Un secolo di guerre (White Star, Vercelli, 448 pagine, 50 euro, pubblicato, oltre che in Italia, in America e in Canada, in Francia e in Germania), è il libro che il giornalista e storico Luciano Garibaldi ha dedicato ai momenti più drammatici che hanno caratterizzato il XX secolo: dalla Guerra dei Boeri in Sud Africa, alla Guerra del Kosovo, terminata nel 1999.

La Guerra in Afghanistan , il brano che presentiamo, per gentile concessione dell'editore, ricostruisce le vicende che hanno accompagnato il popolo afghano in una tragedia durata dieci anni, uno dei conflitti più sanguinosi che l'Unione Sovietica si sia trovata a combattere e che ha contribuito a decretarne la rovinosa caduta.

Una guerra tenace, rimasta clamorosamente nella cronaca anche dopo la sua conclusione, a causa del successivo coinvolgimento di una parte delle milizie dei mujaheddin "afghani" (sviluppatisi in una milizia interaraba di 15.000 uomini, aderente al fondamentalismo sunnita, sostenuti dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita) in altri teatri di scontro: Cecenia, Bosnia, Kashmir, Cina occidentale, Indonesia e Nord Africa.

Dopo la Guerra del Golfo, l'imbarazzante permanenza di una forza militare americana sul sacro suolo d'Arabia e la percezione di un "doppio standard" nella questione dei diritti umani (particolarmente in Palestina) hanno trasformato questa milizia amica in un oppositore sempre più aggressivo, fino al sanguinoso attentato alle torri gemelle di New York dell' 11 settembre 2001. Questa ultima impresa ha determinato la reazione alleata e le operazioni militari contro il carismatico sceicco Osama Bin Laden, con il conseguente rovesciamento del regime dei Talebani a Kabul.

I sanguinosi fatti che affliggono il mondo agli albori del millennio sono dunque figli di questa decennale Guerra in Afghanistan.

di Luciano Garibaldi

er quasi dieci anni, tra il dicembre 1979 e il febbraio 1989, l'Afghanistan, l'antico Stato musulmano d'importanza strategica, fin dai tempi di Alessandro Magno, per il dominio dell'Asia meridionale, fu «il Vietnam della Russia». Vi lasciarono la vita non meno di 14 mila soldati russi, mentre infinitamente di più, almeno mezzo milione, furono le vittime afghane. Ma quella guerra, non meno crudele di quella combattuta per vent'anni dagli americani in Vietnam, segnò per sempre il distacco e la irrimediabile contrapposizione tra il mondo islamico e l'impero sovietico, contribuendo non poco al crollo di quest'ultimo.

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Immortalato nei racconti del grande giornalista inglese Rudyard Kipling, l'Afghanistan era stato, per tutto il diciannovesimo secolo e nei primi vent'anni del ventesimo, l'irriducibile avversario dell'imperialismo britannico. Dopo la conquista dell'India, l'Inghilterra aveva pensato fosse altrettanto facile impadronirsi di questo aspro Paese stretto tra il Kyber Pass (la via verso il Pakistan) e la frontiera con la Russia zarista, sorto come entità nazionale nel 1747 sotto la guida di Re Patani e con capitale Kabul. Ma gli afghani erano di una pasta diversa rispetto agli indiani. Non accettavano imposizioni dall'esterno, e così come si erano opposti con le armi e con la guerriglia ai tentativi zaristi di sottomissione della loro terra attuati durante tutto il Settecento, resero dura la vita agli inglesi, impegnati nelle tre «guerre afghane» del 1839-42, 1878-80 e 1919.

Alla fine del 1917, l'Afghanistan era stata la prima nazione a riconoscere la nuova Russia dei Soviet, ma negli Anni Trenta, durante le feroci repressioni dei popoli dell'Asia centrale ordinate da Stalin, era stato l'Afghanistan a offrire ospitalità e aiuti ai profughi, salvandone decine di migliaia dai massacri bolscevichi e non esitando a scontrarsi con le avanguardie dell'Armata Rossa lungo i sentieri di frontiera.

