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MEDITERRANEO - IMPRESSIONI DI UN VIAGGIO TRA PAGINE E PAROLE - (A CURA DI GIUSEPPE FIORENZA)
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Ex-libris

Ricettacolo di vita e d’amore, di partenze e di ritorni, d'odori e sapori,
d'indolenza apparente, d'ingiustizie sociali e di riscatti.


Ex-libris
impressioni di un
viaggio fra pagine e parole


(A cura di Giuseppe Fiorenza)
È un lettore onnivoro e uno scrittore grafomane (per dire ossessivo). È laureato in Giurisprudenza (per dovere) e in Lettere (per piacere). Ha pubblicato il romanzo La terra senza dio, Roma 1995 Ha avuto una menzione speciale per la sceneggiatura I treni del Sole (ora L'Odissea dei tamarri), al Premio Solinas1989, ma non è ancora riuscito a pubblicare il romanzo da cui è tratta. Ha fatto seminari di semiologia (comunicazione pubblicitaria), estetica, storia del cinema e del teatro. Ha diretto per sei anni una biblioteca. Ha partecipato al Festival del Cinema Giovani (1984 Storie di Palazzo, prod. Raitre Piemonte; 1990 C'era una volta un baracchino Fiat, prod.ind.; 1992 Festa, prod.ind.). Vive nell'attesa di pubblicare presso un grande editore, convinto che la letteratura possa ricreare un luogo virtuale-mentale succedaneo della perdita di origine dello smarrimento post-emigrazionale. Ha fondato il Centro Barlaam, Archivio delle letterature mediterranee, che svolge attività di ricerca, documentazione e promozione culturale e ha un patrimonio librario notevole. Svolge attività di ricerca culturale, etnografica, linguistica.
Per ItaliaLibri ha curato:
Mediterraneo
Mare Nostrum
Amore-odio

Recensioni
Tra due mari
Il dio di Roserio
on un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Mediterraneo significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell'ultramoderno. Significa immergersi nell'arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupirsi di fronte all'estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti, della cultura e del profitto, che da secoli sorvegliano e consumano il mare. Certamente ancora oggi il Mediterraneo è custode della vita di molti popoli, di cui rievoca radici e origini comuni.» (1)

Mediterraneo, terra di mezzo, terra in mezzo al mare o meglio mare racchiuso da terre. Se guardiamo una carta geografica vediamo città, porti, paesi, montagne e... isole. Non vediamo cosa sta su queste terre ma lo possiamo intuire, immaginare, perché non ci vuole molto a credere, guardando la cartina, che non sia difficile andare da un posto all’altro, raggiungere in poco tempo un città da un estremo all’altro. Questa intuizione deve aver spinto, nell’antichità i primi navigatori Fenici: la certezza che, messisi in navigazione, avrebbero trovato dall’altro capo del mare gente come loro.

Noi ragioniamo a posteriori, certo, e sulla base di fonti accertate, ma loro, gli antichi, lo “sapevano”, non si sa come, ma lo sapevano. Sapevano che il Mediterraneo ha caratteri, genti e teste comuni, simili, somiglianti a loro, direi quasi parenti. Tiro, Smirne, Il Cairo, Atene, Cartagine, Roma, Palermo, Genova, Venezia, Napoli, Marsiglia: è un rapido passarsi il testimone, come trasmettere da un posto all’altro la perizia commerciale, i saperi tecnici e artigianali, la creazione delle arti, la potenza economica. E con il progresso e lo sviluppo, questa centralità nel mondo oggi è purtroppo scemata, o per fortuna.

Cos’hanno in comune i monti del Tauro con i Peloritani e i Nebrodi, oltre i tratti geologici e naturali, le Sierre Spagnole con l’Appennino Marsicano, i monti della Grecia con i Pirenei, l’Atlante Marocchino con i monti della Corsica o della Sardegna? Sembra nulla perché non possiamo parlare di un popolo mediterraneo ma di popoli: latino, greco, egiziano; così come non non possiamo parlare di una letteratura mediterranea, in senso stretto, ma di letteratura islamica, francese, greca, italiana ecc.

