UNA VITA VIOLENTA, DI PIER PAOLO PASOLINI, MOSTRA LA CONDIZIONE DEL SOTTOPROLETARIATO ROMANO NEL SECONDO DOPOGUERRA

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Una vita violenta (1959)


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Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta (1959)
Garzanti, 2001
Elefanti - Narrativa, pp. 368

Euro 10,50

a vita che avanza a morsi, a strappi disperati. La vita che si fa vortice insensato, che sradica ogni norma morale e acceca. La vita violenta.

Pier Paolo Pasolini racconta il furore disperato e degradante di chi non ha nulla da perdere tranne se stesso, mostra il coraggio irresponsabile di ragazzi che sfidano il mondo per feroce istinto animale.

Una vita violenta mostra crudamente la condizione del sottoproletariato romano nel secondo dopoguerra, ma l’autore supera l’orizzonte ideologico di tanto neorealismo, si libera almeno in parte dai condizionamenti culturali che avrebbero potuto snaturare la rappresentazione di un mondo che egli conosceva fin troppo bene. Così la miseria materiale del popolo si riflette nella miseria morale da cui sono irrimediabilmente segnati molti dei personaggi pasoliniani. Il lettore conosce un universo primitivo, dove vigono le spietate leggi della sopraffazione e della violenza, dove faticano a trovare cittadinanza i più irrinunciabili sentimenti umani.

Il libro narra l’evoluzione morale e politica di Tommasino Puzzilli, campione di una dimensione sociale che pare collocarsi ai margini della storia. Viene raccontata un’infanzia segnata dallo squallore della povertà più estrema, una fanciullezza che respira l’aria viziata della corruzione. Pasolini insiste a più riprese nella descrizione della Piccola Shangai, il villaggio di baracche che fa da scenario ai primi anni di vita di Tommasino, affinché anche il lettore borghese riesca a visualizzare quel «mucchio di catapecchie sulla strada tra Pietralata e Montesacro, poco prima del punto dove la cloaca del policlinico sbocca nell’Aniene». L’ambientazione della vicenda diventa elemento indispensabile al racconto, emblema tangibile dei condizionamenti economici che, marxianamente, non possono essere sottovalutati.

Ma assieme alle questioni materiali Pasolini mette in piena luce l’altro potente principio vitale che agita i suoi personaggi: il sesso. Prorompe dalle pagine del romanzo un bisogno parossistico di carnalità, una necessità fisiologica che appare scissa da qualunque principio morale. Il corpo di adolescenti e adulti pare governato da leggi ancestrali, che spingono esseri umani di tutte le età a ricercare il piacere in qualunque forma e ad ogni costo. Il piccolo Tommaso, attratto fin da giovanissimo dal mistero delle proprie pulsioni, spia nelle prostitute del suo misero borgo il segreto della lussuria. Ma colpisce soprattutto il ricercato squallore delle descrizioni, che delineano donne grottesche, private di ogni traccia di umanità: «erano tracagnotte tutte due, con la pancia che parevano incinte, le cianche corte e grosse, due facce nere e pelose con la fronte bassa da scimmie e la borsa in mano». Prostitute che non curano nemmeno il proprio aspetto, quasi che lo sfogo sessuale a cui si prestano non avesse nulla a che fare con i canoni estetici della grazia e della bellezza. Il sesso appare in tutta la sua violenza, denudato di ogni psicologismo e di ogni carica erotica si riduce a pura azione meccanica.

Pasolini si pone di fronte ai suoi popolani con un atteggiamento che pare escludere qualsiasi giudizio etico, sembra quasi limitarsi a una registrazione dei fatti che emargina ogni domanda di senso. Se la carica di denuncia del romanzo risulta potenziata proprio da queste scelte stilistiche, è vero anche che i personaggi appaiono privi di profondità spirituale, ridotti a una dimensione ferina.

Ciò è particolarmente vero per la prima parte di Una vita violenta, dove si narra l’infanzia e l’adolescenza di Tommaso e dei suoi compagni. Si racconta una quotidianità fatta di piccoli furti e bravate inutili, marcata dal brivido di trasgredire le regole di una società a cui i ragazzi sentono di non appartenere. In tutto questo entra marginalmente anche la politica: Tommaso e gli amici di cui si circonda simpatizzano per il Movimento Sociale in maniera istintiva, senza alcuna riflessione che giustifichi quella scelta. Anche la militanza viene vissuta in forme prerazionali, al di là di qualunque ideologia.