Nel 1947, con il definitivo abbandono dell'impero d'India, venne a cessare definitivamente l'influenza britannica sull'Asia centro-meridionale, e l'Afghanistan, geloso della propria indipendenza, risolse, nel 1948, le vertenze di confine con l'Urss, con la quale stipulò, nel 1955, un trattato di assistenza militare. Sul governo di Kabul continuava a pesare l'influenza dei mullah, i capi religiosi maomettani che da sempre sostengono, con la forza della fede, lo spirito d'indipendenza della popolazione. Ma il 27 aprile 1978 un golpe militare rovesciò il principe Mohamed Daoud e installò al potere Muhammad Taraki, uomo forte ma non gradito alle gerarchie religiose. Per l'Afghanistan ciò significava la fine di un lungo periodo di stabilità politica e l'inizio di uno scontro tra fazioni islamiche.

È in quel momento che la «questione afghana» torna in primo piano sullo scacchiere sovietico. Al Cremlino domina Leonid Breznev, protagonista di una politica espansionistica e aggressiva nel Corno d'Africa (appoggiata dal locale dittatore Hailé Mariam Menghistu), in Angola, in Mozambico e nelle ex colonie portoghesi, dove il compito di sostenere con le armi i vari governi-fantoccio vassalli dell'Urss è affidato ai mercenari cubani di Fidel Castro. Breznev ha buon gioco anche perché la vigilanza degli Stati Uniti, che si era rivelata determinante nelle vicende del Sud Est asiatico, è adesso venuta meno a seguito del cosiddetto «scandalo Watergate» montato artificialmente dalle potenze finanziarie di Wall Street e dagli organi di stampa da esse controllati contro il presidente Nixon. Per gli Stati Uniti, un momento di debolezza, per l'Urss, un momento di forza.
Fu in questo quadro che Breznev decise di intervenire nella faida che stava dilaniando Kabul. Dapprima firmò un trattato di alleanza con il governo di Muhammad Taraki. Poi pugnalò alle spalle il dittatore pro-tempore dell'Afghanistan, decidendo di detronizzarlo e sostituirlo con un vecchio comunista, Hafizullah Amin. Era il mese di settembre del 1979. La capitale afghana rigurgitava di paracadutisti sovietici, continuamente sbarcati all'aeroporto con un ponte aereo. I palazzi del potere erano, a loro volta, gremiti di «consiglieri» russi. Uno di questi, un generale, cadde assassinato, nel dicembre 1979, a seguito di una congiura di palazzo. Fu il pretesto per l'invasione.

L'invasione e la guerra di logoramento

All'alba del 27 dicembre 1979 una forza armata sovietica della consistenza di una Divisione occupava i palazzi pubblici di Kabul. I soldati uccisero senza pietà il presidente Amin che aveva osato dissentire dai suggerimenti dei «consiglieri» del Cremlino e posero al suo posto un fedelissimo, esule fino a quel momento in Cecoslovacchia, Babrak Karmal, che resterà al potere fino al 4 maggio 1986. I paracadutisti sovietici sparavano a vista su chiunque, militari o civili, tentasse di resistere. L'atto di brutale sopraffazione provocò l'esecrazione di tutte le popolazioni islamiche del Caucaso e dell'Asia centrale, che da tempo guardavano con speranza agli avvenimenti dell'Iran, dove Khomeini, con i suoi aihatollah, aveva costretto all'esilio lo Scià. Iran e Pakistan divennero così le basi logistiche per i «mujaheddin» (letteralmente «combattenti per la fede») afghani che avevano deciso di resistere al sopruso sovietico.

In pochi giorni la forza d'invasione sovietica salì a 90 mila uomini. Occupati Kabul e gli altri principali centri del Paese, l'Armata Rossa si diresse verso il mitico Kyber Pass e gli altri valichi che collegano l'Afghanistan con Peshawar e Rawalpindi, le basi logistiche del vicino Pakistan messe a disposizione dei mujaheddin. L'intento era quello di chiudere le strade rendendo impenetrabili le frontiere, ma fallì perché molti soldati sovietici erano di religione musulmana e si rifiutavano di sparare sui loro correligionari: un problema che Breznev non aveva messo nel conto.

A guardia dei passi, in attesa dell'arrivo di truppe fresche dall'Unione Sovietica, furono posti soldati afghani, contro i quali la guerriglia aveva facilmente la meglio. Fallì così la prima di ben nove offensive lanciate dalle truppe sovietiche e da quelle fedeli al governo-fantoccio di Kabul contro i ribelli.