L’aspetto dell'attività umana invece in cui possiamo ritrovare un punto comune tra le culture del Mediterraneo è in quello scambio di cui si diceva sopra, tutti hanno imparato da tutti e hanno volentieri trasmesso l‘abilità marinara, la sapienza politica e filosofica, le scoperte scientifiche, lo sviluppo e il disagio economico.

«Nel Mediterraneo non solo sono nate la poesia e la letteratura ma anche il pensiero stesso dell’uomo.» (2)

Parafrasando l’odierna cultura globale e tecnologica, potremmo dire che il Mediterraneo è stato una enorme antenna mediatica, una cassa di risonanza intorno alla quale sono fiorite e rifiorite le civiltà creando una cultura stratificata che, ancora oggi, ha bisogno di essere interpellata e interpretata se si vuole capire la vita delle genti che la letteratura ha cercato di rappresentare. Ma la letteratura ha fatto solo questo, cioè ha cercato solo di rappresentare la realtà? No e cercheremo di capire come e perché compiendo un viaggio, attraverso gli approdi della passione e della morte, dello stesso mare come ricettacolo di vita e d’amore, delle partenze e dei ritorni, degli odori e dei sapori, dell’indolenza apparente, delle ingiustizie sociali e dei riscatti. Caratteri che arbitrariamente tendono in qualche modo a dare al Mediterraneo un impronta che lo rende in qualche modo riconoscibile all’interno dei suoi stati e all’esterno, e che lo rende unico.

1. Le passioni e la morte

Perché Matteo Falcone uccide il figlioletto, per una questione di onore che a noi appare anacronistico? Perché l’ospitalità è sacra e non bisogna violarla neppure per un bandito? Non è facile rispondere a domande come queste, dal momento che l’autore osserva le cose dall’esterno, attraverso una lente che definiremmo folkloristica. D’altra parte è proprio del secolo romantico il gusto dell’esotico.

Merimèè non è corso, né di nascita né di adozione, ma nelle sue opere, specie nei due racconti di Matteo Falcone, appunto, e di Colomba mostra un particolare interesse per la Corsica. Più che sulle dolcezze dell’isola, la sua opera si concentra quasi morbosamente sull'intensità delle passioni umane, per la quale la Corsica si caratterizzava anche nel secolo dei romantici. Emblematicamente, ben undici su diciotto dei racconti di Merimée prendono il titolo dal nome del protagonista, dal momento che intorno a questi ruota la storia, per cercare di sviscerare sentimenti e passioni, appunto.

Matteo Falcone, dunque, uccide il figlio, che ha dieci anni, si chiama Fortunato (crudele ironia!) ed è il suo erede designato, in quanto il protgonista del racconto ha altre tre figlie femmine «del che si stizziva tuttora». Lo uccide per una concezione dell’onore tanto forte che al lettore appare incredibile. Matteo uccide il figlio e prima di sparare esclama: «Che Dio ti perdoni!», ovvero il padre uccide il figlio, commette un omicidio e invece di chiedere perdono a Dio per se stesso per ciò che sta compiendo, invoca il perdono di Dio per il figlio. Quindi cosa è giusto, la volontà del padre padrone o l’onore che giustifica tutto anche la morte?

Colomba è l’altra novella dello scrittore francese, che cerca nella Corsica qualcosa di primitivo. Lo dice per bocca di Miss Nevil: [la Corsica] è quanto di più forte e spaventosamente arcaico ci possa essere nella culla del Mediterraneo. Tutt’intorno avanza l’evoluzione, in Francia, in Italia ecc, mentre nell’isola si resta abbarbicati ancora a desuete passioni, a concetti medievali della giustizia. L’intrepida Colomba è la personificazione stessa dell’isola, del suo passato culturale e dei suoi tabù ancestrali. Tanta è la sua passione, che alla fine riesce a convincere il fratello della veridicità delle sue asserzioni: il padre è stato ucciso dai Paravicini e allora è inevitabile “vendicarlo”.

Merimèe, francese continentale, è testimone della trasformazione di Orso, giovane ufficiale, educato recties redento dalla Francia (come lo doveva essere stata la stessa Corsica, aveva fatto parte si o no fino a poco prima dell’arretrato mezzogiorno d’Italia?), che ritorna al suo istinto primitivo, che lo porterà a perpetrare la vendetta. L’autore non va oltre un approccio esterno: per lui l’isola è “folclore”: ne è una prova il registro dei canti della voceratrice Colomba, che non accennano alle condizioni di vita economica, sociale e lavorativa dei corsi.

