Il disprezzo si snoda nella Roma medio borghese degli anni ’50, tutta ipocrisia e opportunismo. Qui Alberto Moravia colloca Riccardo Molteni e la moglie Emilia

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La vita interiore (1978)



Alberto Moravia, La vita interiore
Tascabili Bompiani
pp.421, Euro 9,04

a vita interiore, cervellotico sforzo moraviano, è una narrazione privata di sterili fronzoli, un giudizio volto a incorniciare una particolare classe sociale: la borghesia.

Seduto di fronte alla propria macchina da scrivere, Moravia impiegò sette travagliati anni di stesure («…era un enorme groviglio di fili. Così prima ho dovuto fare il gomitolo e poi sfilarlo», La Vita di Moravia, Moravia – Elkann), prima di lasciare che il romanzo, nel 1978, giungesse fra le mani di chi, fermandosi alla superficie, non ne comprese da subito il significato simbolico.

In una prosa scarica di artifici letterari e buone maniere, in un linguaggio parlato, spesso insistentemente volgare, ma non ipocrita, un’adolescente romana di nome «Desideria» racconta di sé all’autore, indicato con il pronome «Io».

Dalle prime battute il romanziere s’accorge d’avere di fronte non una persona, ma due: oltre a Desideria, una Voce. Quest’ultima, come la protagonista stessa spiega, insieme alla verginità è ciò che la rende somigliante alla figura di Giovanna D’arco; la Voce parla, decide, guida e comanda dalla sede dei pensieri della ragazza, dalla sua mente.

La narrazione non ha tempo, si svolge in un presente non databile ricco di flashback attraverso cui la protagonista ripercorre esperienze vissute, talvolta meditate e volute, più spesso frutto di un inesorabile plagio della Voce. Come annebbiata dagli effetti di una droga, Desideria si lascia trasportare da essa fino a cercarla, ad accorgersi di non poterne più fare a meno, ad esserne paralizzata e sconcertata, ma succube.

Figlia adottiva di una madre ricchissima e spietata, perversa e ossessionata dall’erotismo, Desideria comincia ad esserne amata solo quando, da «grassona» (come lei stessa si definisce), diventa bellissima; ciò nonostante, il sentimento di Viola, non è mai ben piantato, ma sempre oscillante fra l'affetto materno e l'amore incestuoso. Desideria non odia la madre, le è sostanzialmente scostante, ma il vero disprezzo per Viola è della Voce: «Ogni volta che mi attribuisco dei pensieri ostili a Viola, devi intendere che questi pensieri mi erano suggeriti oppure imposti dalla voce e che io non c’entravo», spiega la protagonista al romanziere.

Il testo ha due motori a dargli lo stimolo narrativo: da una parte il senso simbolico, come Desideria stessa spiega («nella vita pratica si agisce realmente, ma nella vita interiore tutto avviene simbolicamente»), dall’altra la «rivolta», elemento costante e ossessivo nella vita e nelle opere di Moravia. La stessa verginità della ragazza è votata alla rivolta: ella aspetterà l’uomo che saprà attuare la rivoluzione, prima di dissolvere la propria purezza.

Attraverso un «piano di trasgressione e dissacrazione», la Voce pone Desideria di fronte