CON LA VITA NON è SOGNO SALVATORE QUASIMODO è ORMAI SULLA SCIA DELL'UOMO NUOVO, DELL'«UOMO DA RIFARE»

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La vita non è sogno (1946 –1948)



Salvatore Quasimodo, La vita non è sogno
in Tutte le poesie,
Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1994
Euro 12,40

a vita non è sogno, la settima raccolta di Salvatore Quasimodo, riprende la svolta ormai irreversibile iniziata con l'opera poetica Giorno dopo giorno, che inaugurava la poesia civile e corale del poeta. Quasimodo abbandona definitivamente i temi e il linguaggio della poesia ermetica e mette in pratica le idee contenute nel primo discorso sulla poesia. Il poeta è ormai nella scia dell’uomo nuovo, dell’«uomo da rifare» come scriveva nella conclusione di quel primo scritto. Anche nel secondo saggio sulla poesia Quasimodo riprende ad affermare l’importanza della svolta etica e della poesia che poteva vincere il dolore e portare una porzione di verità al popolo. Così scriveva Quasimodo nel saggio L’uomo e la poesia del 1946:

    «L’uomo vuole la verità dalla poesia, quella verità che egli non ha il potere di esprimere e nella quale si riconosce, verità delusa o attiva che lo aiuti nella determinazione del mondo, a dare un significato alla gioia o al dolore in questa fuga continua di giorni, a stabilire il bene e il male, perché la poesia nasce con l’uomo, e l’uomo nella sua verità non è altro che bene più male».

Partendo da queste considerazioni Quasimodo non può più fare marcia indietro, rivolgersi con nostalgia al passato, ma è costretto a guardare avanti, per portare una parola di chiarezza alla società che lo circonda, per indicare i veri valori della società italiana che esce sconfitta dalla seconda Guerra Mondiale. Deve esprimere anche i valori che erano usciti dalla Resistenza italiana contro la barbarie nazista. Ora mentre Giorno dopo giorno fu scritto durante l’ultimo biennio della guerra e quindi risente maggiormente degli orrori delle azioni di un conflitto ancora in corso, La vita non è sogno è più distaccato e quindi più sereno; più lontano dai sentimenti di pena, di speranza e di dolore, ma più vicino al clima di ricostruzione. Sono gli anni famosi dell’aprile del 1948 quando si assiste al confronto tra la DC e il Fronte Popolare (PCI e PSI), con la vittoria della DC. Quasimodo matura la convinzione che l’Italia ricada nell'area d'influenza occidentale e sia quindi preparata a divenire uno Stato democratico e parlamentare. Proprio in questi anni Quasimodo si iscrive al PCI, anche se non diventerà mai un militante, solo un simpatizzante. Questa adesione garantisce la svolta sociale e politica del poeta. Egli partecipa attivamente e concretamente alla rinascita del paese che sta avanzando lentamente, con fatica, verso una democrazia parlamentare e, sventato il pericolo di un riflusso nel blocco sovietico, verso una economia che può definirsi neocapitalista.

La vita non è sogno sottintende quindi gli eventi politici che si sono seguiti tra il 1946 e il 1948. Quasimodo ora presenta questa nuova raccolta di nove poesie, ognuna delle quali espone un tema proprio e diverso dalle altre poesie. Sono tutti argomenti non nuovi nella sua poetica e anzi in un certo senso proseguono i temi di Giorno dopo giorno, rivisitati nella nuova visione etica della poesia e della società. Ogni composizione esprime un valore morale fondamentale da perseguire e da realizzare.

I nove titoli sono: Lamento per il Sud, Epitaffio per Bice Donetti, Dialogo, Colore di pioggia e di ferro, Quasi un madrigale, Anno domini MCMXLVII, Il mio paese è l’Italia, Thanatos Athanatos, Lettera alla madre.

La prima poesia invoca il valore etico della Giustizia sociale, assente nell’Italia spaccata tra Nord e Sud. Il poeta denuncia l’ingiustizia che pervade la terra nativa, vista come una landa arretrata economicamente e socialmente. Quasimodo vede il Sud, non come una terra felice, un eden a cui si voglia fare ritorno, ma come un territorio, una regione piena di povertà e di ingiustizia sociale, dove domina la malaria, l’arretratezza economica, e la disoccupazione che costringe i fanciulli a vivere in mezzo alle montagne.

Descrivendo questa scena l'autore sembra anticipare la strage di Portella delle Ginestre. «Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti, / costringono i cavalli sotto coltri di stelle, / mangiano fiori d’acacia lungo le piste / nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse. / più nessuno mi porterà nel Sud».

Il Primo Maggio 1947, a Portella delle Ginestre, presso la Piana degli albanesi in Sicilia, la banda Salvatore Giuliano assalì una folla contadina riunitasi per un comizio, uccidendo 12 persone. Scritti il 13 febbraio 1947, qualche mese prima della strage, questi versi sembrano presagire la tragedia.

