protagonista, in una serie di vicende che a loro volta sono ad un momento di contorno, a un altro fulcro della storia che le racchiude tutte. Sconcertante la freddezza, così come la precisione da chirurgo e la rudezza quasi schematica del certificato propria dello stile de robertiano, che mette ordine in un contenuto di per sé caotico, dal quale non si può venire a capo se non lasciandosi guidare dalla torcia illuminate della mano del nostro autore, che sputa frasi e crea casi da cui si entra ed esce con estrema e rapida facilità. Un genio incompreso, un destino simile a quello incontrato da I vecchi e i giovani di Pirandello, il quale fu considerato una delle prove meno brillanti del brillante autore siciliano. «Evidentemente scrive Vittorio Spinazzola ne Il romanzo antistorico i lettori italiani, da una generazione allaltra, dallultimo Ottocento a metà Novecento, avevano una riluttanza profonda di fronte al tipo di discorso che i romanzieri siciliani si ostinavano a riproporre». Noi concludiamo con il commento di Brancati, riportato nellarticolo di Leonardo Sciascia: «Sulla diversità di tono fra le pagine de I Viceré o dei Processi verbali e le nostre pagine, tutti sono in grado di giudicare. Lo possiamo anche noi ». E dieci anni dopo avrebbe aggiunto: «Così come tutti sono in grado di giudicare la somiglianza delle sue delusioni alle nostre. E lo possiamo soprattutto noi». [L'itinerario stilistico di Federico De Roberto può considerarsi inscritto sull'asse verismo-naturalismo-psicologismo. Nel saggio Ereditarietà e predestinazione nei personaggi de I Viceré Anna Maria Bonfiglio affronta il romanzo-simbolo della decadenza e della fine non solo di una stirpe ma di tutta una condizione sociale, come risultato dell'elaborazione dei vari passaggi che hanno svincolato l'autore da ogni precedente "ismo"] A cura della Redazione Virtuale Milano, 15 ottobre 2001 |
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I commenti dei lettori
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