E’ sintomatico poi che, durante una veglia funebre, una parente della vittima si rammarichi che il congiunto non sia morto di “malasorte”, cioè di morte violenta, almeno così avrebbe potuto essere vendicato! Come dire che, più che l’onore, è la morte stessa ad esigere come espiazioni altre morti.

Parrebbe che nel Mediterraneo l’onore possieda la stessa forza propulsiva che ha il concetto, per esempio, di giustizia, oppure mettiamo di amore. Proseguendo nel nostro viaggio, facciamo tappa in Sicilia (d’altra parte, ce lo suggerisce lo stesso Merimèe che in Colomba riporta un distico che sarà l’incipit cantato dell’opera lirica di Mascagni), e incontriamo due personaggi altrettanto forti, decisi, sanguigni: Mastro Turiddu e Compare Alfio. Nel caso l’amore e la morte sono inscindibili, fanno parte del gioco della vita e Turiddu lo sa, come sa che l’amore non è amore se non c’è rivalità. L’amore è contesa, ardito inganno per l’uomo e per la donna. Nonostante entrambi pensino di poterlo dominare sono da esso dominati in maniera totale. Più che Cavalleria Rusticana il racconto di Verga potrebbe intitolarsi Cavalleria dell’amore, dell’onore amoroso e della contesa amorosa che in Toscana si faceva in versi e alle falde dell’Etna si fa col coltello a molla. Il duello si svolge in mezzo ai fichidindia, non potrebbe avere connotazioni ambientali diverse, e chi pensava di dominare il sentimento dell’amore, Turiddu, viene travolto da Alfio, l’apparente vittima, che parla poco e agisce secondo il codice dell'onore.

La Sicilianità ha qualche volta generato degli stereotipi, dei luoghi comuni non sempre aderenti alla realtà. Il cinema se ne è servito a proprio uso e consumo, li ha trasformati in bozzetti macchiettistici ma la letteratura è spesso riuscita a mantenersi lungo i binari di una rappresentazione realistica.

Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia è un esempio emblematico di come il concetto di onore possa essere adoperato per camuffare intrighi sporchi o intrallazzi finanziari. Il romanzo è un capolavoro, ed è il capostipite di tutte le opere che favoriscono la comprensione non solo del fenomeno mafioso, inteso come pensare “mafioso”, ma più ancora di un pensare siciliano, recties, mediterraneo.

Mentre nel racconto Colomba l’autore si muove da estraneo nell’ambiente che descrive, ne Il giorno della civetta l’autore fa parte di un contesto in qui è il protagonista ad essere un estraneo: un emiliano, quindi non un siciliano. Qui l’autore resta sospeso tra una urgente sete di giustizia e il timore storico della giustizia istituzionale, continentale, quella giustizia che si è spesso rivelata oppressiva e ingiusta per il popolo, nonché dannosa per la Sicilia. Come se l'urgenza avvertita dall'autore fosse quella di far capire la Sicilia agli italiani continentali.

Il Capitano Bellodi, parmigiano doc, infatti non capisce l’accettazione apatica dell’ingiustizia, essendo non siciliano, ma alla fine ammette che il problema è talmente intricato... di più: curioso, asintomatico. Dice: «Mi ci voglio spaccare la testa.»

Nell’altra grande isola che è la Sardegna l’onore assume le più varie sembianze: c’è quello del padre per la figlia (Grazia Deledda, Canne al vento), come protezione assoluta, che può equivalere a una sentenza all'ergastolo; c’è l’onore legittimo che viene dall’amore, quello di Efix, che giustifica anche l’assassinio; e, infine, c’è l’onore che assume le vesti dell’amore muto, rispettoso, fatidico. Quindi Efix è investito di una duplice funzione: l’onore, come detto, che viene dall’amore e l’onore che è rassegnazione al destino, nel qual caso il personaggio è un capro espiatorio della vita rassegnata delle tre sorelle. E’ vero. Efix uccide il crudele padre per proteggere Lia e, quindi, anche le tre sorelle ma poi cosa offre loro? Niente, la rassegnazione al destino, anzi lo scopo della sua vita sarà quello di proteggerle per sempre. Ma da che?

