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REMAINDERS/REMINDERS - RECENSIONI INATTUALI E AMENITA' DI VARIA UMANITA' - (A CURA DI GAVINO ANGIUS)
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Ex-libris
Marzo 2003

frammentaria, emozionale e aggravata da un attacco di acidità gastrica


Ex-libris
Recensioni inattuali
e amenità di varia umanità


(A cura di Gavino Angius
gavino.angius@italialibri.net)
Nato nel 1957, vive a Cagliari.Ha pubblicato due livre d'artiste in edizione numerata, articoli, versi e saggi su un quotidiano e diverse riviste, tra le quali Tam Tam, Cervo Volante, L'Area di Broca e, in rete, Sciacallo. Un suo racconto é presente nell'antologia La scatola del Dottor Wallaby.
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Opera aperta

Remainders/reminders
Le tentazioni della memoria
Contro-storia delle utopie
Tenerissimo duro
ualunque letterato di quart’ordine, ammettiamolo, ambisce segretamente a redigere un’opera totale e memorabile, che alla volta descriva, insegni, profetizzi e diletti. Avessi tempo, rendite e squadre di scrivani, mi cimenterei a comporre una storia, frammentaria ed emozionale, delle utopie irriconosciute. Che cosa sono infatti la Tlön di Borges, la Brobdignag di Swift, la Yoknapatawpha di Faulkner? Utopie mascherate. E non ditemi che la Nuoro di Satta o la Luino di Chiara sono luoghi immaginari. Possono e devono essere. Il Novus Ordo Seclorum che il dollaro USA promette non è forse un’utopia sempre nuovamente realizzata?

Nel tempo voci severe hanno ammonito contro gli utopisti, perfino prima che ogni utopia fosse concepita. Penso all’anonimo poeta satirico dell’Antologia Confuciana che irride i riformatori (dovevano essere nella sostanza assai simili a certi che spadroneggiano oggidì). Penso a come Marx ed Engels nel Manifesto liquidino acremente i miglioratori delle sorti umane. Il genio pedante di Marx avrà visto assai di malocchio la velleità adoloscenziale ed estremistica di chi pretende una rigenerazione totale. Chi, come Nietzsche, è andato oltre, avrebbe potuto rovesciare l’argomento come un guanto e asserire che al compiersi della maturità si schiude la consapevolezza intuitiva che passato e futuro non esistono, non esiste l’alterità, e forse avrebbe concluso che le vere utopie non descrivono un tempo e un luogo altri, ma un tempo e un luogo autentici.

Autentico il Paese di Cuccagna di Merlin Cocaio, con tutte le sue retia salsizzis, vitulisque cusita busecchis, e i suoi gnoccos, fritolas, gialdsque tomaclas, speculare alla fame d’un contadino veneto contemporaneo dell’autore. Non innocua, quest’utopia del cibo, anzi, primigenia e aggressiva, come quella di popoli in armi alla ricerca d’una terra dove scorrono latte e del miele.

L’utopista Machiavelli, che aveva dottamente dissertato sull’arte militare, messo alla prova da Giovanni de’ Medici, non riuscì a schierare un esercito in parata, anzi scompaginò le fila di soldati addestratissimi. Forse gli utopisti, per incapacità alla guerra, sono pacifici.

Che cos’è accaduto perché il luogo utopico diventasse tale? Chi ha instaurato le costituzioni severe ed esatte, veri meccanismi d’orologio, in terra di Laputa o nella Città del Sole? E’ merito dello sforzo consapevole e armonioso di generazioni, coordinate come api, o frutto della casualità? O ancora, c’è stato un Gioacchino da Fiore, un Lenin, che hanno costretto la Storia ad arrestarsi e guardarsi allo specchio? Su questo, gli utopisti, ahimé, tacciono.

Utopia non è madre dell’innocenza, ma figlia dell’esperienza. L’innocenza, uno, non se la può ridare.

La Supreme Fiction di Wallace Stevens, per essere suprema, e fors’anche per essere finzione, deve essere astratta, deve mutare, deve dare piacere, secondo i titoli delle tre sezioni del poema. All’autore mancò il tempo, o il motivo, di scrivere la quarta, intitolata Dev’essere umana (It must be human). Intuizione che all’utopia è difficile infondere la misura dell’uomo?

Utopie concepite col solo cervello, anche se in apparenza grassamente corporali, come quella di Rabelais, portano dritto dritto a Sade.

L’ottimista scettico, laico, vagamente presocratico; il pessimista, scettico, laico, vagamente presocratico. Savinio è entrambe le cose, pretende che la vera utopia fondi su uno stato di cose originario, presocratico, appunto, anteriore a ogni concezione di dualità. E pretendendo giustamente che la sana utopia faccia a meno di ipoteche teocratiche. Possiamo essere convinti anche noi che l’Europa del futuro debba attingere senza mediazioni alle proprie radici, ma rammentiamo, con Enzo Paci, che l’originario non va confuso col barbarico.

Grattando via gli strati di vernice maldestramente apposti uno sopral’altro, prima o poi fatalmente mettiamo a nudo il materiale dell’oggetto. Chi, come Rorty, ritiene d’esaurire la conoscenza dell’umanità fidando negli exempla della narrativa, pecca di quello che non possiamo non chiamare americanismo. Non trovo espressione più acconcia. Se fosse davvero maligno come un filosofo, disposto al peccato di tradimento contro chi si fida, e a sottoporsi ai rigori del nono cerchio dell’inferno, suggerirei di grattare via successivamente il protestantesimo, il cristianesimo e il socratismo. Avrebbe l’uomo nudo, quello che pretende di cercare, e forse si spaventerebbe a morte.

Ci sono le contro-utopie, quelle che predicano le meraviglie di ciò che esiste. E le anti-utopie, i luoghi che esistono veramente, e non dovrebbero assolutamente esistere.

Chi cerca una terra promessa e si ritrova a fare i conti con freddo fame malattie e parassiti. E in terra d’utopia prova a fare figli. E’ il soggetto dello sconcertante poemetto di John Berryman Hommage to Mrs. Bradstreet. Ann Bradstreet, per la cronaca, fu una giovane gentildonna, e poetessa inglese, emigrata agl’inizi del ‘600 dall’Inghilterra in quelli che sarebbero divenuti gli Stati Uniti d’America. Alla Vecchia Europa le utopie che si realizzano procurano tremendi mali di pancia.

Uno stile di vita discontinuo, asistematico e asimmetrico: zigzagare di scooters, fulminare di SMS, maestri di pensiero e governanti che ogni cinque minuti smentiscono ciò che hanno appena detto, mentendo ogni volta in maniera diversa. Anche questa realtà non esisteva, nel prima degli utopisti.

Un pensiero avventuroso, un’esplorazione che comporti il pericolo della scoperta, non sono più possibili.

L’eccessiva preoccupazione di rimettere le cose a posto, che fa pendant con quella di sottrarre un posto alle cose, si chiama sindrome ossessivo-compulsiva.

Milano, 25 febbraio 2003
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