Tra il 12 e il 14 maggio 1947 Quasimodo stese un famoso articolo nel quale, descrivendo il massacro dei contadini e il dolore delle madri, concludeva:

    «Guardate il viso di queste madri e ricordate che la Sicilia è “anche” terra italiana, fate davvero che “a colpo omicida non si renda colpo omicida” (Sono antiche parole ricantate da Eschilo). A Portella delle Ginestre ricade ancora il silenzio. Ma i suoi morti continuano davvero ad abitare coi vivi, il dolore del distacco, il lamento del Primo Maggio vuole la sua quiete, perché quella frequenza sia dolce e rassegnata. Innocente è sempre in Sicilia chi cade da oscura violenza e un innocente non ha bisogno né di conforto né di elogio ma di giustizia». Dall’opera A colpo omicida e altri scritti pagine 69 – 70.

Di fronte a questo Sud depresso e pieno di ingiustizia il poeta conclude esprimendo il suo risentimento amaro e impotente: « E questa sera carica d’inverno / è ancora nostra, e qui ripeto a te /il mio assurdo contrappunto /di dolcezze e di furori/ un lamento d’amore senza amore». È la svolta quasimodiana verso temi che riguardano la società italiana, mentre l'autore si trova ormai definitivamente stabilito a Milano.

La seconda composizione esprime il valore etico della gratitudine per la donna amata, che ha lasciato la terra per sempre. Si tratta della prima moglie, Bice Donetti, «la donna emiliana da me amata / nel tempo triste della giovinezza». E implora la gente che passa dalla sua tomba «a fermarsi un minuto a salutare/ quella che non si dolse mai dell’uomo/ che qui rimane, odiato, coi suoi versi, / uno come tanti, operaio di sogni».

La terza invoca, attraverso il riferimento ad Orfeo, il valore etico del ritorno alla normalità, del ritorno alla pace, dopo gli anni neri del conflitto. Anche il poeta ritorna dalla guerra a cercare la sua Euridice. «I vivi hanno perduto per sempre / la strada dei morti e stanno in disparte». Ma per fortuna Euridice è salva e lo aspetta. «E qui / l’Olona scorre tranquillo, non albero / si muove dal suo pozzo di radici. / O non eri Euridice? Non eri Euridice! / Euridice è viva. Euridice! Euridice!.». (Nella mitologia Orfeo perde la sua Euridice quando, all’uscita dall’Ade, si volta dietro di sé a guardare se ella lo stia davvero seguendo).

La quarta lirica addita il valore etico della pace e del tempo che inesorabilmente fugge vita. E’ l’antico tema della fugacità della vita, che contiene un riferimento alla guerra appena conclusa ed esige che non si ripeta l'olocausto nucleare. Quasimodo esprime il suo risentimento per i caduti e chiede ragione al presidente americano Harry Truman del sacrificio di tanti giapponesi innocenti, quando, il mattino del 6 agosto 1945, su Hiroshima fu sganciata la prima bomba atomica. « E il vento s’è levato leggero ogni mattina / e il tempo, colore di pioggia e di ferro / è passato sulle pietre, / sul nostro chiuso ronzio di maledetti. / ancora la verità è lontana. […] Dammi la risposta / Ora, ora prima che altro silenzio / entri negli occhi, prima che altro vento / salga e altra ruggine fiorisca».

La quinta esprime il valore etico dell’Amore, vivo e presente, vivificante e unico, che il poeta rivive con la nuova compagna. È un invito al carpe diem di oraziana memoria. Il poeta invita la sua donna a vivere quell’amore con sincerità e fino in fondo, prima che il tempo sia irrimediabilmente passato. I versi iniziano con la descrizione di una bella giornata d’estate, poi, rivolgendosi alla donna amata: «Ma è sempre il nostro giorno/ e sempre quel sole che se ne va / con il suo filo del suo raggio affettuoso. / Non ho più ricordi, non voglio ricordare; / la memoria risale dalla morte, / la vita è senza fine. Ogni giorno / è nostro». E poi conclude: «E l’uomo che in silenzio s’avvicina / non nasconde un coltello fra le mani / ma un fiore di geranio.»

La sesta composizione esprime il valore etico della aspirazione alla pace, a vivere in un mondo senza armi e senza guerre, anche se il poeta è consapevole dell'impossibilità di una tale eventualità.

    ANNO DOMINI MCMXLVII.

    Avete finito di battere i tamburi
    A cadenza di morte su tutti gli orizzonti
    Dietro le bare strette alle bandiere,
    di rendere piaghe e lacrime a pietà
    nelle città distrutte, rovina su rovina.
    E più nessuno grida: «Mio Dio
    Perché mi hai lasciato?». E non scorre più latte
    Né sangue dal petto forato. E ora
    Che avete nascosto i cannoni fra le magnolie,
    lasciateci un giorno senz’armi sopra l’erba
    al rumore dell’acqua in movimento,
    delle foglie di canna fresche tra i capelli
    mentre abbracciamo la donna che ci ama.
    Che non suoni di colpo avanti notte
    L’ora del coprifuoco. Un giorno, un solo
    Giorno per noi, padroni della terra,
    prima che rulli ancora l’aria e il ferro
    e una scheggia ci bruci in piena fronte.