Questi ultimi sferravano attacchi feroci e velocissimi. A Herat decimarono un Reggimento corazzato russo. Erano armati di Ak-47, i «Kalashnikov» che avevano sottratto nelle caserme dell'esercito regolare, e, dopo i primi mesi di guerriglia, non si limitavano più soltanto a difendere i passi con il Pakistan, ma, sotto la guida di Ahmed Shad Massud, il più popolare dei capi che si erano spontaneamente formati nei giorni della rivolta, ora attaccavano anche a nord, al Passo di Salang, sulla strada che porta da Kabul al confine sovietico.

A questo punto i russi scatenarono la guerra chimica anche contro la popolazione che appoggiava i mujaheddin, utilizzando gas tossici, gas nervini, micotossine, e la micidiale e letale «pioggia gialla». Se negli Stati Uniti la notizia che l'U.S. Air Force impiegava il napalm contro i vietcong aveva sollevato la rivolta nei campus e innestato il grande dibattito sulla moralità dell'intervento militare, le atrocità imputabili all'Armata Rossa non ebbero lo stesso effetto non tanto all'interno dell'Unione Sovietica, dove peraltro erano ignorate, ma tra le stesse masse studentesche dell'Occidente, inclini a simpatizzare con il «comunismo reale» grazie anche all'azione propagandistica dei media ampiamente infiltrati di giornalisti pagati dal Kgb.

Anche per la Russia, come già per l'America in Vietnam, la guerra in Afghanistan si trasformò ben presto in un lungo, estenuante stillicidio. Gli eventi militari del 1981 furono caratterizzati dalla vittoria dei mujaheddin nella battaglia di Paghman, 20 chilometri a sud di Kabul, e dal fallimento delle due offensive lanciate dai russi a giugno e a settembre. L'anno seguente, il 1982, vide impegnato sul campo il viceministro della Difesa sovietico Serghej Sokolov, che fece affluire truppe fresche per una serie di grandi operazioni di terra con l'appoggio di aerei ed elicotteri. Ma altre quattro offensive russe si risolsero in altrettanti fallimenti contro un nemico imprendibile che usava la stessa tattica del «mordi e fuggi» posta in atto a suo tempo dai vietcong contro gli americani.

Il mujaheddin non dorme, non mangia, vive nelle grotte delle montagne, usa pugnali e bombe a mano. E all'Armata Rossa non resta che copiare la strategia americana nel Vietnam: bombardamenti aerei, villaggi rasi al suolo, esodi biblici delle popolazioni.

A Kabul si avvicendano i proconsoli di Mosca

Un tentativo di dividere il fronte nemico, con l'offerta di un armistizio alle forze di Massud, il più agguerrito dei capi mujaheddin, durò pochi mesi. L'impegno venne infatti rispettato soltanto fino alla primavera del 1984, allorché la pressione degli altri gruppi combattenti costrinse Massud a tornare in campo. Seguirono due anni di continui smacchi per i russi, con numerosi assalti guerriglieri a Kabul respinti dai paracadutisti sovietici a costo di gravi perdite, e poca o nessuna collaborazione da parte dell'esercito governativo locale, fattore che indusse gli occupanti a destituire l'inetto Karmal con un governante, Najibullah, ritenuto più energico.

Il nucleo della forza sovietica era rappresentato dalla 40.a Armata comandata dal tenente generale Mikhailov, poi, a partire dal 1985, dal suo collega Zaitsev, la cui strategia rispondeva all'esigenza di limitare il più possibile le perdite per evitare contraccolpi interni in Russia. Una guerra, quindi, paradossalmente, «di resistenza», quella condotta dall'Armata Rossa contro i veri resistenti che, al contrario, erano sempre all'attacco. Al punto che l'80 per cento del territorio afghano era di fatto sotto il controllo dei mujaheddin, mentre gli occupanti si limitavano a conservare il controllo delle strade e degli aeroporti (per garantirsi, in qualsiasi momento, una evacuazione con il minor danno possibile, dicevano voci maligne). I limiti della strategia sovietica si manifestarono anche nelle spese per questa guerra, infinitamente inferiori a quelle sopportate dagli Stati Uniti per l'impegno in Vietnam: mai superiori ai quattro miliardi di dollari l'anno.