Il personaggio di Tommaso si arricchisce di alcuni tratti di umanità nel suo innamoramento per la giovane Irene: sorprende la timidezza di un carattere che si era dimostrato sfrontato fino all’incoscienza. Eppure di fronte alla ragazza Tommaso risulta impacciato, diviene «rosso come un peperoncino» e fatica a trovare il coraggio per il primo approccio. Poco dopo stupisce la ferocia di cui è di nuovo capace, pronto a costringere Irene a rapporti sessuali, anche imponendosi con la forza. Solo di rado Pasolini si concede a inaspettati momenti lirici, dove emerge la fragilità disperata di Tommaso che però non può permettersi la commozione e che deve ricacciare in gola le lacrime.

Il romanzo registra una importante svolta nel suo intreccio quando alla famiglia Puzzilli viene assegnato un appartamento dell’INA Case: il racconto si apre a un più ampio affresco sociale, con le occupazioni degli appartamenti da parte delle donne della Piccola Shangai e lo sgombero forzato deciso dalle forze dell’ordine. Emerge ancora una volta la lotta disperata per la sopravvivenza e per un riscatto.

Tommaso risulta immediatamente trasformato dalla sua nuova condizione. Vuole lasciarsi alle spalle la miseria del suo passato. Lui, che «era sempre vissuto, dacché se ne ricordava, dentro una catapecchia di legno marcio, coperta di bandoni e di tela incerata, tra l’immondezza, la fanga, le cagate», desidera ripartire da zero senza più guardarsi alle spalle.

Nasce subito l’idea di iscriversi alla Democrazia Cristiana, alla ricerca di un appoggio sicuro e di un agognato sentimento di normalità. Tommaso si illude di essere ormai parte integrante del ceto medio, tenta di assumere atteggiamenti e movenze adeguati al nuovo stato sociale. Pasolini ritrae quasi con tenerezza il colloquio del ragazzo con il prete del nuovo quartiere: il giovane pensa subito al matrimonio con Irene, a un futuro familiare che cancelli con un colpo di spugna le ombre del passato.

Il sogno di Tommaso si infrange presto. La tubercolosi vanifica ogni progetto. Ricoverato in un istituto di cura, il ragazzo solidarizza istintivamente con i ricoverati e gli infermieri comunisti che organizzano scioperi e manifestazioni di protesta.

Ancora una volta le convinzioni politiche del protagonista subiscono una svolta fortuita, determinata dal corso degli eventi piuttosto che da una riflessione autentica. Eppure Tommaso, che rimane segnato profondamente dalle lotte di cui si rende protagonista in sanatorio, sembra maturare una larvata coscienza di classe: il romanzo della sua formazione approda alla consapevolezza delle dinamiche sociali. Il sottoproletario si solleva dalla condizione bestiale a cui si era consegnato per prendere parte alla Storia e ai suoi conflitti.

Ma Una vita violenta non può essere ridotto a un tenero apologo progressista. Permane in Tommaso, anche dopo l’iscrizione al Partito Comunista e il suo inserimento nel mondo lavorativo, un oscuro groviglio di contraddizioni che lo riporta al suo stato di natura: il giovane, a corto di denaro per divertirsi nel fine settimana con Irene, non esita a prostituirsi per procacciarsi i soldi. Tutto viene narrato con freddezza, lo scrittore non si concede a commenti o a tonalità drammatiche. Pare la registrazione deterministica di eventi inevitabili. Non si percepisce lo scandalo.

Il racconto termina con la morte di Tommaso, protagonista di un gesto eroico durante una inondazione. Il giovane salva una povera donna dalla piena dell’Aniene che sta per travolgere la sua misera baracca: lo sforzo fisico risulta fatale al corpo già debilitato dalla tubercolosi. Rimane il cadavere di un ragazzo di vita che aveva tentato di prendere in mano le redini del proprio destino ma che ha dovuto fare i conti con le inesorabili leggi della natura.

Il romanzo regala un grande affresco storico che scardina molti luoghi comuni e certa retorica attraverso un'adesione viscerale all’ambiente rappresentato: le vie e le piazze di Roma diventano palcoscenico di tragedie che troppo spesso la grande Storia tende a ignorare.

Strumento indispensabile alla rappresentazione è il dialetto, capace di esprimere la miseria ma anche la bellezza di una umanità abbandonata da Dio. Pasolini non gioca con la lingua, come faceva Carlo Emilio Gadda, non vuole scardinare la realtà trasformandola in letteratura e parola: lo scrittore di Casarsa tenta piuttosto di abbracciare il mondo fino a perdersi in esso.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 19 settembre 2003
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Michele Li Calzi, (michlica@tin.it), 01/02/2004

Una sublime poesia per tutto il romanzo. Un genio che ti fa vivere in prima persona i personaggi che crea. Riesce a farti amare anche i personaggi piu' indegni




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 14 set 2006

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