La settima esprime il valore etico della amor di patria, dell’amore del popolo verso il proprio paese. Ma sottolinea anche l’importanza dei poeti, che non possono dimenticare gli orrori della seconda Guerra Mondiale anche perché ancora i ruderi e i reticolati superstiti testimoniano la tragedia. Ecco l’incipit: «Più i giorni della guerra s’allontanano dispersi / e più ritornano nel cuore dei poeti.» E dopo aver elencato alcuni territori e città distrutte dalla guerra il poeta conclude: «I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili / dei vinti dei perdonati dalla misericordia ! / Tutto si travolge ma i morti non si vendono. / Il mio paese è l’Italia, nemico più straniero, / e io canto il suo popolo e anche il pianto / coperto dal rumore del suo mare, / il limpido lutto delle madri, canto la sua vita».

L’ottava, Thanatos Athanatos, esprime il valore etico della eterna ricerca della verità tra la vita e la morte. In essa, «Capovolgendo una concezione tradizionale che la poesia e l’arte hanno avuto della vita, e che trova la sua definizione nel titolo di uno dei più famosi drammi di Pedro Calderon de la Barca, La vida es sueño (1636), assegna al poeta un compito profondamente umano, storico». (Alberto Frattini, Poeti italiani del XX secolo pagine 674, 675)

La nona poesia, Lettera alla madre, esprime il valore poetico della gratitudine verso la madre che vive sola e lontana, che l'autore ringrazia per il dono insostituibile dell'ironia che lo «ha salvato da pianti e da dolori». «La confessione del poeta porta al confronto di due mondi e di due età diverse: la Sicilia e il grigio settentrione [...] Il filo misterioso si riallaccia così, dalla morte all’amore, nella figura-emblema, che ha il profumo di una familiare ed universale religio: dolcissima mater». (Alberto Frattini, Poeti Italiani del XX secolo pagine 676, 678)

La vita non è sogno è una raccolta di poesie, varie per i temi che trattano, ma sul piano della forma, recanti una unitarietà di fondo. Composte da un’unica o al massimo da due strofe, con versi lunghi e con un linguaggio chiaro e pacato. Le figure retoriche sono pochissime, tranne qualche enjambements. Siamo lontani dallo stile ermetico. Ritorna come in Giorno dopo Giorno il Noi, come nella poesia Dialogo e nella poesia Anno domini MCMXLVII. Le altre composizioni parlano in prima persona, altre ancora invocano la seconda persona, come la poesia Colore di pioggia e di ferro.

Ecco il commento di Gilberto Finzi:

    «Le 9 poesie di La vita non è sogno sono composte fra il ’46 e il ’48; il libro esce nel ’49 ed è un’altra vittoria della poesia sulla nobile oratoria. Poesia “civile” sulla linea di Giorno dopo giorno, sul filo dell’indignazione etica che vede già i fatti allontanarsi nel tempo mentre la coscienza dell’uomo che scrive non riesce a dimenticare […] E’ poesia civile perché fa leva sull’etica o meglio sul moralismo acceso, perché ardente e tesa nei sentimenti e nei risentimenti, sempre giocata sui toni alti dell’epica anche là dove il cuore del poeta tende invece all’elegia […].
    Una volta per sempre, col tono esatto di chi ha definitivamente aperti gli occhi sull’esistenza, Quasimodo parla per tutti a tutti: come nel verso famoso che, rovesciando in negativo un altrettanto famoso titolo del drammaturgo spagnolo Calderon de la Barca (
    La vida es sueño) dà il titolo alla breve raccolta: “La vita non è sogno”. Domande ancora aperte, dialogo, ricerca: la parola non è più sufficiente, ora è il pensiero, il messaggio, che conta, in ritmi più lunghi, mentre ancora il lessico semplificato testimonia una volontà di comunicazione non negata dalla struttura poetica complessiva “difficile”: di una difficoltà che compete alla poesia come suo destino di ambiguità. Nel lessico lineare, nell’elegia del ricordo personale e del commosso ringraziamento, il ritmo è creato con espedienti semplici: non più con la disposizione delle parole nel verso, ma con gli a capo, i pochi enjambements che separano in due versi contigui parole unite nel periodo logico e una rara lucidità di sguardo sulle cose della vita, sugli oggetti di casa, sul mondo reciproco di madre e figlio.» (Invito alla lettura di Salvatore Quasimodo pagine98 , 102, 103).

Ogni poesia di La vita non è sogno suscita una reazione diversa: indignazione, gratitudine, amore, dolore, desiderio di pace, patriottismo, anelito alla verità, amore filiale. Quasimodo è in sintonia con i tempi in cui vive e ne rispecchia le ansie e le speranze. L'autore ha scelto di identificarsi con l’uomo comune, che si pone domande fondamentali sull'esistenza, contro la guerra fratricida.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 aprile 2006
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