Protagonista della strana guerra dell'Afghanistan era l'elicottero Hind, la più importante arma sovietica: più importante persino dei supersonici Mig 27 e SU 25. In particolare il MI 24 Hind, l'elicottero d'assalto, apriva vuoti micidiali tra le file dei guerriglieri, che venivano decimati soprattutto con il lancio di gas tossici. Collaboravano con i russi anche soldati «fratelli» giunti un po' da ogni latitudine dell'impero rosso: cubani, tedeschi dell'Est, bulgari, vietnamiti, siriani.

Al contrario, l'esercito afghano di osservanza governativa fu messo alle corde per le gravissime perdite che ammontarono mediamente al 50 per cento dei suoi effettivi. Il che significa, in cifre, almeno 10 mila uomini all'anno tra morti, feriti e disertori. Soprattutto disertori. Questi soldati, che dovevano sparare contro i loro fratelli maomettani, erano anche professionalmente carenti, in quanto non avevano usufruito di alcun addestramento da parte dei russi, restii a rendere efficienti reparti che essi giudicavano infidi. Tutto ciò ebbe un pesante risvolto politico: la deportazione forzata della gioventù afghana in Urss nell'intento di dare ad essa una formazione marx-leninista.

Ma anche questa trovata abortì, data l'inconciliabilità del marx-leninismo con le convinzioni religiose dell'Islam, fortemente radicate nella tradizione delle famiglie afghane.

Al contrario dell'esercito afghano, la Resistenza, pur formata da ben sette partiti politici tra loro divisi in tradizionalisti e fondamentalisti, era tuttavia saldamente unita dall'odio per l'Urss. L'esponente di maggior prestigio, anche per le sue indubbie qualità militari, era - come già visto - Ahmed Shad Massud, detto «il leone di Panishir», dal nome della vallata nella quale, al comando dei suoi mujaheddin, aveva respinto decine di offensive sovietiche.
Ma come agivano, da chi erano formate le unità della guerriglia? I combattenti erano ciò che di più variegato si potrebbe immaginare: la loro età spaziava dai verdi anni degli adolescenti (non erano rari i combattenti di 12 o 13 anni) alle rughe dei veterani della terza guerra d'indipendenza afghana, gli ultraottantenni che avevano affrontato e battuto gli inglesi nel lontano 1919. Un esempio di fierezza nazionale con ben pochi precedenti in tutto il mondo. Le loro perdite saranno altissime: almeno 500 mila morti, in dieci anni di guerra, cui dovranno aggiungersi un numero incalcolabile di feriti e mutilati, e quattro milioni di abitanti (su una popolazione complessiva di 9 milioni di anime) costretti a lasciare le loro terre e a riparare parte in Pakistan (due milioni), parte in Iran (un milione).

La «perestroika» determina la fine della guerra

A partire dal 1985, anno dell'avvento al potere in Russia di Mickhail Gorbaciov, le vicende della guerra in Afghanistan furono strettamente legate agli eventi di portata storica in corso in Russia. Leonid Breznev, il vero artefice del conflitto in Afghanistan, era salito al potere nel 1964, succedendo a Kruscev, e aveva governato, assieme a Kossigin e a Podgorny, fino al giorno della sua morte, il 10 novembre 1982. Gli era succeduto Yuri Andropov, ex capo del KGB, restìo ad abbandonare l'Afghanistan, ma anche ad impegnarvi uomini ed energie. Gorbaciov era divenuto segretario generale del Pcus l'11 marzo 1985, alla morte di Andropov, trovandosi di fronte ad una corruzione politica e ad una bancarotta economica che porteranno, nel dicembre 1989, al crollo del muro di Berlino e, il giorno di Natale 1991, alla fine dell'Urss.

Dopo aver studiato la situazione, aveva preso la decisione di dare il via a una riforma dello Stato quale mai era stata realizzata nella Russia del dopoguerra: la «perestroika» (letteralmente «ristrutturazione»), da lui annunciata al 27° congresso del Pcus (26 febbraio - 6 marzo 1986) assieme alla «glasnost», cioè trasparenza: trasparenza dei comportamenti dei pubblici funzionari, dei rapporti tra Stato e cittadino, della distribuzione dei posti di responsabilità.