L’onore nel Mediterraneo non ha confini se non quelli dello stesso mare. Tu schiaccerai il serpente di Yaskar Kemal porta all’estremo limite questo discorso e lo connota di una disperato grido di dolore. La bellezza di questo romanzo sta nell’atteggiamento rispettoso dell’autore. Sembra un cantore epico, al pari di Omero, che in mezzo alla sua gente grida la sua impotenza per l’inevitabilità del destino.

Inevitabile la morte, lo sappiamo, fine della vita perciò naturale e legittima ma qui è inevitabile la morte prematura, nel pieno splendore della bellezza. Esme deve morire, non si sa per mano di chi ma deve morire. La bellezza turba, mette paura, fa impazzire perciò non è di questo mondo. E’ inevitabile la morte violenta, inevitabile come i profumi delle rocce, dei boschi, della natura, anche queste generano spavento e non danno pace perché hanno in sé, come Esme, la bellezza. Hasan, infatti, cerca ma non trova la pace nelle bellezze della natura ed alla fine è lui che schiaccia il serpente, lo uccide: ovverosia uccide la madre, inevitabile chiusa delle sue ossessioni, delle ossessioni della nonna, che lo istiga continuamente, ossessioni di un paese e di una cultura, onore ancestrale, sciroppo della miseria e degli stenti.

Hasan bambino è costretto ad assistere all’uccisione del padre per mano dell’amante della madre. Ma lei era stata violentata e costretta al matrimonio. Eppure, in quella sede tutto questo non c’entra. Non è pertinente neppure che Esme e l’altro si amassero da prima. Hasan è il frutto della violenza del padre, perciò userà violenza per vendicarlo, per giustificarne la morte causata dalla bellezza della madre. Bellezza, e amore sono inevitabili, ma è inevitabile anche la morte.

Kemal sa bene cosa vuol dire onore sui monti del Tauro, nella Turchia meridionale, mette il dito nella piaga. Si può parlare di ingiustizia, di riscatto quando una comunità non vede altra salvezza al proprio stato che la morte? Esme è la vittima sacrificale. Giudice supremo di una giustizia fuori tempo è la nonna di Hasan, di un onore della miseria che è, al tempo stesso, il motore della vita. Hasan non deve uccidere l’amante, ma la madre, perché la sua bellezza è destabilizzante per quel mondo. Onore allora vuol dire bruttume, abbrutimento, ignoranza del proprio stato, uccisione della madre cioè di chi ci ha dato la vita.

Corsica, Sicilia, Sardegna, Turchia: mondi lontani e inaccessibili, in apparenza. Mondi dominati dalle stesse passioni in realtà: morte che genera morte, amori impossibili, se non in altri contesti più evoluti (come Orso e Miss Nevil che troviamo già sposi fuori dalla Corsica) o in classi sociali più abbienti (come il matrimonio finalmente della dama Noemi Pintor), espiazioni di un solo peccato: la misera condizione sociale dell’uomo in quanto popolo, in alcuni, e del popolo in quanto uomo, in altri.

Tutto velato dalla coltre azzurra del Mediterraneo.

Durante questo primo viaggio sono analizzate le seguenti opere:

P. Merimèe, Matteo Falcone dai Racconti e novelle, Sansoni, Firenze 1966
P. Merimèe, Colomba dai Racconti e novelle, Sansoni, Firenze 1966
G. Verga, Cavalleria Rusticana dalle Novelle, Mondadori, Milano, 1969
L. Sciascia, Il giorno della civetta, Bompiani, Milano, 1990
G.Deledda, Canne al vento, Mondadori, Milano, 1997
Y. Kemal, Tu schiaccerai il serpente, Tranchida, Milano, 1993

NOTE

(1) Predrag Matvejevic, Breviario Mediterraneo. Incontro con gli studenti del Liceo Classico Umberto I di Napoli, 4 aprile 2001
(2) Ibidem

Milano, 16 gennaio 2004
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