Coerentemente al suo programma, aveva licenziato il 70 per cento degli alti dirigenti dell'apparato e li aveva sostituiti con persone oneste: questo, in definitiva, era stato il succo della «perestroika». Aveva permesso il ritorno in patria di famosi dissidenti come Andrej Sacharov, aveva ammesso le responsabilità dello Stato nella catastrofe nucleare di Cernobyl, e, alla fine del 1987, aveva formato una commissione d'inchiesta sui crimini di Stalin. Insomma, l'implosione del comunismo era incominciata.

In tema di politica estera, fin dall'inizio Gorbaciov si era proposto di instaurare relazioni pacifiche con l'Occidente, rinunciando al sogno della parità strategica con gli Stati Uniti. Con il presidente americano Ronald Reagan ebbe tre incontri: a Ginevra (novembre 1985), Rejkiavik (ottobre 1986) e Washington (dicembre 1987). Il risultato fu lo smantellamento, da parte di entrambe le due superpotenze, dei missili nucleari e la progressiva distruzione degli arsenali missilistici. Il disarmo fu ratificato durante il 29° congresso del Pcus nell'estate 1988, quando il vecchio stalinista Andrej Gromyko dovette lasciare nelle mani del moderato e democratico Edward Shevarnadze la guida della politica estera sovietica. Pochi mesi prima, durante la visita ufficiale a Belgrado, Gorbaciov aveva pubblicamente denunciato la cosiddetta teoria della «sovranità limitata» dei Paesi venutisi a trovare, a seguito della spartizione di Yalta, nella sfera d'influenza dell'Urss.

Il nuovo corso fu solennemente confermato nel dicembre di quello storico anno 1988 alla tribuna dell'Onu, quando Gorbaciov annunciò al mondo la rinuncia alla difesa militare degli altri regimi comunisti. Era la fine della «dottrina Breznev» che aveva reso possibile nel 1968 l'aggressione alla Cecoslovacchia, la fine dell'ingerenza sovietica nelle questioni interne dei «Paesi fratelli», la fine della concezione imperiale dell'Urss.

Una tale svolta non poteva non avere una immediata ripercussione sulla guerra in Afghanistan. E difatti il nuovo capo del Cremlino attuò senza ripensamenti, e coerentemente con la nuova politica estera dell'Urss, il ritiro unilaterale dei soldati sovietici, che, iniziato in sordina fin dal mese di ottobre 1986, si concluse il 15 febbraio 1989, allorché l'ultimo soldato russo chiuse dietro di sé il portellone del Tupolev già pronto a decollare dall'aeroporto di Kabul.

Milano, 24 gennaio 2002

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Luciano Garibaldi è nato a Roma nel 1936, è giornalista professionista dal 1957. Dal 1958 al 1968 è stato collaboratore fisso del settimanale «Tempo» assieme a Raimondo Luraghi, Curzio Malaparte e Pier Paolo Pasolini; nel 1964 ha pubblicato a puntate, su diversi quotidiani nazionali, la prima ricostruzione storica dell'attentato a Hitler del 20 luglio 1944, realizzata intervistando i superstiti del 20 luglio 1944. Nel 1964 è stato il primo giornalista italiano a entrare in Cecoslovacchia subito dopo l'invasione sovietica. Dal 1969 è inviato speciale del settimanale «Gente». Nel 1974 è stato tra i primi assunti dal «Giornale» di Indro Montanelli. Caporedattore centrale di «Gente» nel 1976, nel 1984 ha ricoperto lo stesso ruolo nel quotidiano «La Notte». Dal 1986 al 1994 ha collaborato alla terza pagina di «Avvenire»; tra il 1992 e il 1995 è stato editorialista de «L'Indipendente» e poi del «Giornale». Attualmente collabora con la rivista «Studi Cattolici», «Cammino» e «Storia Illustrata» e dirige il mensile «Processo alla Storia». Ha pubblicato numerosi libri dedicati alla recente storia d'Italia: tra questi Adamo ed Eva anno 2000 (1970), Nella prigione delle Brigate Rosse (1978), Mussolini e il Professore (1983), Mio marito il commissario Calabresi (1990), L'altro italiano: Edgardo Sogno (1992), Le soldatesse di Mussolini (1995), La guerra (non è) perduta (1998), La tragedia dell'Almir (1999), Enciclopedia del fascismo (1999).


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